Liberare la scuola dalla valutazione

I genitori e la figlia vanno a teatro. È la prima volta che lo fanno tutti e tre insieme. Fino ad ora i genitori hanno ritenuto che la bambina fosse troppo piccola per seguire un’opera teatrale. Ora hanno deciso di tentare. Hanno scelto a lungo un’opera che potesse essere abbastanza interessante e stimolante per la figlia. E sembra che abbiano fatto una buona scelta: la bambina si è divertita, ma non si tratta solo di questo. Quell’esperienza l’ha fatta crescere.

Il giorno seguente ne parlano tutti insieme. È stato bello, il teatro. Sono stati bene. Ma hanno anche riflettuto. Quello che è accaduto sulla scena ha fatto sorgere delle domande, ed ora è il caso di affrontarle e tentare insieme una risposta.

Immaginiamo che invece i genitori il giorno seguente facciano altro. Tirano fuori un grande registro e vi scrivono un numero. Un voto. Che corrisponde a quanto la figlia è stata brava, ha seguito con interesse, ha imparato da quella esperienza. Un gesto simile sembrerebbe incredibilmente rozzo, perfino poco rispettoso verso la figlia; e anche stupido: perché distruggerebbe il rapporto naturale della bambina con il teatro.

Cosa c’è di rozzo in questo gesto? Il tentativo di portare su un piano quantitativo una esperienza che appartiene alla dimensione della qualità. Di mettere un numero a ciò che invece esige di essere narrato, detto in una dimensione dialogica.

Se ci spostiamo però a scuola questo atto incredibilmente rozzo diventa normale. Necessario, inevitabile. La scuola è il luogo in cui qualsiasi esperienza deve tradursi, prima o poi, in un numero. “La scuola – scriveva Illich in Descolarizzare la società – inizia i giovani a un mondo dove tutto è misurabile, compresa la loro immaginazione e anzi l'uomo stesso. Ma lo sviluppo della personalità non è un'entità misurabile”. La lettura di un libro è una esperienza scolastica solo se lo studente poi compila una scheda di lettura, se quella scheda viene corretta dall’insegnante e viene segnato un numero sul registro. Perfino il comportamento – ed è il momento in cui l’assurdo scolastico rischia di svelarsi anche al docente più distratto – si traduce infine in un voto. C’è la condotta da dieci, quella da nove, quella da otto e così via. Livelli diversi di approssimazione al modello scolastico di studente ideale che nulla dicono in realtà sul reale sviluppo della personalità dello studente, sulla sua educazione, che dovrebbe essere l’obiettivo della scuola, ma è anch’essa difficile da ridurre a un numero.

L’onnipresenza del numero, del voto, è la causa principale della riduzione della scuola a luogo privo di senso e fonte di malessere. Quel numero, che dovrebbe essere un mezzo, diventa un fine. Mezzo diventa, invece, l’apprendimento. Platone, Leopardi, la Rivoluzione francese sono solo dei bocconi indigesti da mandar giù per prendere un otto in filosofia, in italiano o in storia. La pressione dei genitori fa il resto. Pare che non vi sia felicità più grande, per un genitore, di quella di trovarsi di fronte ad una pagella piena di otto e nove. Anche se gli effetti collaterali sono ansia, attacchi di panico, depressione; e spesso una concezione meramente strumentale del sapere. Da docente provo a spiegare ai genitori dei miei studenti che è naturale che i voti dei figli seguano una curva ascendente o discendente. Che una volta prendano otto, una volta sei. Per una serie di ragioni. Perché non tutti gli argomenti sono ugualmente interessanti o semplicemente perché ci sono giorni in cui riusciamo a dare il massimo ed altri in cui siamo stanchi. La stessa cosa vale anche per me. C’è il filosofo che amo, sul quale faccio lezioni brillanti, e quello che amo poco, sul quale probabilmente non riesco a entusiasmare gli studenti. Ma capita anche che non riesca a fare lezioni entusiasmanti su un autore che amo, perché è un periodo difficile e non riesco a dare il meglio di me.

