La lezione di emancipazione (anche in matematica) di Jacotot

Joseph Jacotot. Lithograph by A. Lemonnier after Hess. References: R. Burgess, Portraits of doctors & scientists in the Wellcome Institute, London 1973, no. 1507.1. Full Bibliographic Record: catalogue.wellcomelibrary.org/record=b1167994.
Il faut que je vous apprenne
que je n’ai rien à vous apprendre.
Joseph Jacotot, 1823

Il pedagogo Joseph Jacotot (1770-1840) fu l’artefice di quella che è una possibile forma di emancipazione intellettuale, elaborando un’intuizione che risulterebbe rivoluzionaria anche e, forse soprattutto, nel nostro tempo: tutti gli uomini hanno un’uguale intelligenza, postulato alla base della sua teoria dell’Insegnamento universale. L’approccio al fenomeno Jacotot e alla sua pedagogia potrebbe lasciare perplesso qualsiasi lettore: mai una scuola pedagogica aveva suscitato tali speranze tra le popolazioni desiderose di accedere alla conoscenza e alla cultura. Il contesto storico ha sicuramente implicazioni importanti: le guerre napoleoniche ultimate, i principi dell’Enciclopedia e della Rivoluzione francese ancora in vigore, la credenza nell’uguaglianza degli uomini, nella fratellanza, nella libertà. Aboliti gli oneri ereditari e il sistema feudale di classi, le speranze di una rivoluzione nel destino personale si aprivano ad ogni uomo o donna poiché la realizzazione individuale doveva diventare il nuovo dispositivo che rapporta ogni persona al suo giusto valore. Jacotot credeva fermamente in questi principi rivoluzionari: li incarnava e li praticava e voleva che il maggior numero di persone potesse beneficiarne.

Nato a Digione nel 1770, d’ambiente modesto, surdoué precoce, avvocato a 19 anni (nel 1789), attivista rivoluzionario. Nel 1792 servì come artigliere nelle armate della Repubblica, poi divenne segretario del ministro della guerra e sostituto del direttore dell’École Polytechnique. Torna poi a Digione, dove insegna, tra le altre cose, matematica, diritto e lingue antiche (1809), svolge un’attività senza eguali a favore dell’istruzione della gioventù. Dotato di una cultura enciclopedica e di una vasta familiarità con tutti i generi di sapere, diventa una specie di uomo-orchestra degli insegnamenti di alto livello. Una volta terminata l’avventura napoleonica viene eletto deputato ma, avendo combattuto con fermezza la restaurazione dei Borboni, deve esiliarsi in Belgio (1815) dove si guadagna da vivere dando lezioni private. Dopo diversi rifiuti, ottiene un posto di lettore di lingua francese presso l’Università cattolica di Lovanio nel 1818. Non parla una parola di olandese, e la maggior parte dei suoi studenti non parla una parola di francese. In pochi mesi, riesce a far imparare il francese ai suoi alunni. È un’avventura intellettuale che cambierà la sua vita. Jacotot deve infatti superare un ostacolo didattico importante, poiché deve insegnare a studenti di lingua olandese che non parlano il francese. Lui stesso ignora perfettamente la loro lingua. Si tratta dunque per Jacotot di stabilire il legame minimo di un qualcosa di comune tra lui e i suoi studenti, e questa cosa comune porterà il nome di Télémaque.

In effetti, all’epoca circola una versione bilingue del Télémaque, un romanzo popolare di Fénelon (1699). Jacotot chiede ai suoi studenti di imparare una metà del libro di Fénelon, e successivamente, aiutandosi con la traduzione, di scrivere in francese in merito a ciò che hanno letto. Una soluzione di fortuna improvvisata, che tuttavia darà i suoi frutti oltre ogni speranza, poiché gli studenti scriveranno composizioni non solo in francese, ma anche di eccellente qualità.

È allora che germoglia nella mente di Jacotot questa idea di emancipazione intellettuale alla portata di tutti, che rimette in discussione il sistema di insegnamento classico basato sulle spiegazioni del maestro. Jacotot ha permesso ai suoi studenti di imparare il francese senza alcuna spiegazione, idea che va ad alimentare la sua teoria base dell’Insegnamento universale che differisce in questo da tutti gli altri metodi in cui si crede che l’istruzione provenga dal maestro (Jacotot, 1823).

