La scuola: incontrarsi, non scontrarsi

PDF: DOI 10.5281/zenodo.7574148

Come mai la maggior parte dei cittadini della scuola non ci vive volentieri e si sente addirittura costretto ad andarci?

La risposta la conoscono tutti: la scuola non fa nulla per essere attraente.

Tra coloro che insegnano molti pensano che la formazione debba essere impegnativa.

Anche se rende difficile la vita sia a loro che ai ragazzi.

A scuola si lavora per il futuro. Con la certezza che sarà migliore se il presente è spiacevole.

La scuola ha una struttura gerarchica. C’è chi decide e chi obbedisce.

È sempre stato così.

Di collaborazione non si è mai parlato in modo paritario: sono i ragazzi che devono imparare a collaborare.

Neanche lo spazio è condiviso. Le autorità da una parte, i ragazzi dall’altra.

Figurarsi il tempo. È scandito non tenendo conto di nessuno. Si inizia e si finisce quando lo dice la campanella o quando è il momento della valutazione dell’apprendimento.

I ragazzi pensano il tempo in un modo diverso dal nostro. Per loro è possibilità. Noi ci impegniamo a insegnare che il tempo è sempre un limite. Stretto, frettoloso. Non c’è tempo per stare o fare insieme.  E comunque non ci si può fare niente. Oppure molto poco. Bisogna accontentarsi. E lamentarsi.

E finire il prima possibile, la giornata, il mese, l’anno. Finalmente le vacanze.
A scuola i cittadini hanno responsabilità che aumentano con il potere che gestiscono.

Per questo la responsabilità di come è organizzata la scuola è solo degli adulti.

È una riflessione dalla quale far partire un possibile cambiamento.

Altrimenti molti adulti potrebbero pensare di giustificare il loro comportamento affettivo, ingiustificabile, con la fatica che i ragazzi li obbligano a fare.

Secondo loro sarebbe molto più facile vivere a scuola se i ragazzi fossero come li vogliono loro. Così i ragazzi diventano precisamente come li hanno immaginati: incontenibili, disobbedienti, poco collaborativi.

La scuola diviene un luogo poco piacevole da frequentare perché gli adulti non sono stati in grado di migliorarla e di renderla un ambiente vivibile.

E’ molto difficile far capire agli insegnanti che la scuola è uno spazio relazionale, perché sono convinti, profondamente convinti che il loro compito è solo trasferire conoscenza. Pensano che l’educazione alla conoscenza sia la sola relazione fondamentale.

Insegno italiano, filosofia o matematica e questo non ha niente a che vedere con la relazione, tanto meno con il trattare bene.

Così l’obiettivo è passare informazioni o nozioni. E verificare la maturazione o la preparazione degli studenti.

Lo stare bene insieme, o il non stare bene insieme dipende solo dall’adesione dei ragazzi alle loro aspettative e pretese.

Oppure da quanto rendono più facile la vita degli insegnati.

L’idea che nessun obiettivo valga un deterioramento della qualità della relazione è al massimo una fantasia, bella, ma da ingenui che non sanno che la realtà è la realtà.

La scuola in ogni caso è inevitabilmente uno spazio relazionale: di cattive relazioni e della loro proiezione sul tessuto sociale. La sofferenza che crea nei ragazzi ha delle conseguenze nel loro modo di inserirsi nella società.

Eppure molti adulti sono convinti che i nuovi arrivati sono fin dalla nascita contro di noi.

E fin dall’inizio ci comportiamo di conseguenza. Cerchiamo di educarli a non essere contro di noi.

Per farlo siamo noi a essere contro di loro. Un buon esempio di nocebo, l’aspetto negativo del placebo. Una convinzione che diventa una profezia che si auto avvera.

Gli studenti sono cittadini minori e pertanto hanno pochissimi diritti e molti doveri.
Quali sono i loro diritti?

Difficile rispondere a questa domanda, perché avere solo alcuni diritti significa non avere diritti.
Sicuramente i diritti degli studenti sono inferiori a quelli degli insegnanti.
I cittadini minori devono chiedere molti permessi e ottenere altrettanti consensi per soddisfare i loro bisogni.

Devono sempre chiedere il permesso. Il controllo è fondamentale. Come l’idea che loro possano mentire per ottenere un vantaggio. Non è una buona atmosfera in cui crescere. Non è un alfabeto relazionale che permetterà loro di essere sereni e fiduciosi nella relazione con gli altri.