Un maestro ignorante per l’uguaglianza delle intelligenze

Per Jacotot, il sistema esplicativo dell’insegnamento tradizionale (“la Vieille”) è la negazione dell’uguaglianza delle intelligenze, perché stabilisce una gerarchia tra chi sa e chi non sa, una ripartizione del mondo tra i competenti e gli ignoranti. Sovvertire la spiegazione è per Jacotot sinonimo di stupore, concetto che illustra mirabilmente Jacques Rancière nel suo libro dedicato al pedagogo, Le Maître ignorant:

La rivelazione che afferra Joseph Jacotot si riduce a questo: bisogna rovesciare la logica del sistema esplicativo. La spiegazione non è necessaria per rimediare a un’incapacità di capire. Al contrario, è questa incapacità che è la finzione strutturante della concezione esplicativa del mondo. È l’esplicatore che ha bisogno dell’incapace e non il contrario, è lui che costituisce l’incapace in quanto tale. Spiegare qualcosa a qualcuno è innanzitutto dimostrargli che non può capirlo da solo (Rancière, 1987, p. 15).

Per Rancière vi è stupidità nel legame di subordinazione di un’intelligenza ad un’altra intelligenza:

Il piccolo a cui viene spiegato, lui, investirà la sua intelligenza nel lavoro del lutto: capire, cioè capire che non capisce se non glielo spieghiamo. Non è più al fervore che si sottomette, è alla gerarchia del mondo delle intelligenze (ivi, p. 18).

L’intelligenza che questi studenti fiamminghi hanno impiegato per scrivere in francese a proposito di Télémaque è identica a quella del suo autore Fénélon, ed è questa stessa intelligenza che ha del resto permesso loro di imparare la loro lingua madre, senza maestro esplicativo, con un approccio che evoca ed avrà ispirato probabilmente il metodo naturale di Célestin Freinet.

Il metodo dell’Insegnamento universale di Jacotot, o meglio il non-metodo, si basa dunque sul postulato dell’uguaglianza delle intelligenze e mira all’emancipazione intellettuale:

Si chiamerà emancipazione […] l’atto di un’intelligenza che obbedisce solo a sé stessa (ivi, p. 26).

E Rancière aggiunge che:

Per emancipare un ignorante, occorre e basta essere emancipati, cioè consapevoli del vero potere dello spirito umano (ivi, p. 29).

Tutti gli studenti di Jacotot, dotati di una stessa intelligenza, sono stati quindi capaci di una stessa volontà di imparare, perché tutti spinti dalla tensione del proprio desiderio (comunicare con Jacotot) e dal vincolo della situazione (imparare il francese). Gli allievi di Jacotot hanno dunque imparato senza alcuna spiegazione del maestro, ma non hanno per questo appreso senza di lui: prima non sapevano e ora sapevano. Quindi, nessuna attuazione o negoziazione esplicativa, ma un rapporto tra volontà (la volontà di Jacotot e la volontà degli studenti). Il maestro aveva rimosso la sua intelligenza, per lasciare l’intelligenza dei suoi studenti (non soggetta alle spiegazioni di un esperto di quel tipo sapere) alle prese con quella di Fenelon:

[...] è stata loro rivolta una parola d’uomo che vogliono riconoscere e alla quale vogliono rispondere, non come allievi o sapienti, ma come uomini. [...] sotto il segno dell’uguaglianza (ivi, p. 22).

 Jacotot aveva così insegnato ciò che non conosceva, era quindi un maestro ignorante ma un maestro, comunque, un po’ in risposta a Rousseau che scrive nell’ Émile: 

Giovane insegnante, ti sto predicando un’arte difficile, è governare senza precetti e fare tutto senza fare nulla (Rousseau, 1782, p. 83).

Diffusione e critiche dell’Insegnamento universale

Il metodo di Jacotot comincia a diffondersi, alcuni dei suoi allievi diventano suoi discepoli. Altre scuole impostate sul metodo sono aperte a Lovanio, ad Anversa, a L’Aja, a Bruxelles, a Liegi; successivamente se ne aprono altre a Parigi, a Lione, a Marsiglia, a Metz, a Valenciennes, ma anche in altri paesi europei: a Londra, in Baviera, a Vienna, in Russia e a Barcellona.

Gli educatori accorrono per vedere con i loro occhi ciò in cui non osano credere. Questi anni di prove formeranno il carattere di Jacotot:

Era un uomo tenace, intransigente e ostinato, con molto entusiasmo e poco tatto, che viveva un po’ in disparte, senza preoccuparsi di soldi o onori. Nelle sue lettere egli scriveva sempre, come conclusione: "Vi raccomando soprattutto i poveri" (Van Daele, 1974, p. 498).

Jacotot è sostenuto da un fervore pubblico crescente. Una nuova rivoluzione si annuncia, quella dei metodi di insegnamento. Il momento è propizio: in Francia i liberali, che hanno appena vinto le elezioni del novembre 1827, si interessano al metodo Jacotot: una commissione ministeriale viene creata in Francia per analizzare la fondatezza delle sue proposte. Se la sua idea fosse vera? Vale a dire che tutti abbiamo un’intelligenza fondamentalmente identica, che ci rende capaci, a tutti, uomini e donne, di imparare tutto da noi stessi, purché qualcuno ci guidi facendolo bene e in maniera minima? Inoltre, chiunque può diventare istruttore, maestro! L’istruzione universale diventa una nuova panacea per i poveri: con questo metodo riusciranno ad acquisire quel sapere così a lungo riservato ai ricchi. Il formidabile sviluppo del suo metodo alla fine degli anni 1820 e all’inizio degli anni 1830 è accompagnato da dibattiti non meno avvelenati, e si levano voci contro il suo metodo: è una fantastica operazione di marketing, un mercato colossale di imbroglioni dove vengono ingannati piccoli creduloni e ben intenzionati.

Subito dopo la rivoluzione del 1830, Jacotot ritorna in Francia, ma dopo la sua morte i suoi discepoli, numerosi, e perfino i suoi figli (Henri-Victor, medico, ed Honoré, avvocato) non sono più capaci di tenere i suoi corsi: alcuni avevano approfittato dell’immagine del marchio per vendere opere ben lontane dallo spirito originale; altri discepoli, convinti della necessità di una flessibilizzazione delle pratiche, si erano allontanati dalla scuola e non erano più riconosciuti come membri della “società”; la scuola Jacotot si ripiega su sé stessa, per difendersi dalle critiche e dalle derisioni sempre più feroci; la maggior parte delle scuole e delle istituzioni che rivendicano il suo sistema scompaiono nel corso degli anni Quaranta del xix secolo.

L’Insegnamento universale della matematica

In una formulazione breve, sotto forma di principi o di assiomi, le concezioni pedagogiche di Jacotot possono solo sorprendere: “Credo che Dio abbia creato l’anima umana capace di istruirsi da sola e senza padrone”, recita l’iscrizione sulla sua tomba nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Jacotot propone l’emancipazione intellettuale di ogni uomo, l’Insegnamento universale senza spese ed immediato, indicando che qualsiasi madre di famiglia possa istruire da sola i suoi figli. Questi principi erano facilmente ridicolizzabili tanto quanto riporre le idee di Jacotot nel cestino dei truffatori, dei ciarlatani o dei mercanti d’illusioni. Nonostante ciò, estende il suo metodo a qualsiasi materia: diritto, geografia, musica e anche matematica (Jacotot, 1852).

Seguendo questo cammino così semplice, un padre ignorante e povero, ma con gran cuore e pazienza, potrà condurre il bambino a leggere e scrivere senza maestri esplicatori, quindi senza spendere soldi. Quando il bambino compie undici anni, il padre potrà mettergli in mano un libro di aritmetica; fargli imparare il capitolo della numerazione domandogli: Che cosa hai studiato? Che cosa hai visto? Che cosa sai? Senza che alcun esperto di spiegazioni lo venga a sapere, perché secondo la sua visione, il piccolo non può vedere niente, non sa nulla, non nota nulla senza le sue spiegazioni a un certo costo al giorno. È importante anche sfidare il pregiudizio dell’orgoglio matematico. Non è più facile essere Omero che Newton.

Ci vuole molta applicazione della mente per capire l’arte di Omero, così come gli artifici del linguaggio di Newton:

Non ripetere le mie parole, non confutarle con frammenti di prefazioni o discorsi accademici; non formulare dei sillogismi metafisici alla moda degli insegnanti esplicatori; controllate e dite cosa pensate; ecco il metodo dell’Insegnamento universale; oppure silenzio. Non parlare di ciò che non si conosce (ivi, p. 16).