Non hanno, e questo dovrebbe apparire grave, il diritto di essere trattati bene. Senza se e senza ma.

In questo senso la scuola viene collocata su una direttrice tra la famiglia e la società.

Mentre dovrebbe offrire più possibilità della famiglia, e costruire una riflessione sugli aspetti critici della società, che sono legati principalmente alla conflittualità declinata in ogni forma.

Gli insegnanti si comportano come genitori con molti più strumenti acquisiti durante i loro studi, quindi autorizzati a essere giudicanti e punitivi. A far sentire il peso della disapprovazione.

Per questo possono farsi molte meno domande o avere meno perplessità su cosa stanno facendo e su come lo stanno facendo.

Inoltre hanno troppi figli da far crescere contemporaneamente e quindi possono e devono essere meno cortesi dei genitori.

Spesso li sgridano perché viziano i figli o sono troppo dalla loro parte o cercano di difenderli dalla scuola.

Così la posizione a difesa dei figli assunta dai genitori, che invece nello spazio familiare non esitano a essere contro i loro figli per dare loro una buona educazione, diventa una modalità relazionale non gradita dagli insegnanti, che si dicono costretti a fare una lotta sia contro i ragazzi che contro i loro genitori.

Qualcosa non funziona. Dove possono trovare un po’ di pace sia gli uni che gli altri? Come possono creare uno spazio di benessere?

Si potrebbe fare un esperimento.

Far vivere gli insegnanti nel ruolo degli studenti e dare agli studenti il ruolo di educatori.
Questo esperimento non ha nessuna possibilità di essere realizzato.

Gli studenti infatti non si sentirebbero liberi di trattarli come vengono trattati.

Non si fiderebbero. Penserebbero a un test per verificare la loro preparazione. Avrebbero chiaro che solo in rari casi possono fidarsi. Hanno paura. Paura del giudizio. Paura di contare poco nel governo della propria vita, in famiglia come a scuola.

La struttura mentale della minaccia è introiettata nel loro tessuto relazionale.

Se non fai quello che ti chiedo, la tua disobbedienza avrà delle conseguenze. Prima fra tutte la delusione da cui ti sentirai investito.

Nella scuola i cittadini hanno la sensazione di stare gli uni contro gli altri.

C’è una gerarchia inevitabile, secondo alcuni. Addirittura utile per molti altri.

Insieme è una parola che si usa poco.

Alla fine gli adulti sostengono: noi siamo noi. Loro sono loro. Il confine è netto, come in ogni momento educativo. Noi insegniamo. Loro devono imparare. Costi quel che costi. Sia per noi che per loro.

A scuola, come in famiglia, la fatica è di casa. È un valore sempre. Un segnale mai. Se fosse un segnale meriterebbe un tentativo di cambiare qualcosa.

Invece tutti devono fare fatica. Le eccezioni sono poche e guardate con sospetto. Strano che quell’insegnante non faccia fatica e non abbia niente di cui lamentarsi. Forse non prende il suo lavoro con abbastanza impegno?

Il modello di relazione più adottato prevede un altro pilastro: il dovere.
A scuola ciascuno deve fare il proprio dovere, altrimenti sono guai.

Gli insegnanti hanno il programma da rispettare: non hanno tempo da perdere. Non possono fare niente per cambiare.

I ragazzi, dopo le molte ore passate a scuola, devono studiare per superare le verifiche: niente questioni personali, niente scuse.

Nessuno si fida di nessuno. Poche deroghe.

Alla fatica e al dovere per i ragazzi si aggiunge la paura dei voti, delle sanzioni, delle minacce. Delle reazioni della propria famiglia se la scuola non è contenta del loro andamento.

Ecco, paura, fatica e dovere sono le terribili figure mitologiche che tengono fuori dal portone della scuola la libertà e il divertimento.

Forse anche la ricerca della felicità.

Senza libertà e divertimento quale luogo può essere vissuto con piacere?
Immagino la reazione dei docenti a queste riflessioni: sono le solite esagerazioni.

Pericolose perché non costruttive.

La stessa reazione la manifestano anche gli studenti, quelli bravi.
Allora a che serve lamentarsi della scuola? Scoprire ogni anno che è sempre meno piacevole pensare di tornare a vivere nella scuola?

Vanno volentieri a scuola? No, ma non si può fare altrimenti.

E i professori che si ribellano alla possibilità che le esagerazioni abbiano un fondo su cui riflettere?
Neanche loro.

Il fatto è che l’ordine stabilito da chi è superiore non ammette alternative.

Occorre preparare chi è più piccolo a ereditarlo, senza troppe modifiche.

La scuola è il luogo ideale per conservare le relazioni sociali esistenti.

A scuola si conferma che il mondo delle relazioni è così e non può essere altrimenti.
Uno striscione di accoglienza dei nuovi allievi potrebbe essere:

“Adàttati o ammàlati, oppure verrai lasciato indietro, escluso, bocciato.”

In effetti pochi vanno avanti, una selezione durissima.

Altri si ammalano.

Come se la società, che contiene la scuola, avesse bisogno non di cittadini capaci di creare e di stare in buone relazioni, ma di persone preparate.

Così difficile cambiare la scuola?

Si. Perché la scuola delude le aspettative di relazione dei ragazzi e di quelli che sono stati ragazzi solo alcuni anni prima di loro.

La scuola va ripensata non più come spazio relazionale, con il rischio di tollerare relazioni faticose, ma come spazio affettivo, garantendo che nessuno venga maltrattato.

Stare insieme e affrontare insieme anche l’apprendimento è il primo obiettivo.

Questo prevede un atteggiamento diverso di fronte ai ragazzi e a noi stessi che ragazzi siamo stati.

Come si cambia un comportamento appreso per inerzia in molti anni di scuola?

Ci  vuole la disponibilità a mettere in discussione il modello conflittuale nel quale siamo stati costretti a vivere e che scegliamo di ripetere come degli smemorati.

Occorre dare valore alla memoria affettiva e sostenere la capacità di elaborarla senza aver paura di essere ancora una volta puniti per il tentativo o per il desiderio di continuare a comportarsi come ragazzi.

Per evitare un confronto tra impari forze, gli adulti di oggi, fin dai primi anni hanno dovuto diventare molto più severi degli adulti che li hanno allevati.

Questo ha messo in ombra ogni riflessione sulla qualità affettiva della relazione.

La scuola può diventare l’unico spazio sociale affettivo, con grande vantaggio per tutti.

Non è vero che il mondo è così. Non è vero che se sono sopravvissuto io, sopravvivranno anche gli altri. Ma soprattutto questo non è il migliore dei mondi possibili.

Il nostro contributo affettivo da bambini non è servito molto a cambiare il mondo in cui abbiamo fatto le nostre esperienze.

Gli adulti non voglio rischiare ancora una volta di essere puniti, dagli altri adulti, se si fanno scoprire a riprovare di rendere la loro vita più piacevole e facile.

Adattarsi e adattare sono le parole d’ordine.

Gli adulti sono convinti che i bambini vivano, solo per mancanza di quella che noi definiamo cultura, in un mondo di favola e di sogni. Meglio svegliarli il prima possibile. Guarda cosa è successo a noi.

Meglio una relazione alto basso. Così chi sta in alto pensa di correre un rischio minore di affogare nel malessere.

C’è bisogno che gli adulti si lascino coinvolgere in un gran lavoro di ricerca per superare gli stereotipi e i preconcetti che un mondo basato sul potere ha sui nuovi arrivati, dagli immigrati ai bambini.

Riscoprire la possibilità che è meglio provare a costruire una società frequentata da cittadini che si trattano da pari, qualsiasi sia il loro ruolo sociale o l’età.

Provare a muoverci in questa direzione. Possiamo trovare il tempo per ascoltare con affetto e con il desiderio di rendere possibile incontrare altre possibilità, come i più giovani.

E soprattutto smettere di pensare: tanto è così, non c’è niente da fare.

La scuola può dare un grande spazio a una organizzazione autonoma e curiosa della vita dei ragazzi. Può stare con loro, crescere insieme a loro.

Si potrebbe cominciare dalla cultura, una possibilità di creare relazioni affettuose.

Si potrebbe trovare il tempo per sperimentare una ricerca.

Organizzata e pensata su un piano orizzontale.

Insegnanti e studenti coinvolti in modo paritario. Sempre insieme e mai contro.

Si potrebbe fare una ricerca su come creare, a cominciare dalla scuola, un mondo e un modo in cui vivere senza fare ricorso ai conflitti.

Si potrebbe?

 

Photo by moren hsu on Unsplash