Non avete inventato le dimostrazioni ogni volta che mancavano nel libro che vi abbiamo fornito (ivi, p. 22)?

Non conoscete meno di loro la lingua della matematica, siete stati assorbiti dal meccanismo sconcertante delle operazioni ordinate sotto comando in vista degli esami a cui eravate destinati perché vi si propone di diventare un cittadino accademico o sottotenente (ivi, p. 23).

È in definitiva una narrazione operativa sull’Insegnamento universale della matematica:

Dico all’allievo: Aprite la tabatière [scatola porta tabacco], oppure aprite il libro, è la stessa cosa. Bene! Amico mio; va bene; avete a disposizione una tabatière; questo è già un grande passo in avanti, l’apertura della tabatière. Andiamo, continuiamo. Quando si è riusciti ad aprire la tabatière, si trova il tabacco, o l’aritmetica, o la grammatica; non importa; questo è quello che facciamo: il pollice e l’indice, né troppo, né troppo poco, ma abbastanza e in modo da introdurli nella tabatière come si usa una bussola nella geometria, è la stessa cosa. Ecco, così, vedi le mie dita? Un momento; riposiamoci, avete compreso? Andiamo, andiamo […]. Guarda bene; io scavo con le mie due dita nella massa, né troppo, né troppo poco. Chi troppo bacia, male abbraccia. Spingo in questo modo, avvicinando il pollice all’indice e l’indice al pollice tutto allo stesso tempo; ci sono esplicatori che dicono che il pollice deve stare fermo e che è sull’indice che bisogna camminare; altri sostengono che l’indice non si muove. Tutto questo non vale niente. […] Il modo migliore di eseguire una presa di tabacco, o di imparare la matematica, è la stessa cosa: è impiegare tutti i mezzi che abbiamo, sotto la guida di un buon maestro (ivi, pp. 67-69).

È pedagogia, è filosofia, è politica

Tuttavia, al di là delle formule, si nasconde un pensiero pedagogico che si iscrive in una lunga tradizione filosofica. Jacotot non pretende solo, o principalmente, di far acquisire una serie di conoscenze agli alunni: lettura, geografia, musica, lingue e matematica, in ogni caso necessarie. Pretende qualcosa di più radicale: liberare la mente degli studenti, permettere loro di credere in sé stessi, renderli sicuri delle loro capacità. Questo è ciò che Jacotot intende attraverso la sua formula dell’emancipazione intellettuale. Essere emancipato è non essere più asservito al giogo funesto delle spiegazioni, né al pregiudizio così avvizzito dell’ineguaglianza intellettuale; è capire il valore della propria anima e della propria attitudine a tutti i generi di studi. È avere la convinzione che non c’è alcun limite posto dalla natura alle nostre acquisizioni intellettuali, né al nostro miglioramento. Questo è lo scopo dell’emancipazione intellettuale e dell’Insegnamento universale, che si deteriora, se lo si usa solo come mezzo di studio, di sapere, e non di creazione per imparare a fare da soli (Levasseur, 1834). È un metodo socratico che propone che ognuno debba trovare in sé stesso, con l’introspezione, i propri fondamenti di coscienza, principi morali, idee, sentimenti.

Il metodo di emancipazione intellettuale ha come principio e scopo lo studio e la conoscenza per sé stessi:

Poiché le nostre idee e sensazioni sono tutte interiori, dal momento che vediamo tutto dentro di noi, è in noi stessi che dobbiamo continuamente studiare. Questo metodo non è altro che l’applicazione universalizzata del Metodo di osservazione, che ci ha dato tutte le nostre conoscenze positive, che ha purificato e fecondato tutte le scienze moderne (Guillard, 1860, p. 18).

Ma è anche attraverso la scoperta personale che si impara; imparare non significa credere a ciò che un altro conosce o dice di conoscere; imparare è imparare da sé stessi. Per questo Jacotot afferma che chiunque può insegnare a un altro, poiché il maestro deve essere solo una guida. L’Insegnamento universale procede senza un maestro spiegatore. Insegnare è semplicemente dirigere (Levasseur, 1834).

In sintesi c’è dell’ironia nel discorso pedagogico, poiché, scrive Philippe Meirieu che è una caratteristica abbastanza costante e divertente della pedagogia fare continuamente lezioni per spiegare che non bisogna farlo (Meirieu, 1999).

Coltivare sé stessi come primo obbligo. Aiutare gli altri, è il secondo obbligo. È una concezione tutta nuova dell’uomo che viene proposta. Siamo tutti fondamentalmente uguali gli uni agli altri (uomini, donne e uomini); il destino dei nostri simili deve interessarci al più alto livello. Tuttavia, con questa singolare avventura, Jacotot testimonia la potenza sovversiva dell’uguaglianza delle intelligenze. Sovversiva rispetto al regno sociale delle ineguaglianze che si basa sulla legittimazione dell’ordine stabilito. Per Charbonnier si tratta

[...] di capire i rapporti, che sono tutti di differenza, e di evitare di snaturarli in confronti che diventerebbero rapporti d’ordine (Charbonnier, 2016).

Per Raimo la riflessione di Jacotot è diventata imprescindibile nella critica alle derive neoliberiste e selettive della scuola di classe giustificate dall’ideologia del merito. L’uguaglianza delle intelligenze diventa così non solo un’idea pedagogica, ma anche etica e politica (Raimo, 2025). Ammettere questo postulato di uguaglianza significa aprire nuove prospettive, soprattutto nei campi dell’educazione e della pedagogia, considerando la disuguaglianza come una finzione, una favola, un’illusione da cui gli individui potrebbero allora liberarsi. Anche se è importante sottolineare che creare uguaglianza non significa dare a tutti la stessa cosa:

È dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno per elevarsi all’altezza dell’altro (Bénévent et Mouchet, 2014, p. 312).

Riferimenti bibliografici

Bénévent R. et Mouchet C., L’école, le désir et la loi. Fernand Oury et la pédagogie institutionnelle. Histoire, concepts, pratiques, Éditions Champ Social, Nîmes 2014.

Charbonnier S., La réciprocité comme déterminant de l’espace éducatif : le « care » permet-il de repenser l’éducation politique à la liberté?, in “Éducation et socialisation. Les Cahiers du Cerfee”, 40, 2016, url: doi.org/10.4000/edso.1489.

van Daele H., P.Y. de la Ramée de Séprès, un adepte de l’enseignement universel, à Anvers, in “Paedagogica Historica”, 14(2), 1974, pp. 497-515, url: doi.org/10.1080/0030923740140207.

Guillard A., Biographie de J. Jacotot, Dentu, Paris 1860.

Levasseur J.V.C., Enseignement universel. Télémaque français-espagnol, Mansuet Fils, Paris 1834.

Meirieu P., Un nouvel art d’apprendre? Conférence donnée aux Entretiens de la Villette 1999, url: www.meirieu.com/ARTICLES/nouvelartddapprendre.pdf.

Jacotot J., Enseignement universel. Langue maternelle, Édition de Paw, Louvain 1823.

Jacotot J., Enseignement universel. Mathématiques, H.-V. Jacotot, Paris 1852.

Raimo C., L’ideologia del merito fa male alla scuola, in “Internazionale”, 18 ottobre 2025, url: www.internazionale.it/notizie/christian-raimo/2025/10/18/ideologia-merito-scuola.

Rancière J., Le maître ignorant. Cinq leçons sur l’émancipation intellectuelle, Fayard, Paris 1987.

Rousseau J.-J., Émile ou de l’éducation, Genéve 1782, Edition numérique par l’Association Les Bourlapapey, bibliothèque numérique romande, url: ebooks-bnr.com/ebooks/pdf5/rousseau_emile_ou_education_livres1et2-a5.pdf.

L'autore

Raffaele Cariati è insegnante e coordinatore didattico dei progetti Intercultura per l’università italiana e Matematica, una questione di metodo per Canalescuola. Formatore per i docenti in servizio all’interno del corso Una matematica per tutti di Canalescuola, De Agostini scuola. Membro del Ceméa France (Centre d’entraînement aux méthodes d’éducation active). Ha curato il volume Esatto! Matematica facile. Percorsi per la didattica inclusiva, De Agostini scuola. Ha redatto il contributo Matematica e scienze. Quale educazione scientifica per una società democratica? in Alfabeto della scuola democratica a cura di Christian Raimo, Laterza 2024.