Desiderare la linea piatta dell’otto o del nove significa due cose. La prima è abituare ad essere indifferenti alla conoscenza. Non riesco a figurarmi uno studente che provi lo stesso altissimo interesse per tutti gli argomenti di tutte le discipline. Di fronte a un quadro di soli voti alti, in tutte le discipline, mi figuro piuttosto un onesto lavoratore del sapere, che fa tutto quello che la scuola chiede e poi riscuote il suo voto meritato. La seconda cosa è abituate a mettere le gratificazioni dell’ambiente prima delle proprie esigenze personali. Lo studente teso verso il nove rischia, in alcuni momenti (ad esempio prima degli esami di Stato), il crollo psicofisico, ma procede imperterrito. Non ascolta il suo corpo, non si cura del suo malessere psichico. Non si chiede quali interessi reali ha. È teso verso la meta. Il mondo del lavoro non smetterà mai di essere grato alla scuola per la capacità che ha di consegnargli studenti così. E, temo, molto grati saranno anche gli psicoterapeuti.

Vi sono alcune proposte di eliminazione del voto. L’idea è di sostituirli con i giudizi. Che sarebbe una cosa sacrosanta, se i giudizi fossero realmente tali e nascessero da un rapporto profondo, da una osservazione non superficiale e da una reale sensibilità pedagogica. Purtroppo tutte queste cose sono difficili nella scuola italiana. Il carattere asimmetrico e distaccato che ha tradizionalmente la figura del docente italiano non gli consente spesso una reale conoscenza dello studente, insieme ad alcuni limiti strutturali, come la mancanza di un luogo e di un tempo per l’ascolto personale degli studenti (esiste il ricevimento periodico dei genitori, non quello degli studenti). È per questa ragione che, quando sono costretti al giudizio, i docenti ricorrono a giudizi preconfezionati che non sono altro che la traduzione standardizzata dei voti. All’otto corrisponde questa dicitura, al sette quest’altra, e così via. Non è un grande passo in avanti.

Più che liberare la scuola dai voti, bisognerebbe liberarla proprio dalla valutazione. O meglio: inserire nell’agire scolastico prassi libere dalla valutazione. Creare, per dirla con Hakim Bey, zone temporanamente autonome (TAZ) nella realtà scolastica normalmente eteronoma. Fare cose senza alcun voto, senza alcun giudizio. Solo per il piacere di farle.

Quali cose? La Maieutica Reciproca di Danilo Dolci, ad esempio. Non è infrequente che qualcuno mi chieda come si valuta un seminario maieutico. E la mia risposta è che non si valuta. Mettersi in cerchio per cercare insieme la risposta a una domanda importante è una prassi troppo importante, troppo intrinsecamente significativa, per svilirla con un voto. E dal momento che non si valuta, il seminario maieutico è libero. Chi preferisce fare altro può fare altro. Nessuno è costretto. Da quando faccio Maieutica Reciproca a scuola – sono ormai dieci anni – è successo una sola volta che una studentessa non abbia voluto partecipare. Per qualche minuto. Poi ha preso la sedia e si è unita a noi.

E poi la meditazione. Oggi si parla di Mindfulness, ed è una cosa di gran moda. Per molti è, più o meno, la soluzione a tutti i nostri problemi: il modo per ritrovare il benessere e anche, già che ci siamo, il successo lavorativo. A scuola è semplicemente un modo per conoscere sé stessi. Tutto il lavoro scolastico è centrato sull’acquisizione di contenuti culturali. Tutto il mondo interiore è al di fuori della portata scolastica. La scuola ha le ore di educazione fisica, ma non prevede un tempo per un'educazione mentale. Eppure il “conosci te stesso” socratico è una delle basi della nostra civiltà.

Cos’altro? Mi piace pensare che anche la libera esplorazione dell’ambiente naturale ma più ancora urbano, secondo quella educazione diffusa teorizzata da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, possa essere una di queste TAZ scolastiche. O la scuola capovolta in un senso diverso: l’ora in cui a far lezione è lo studente, e il docente si concede un’ora di aggiornamento su, ad esempio, gli sviluppi della musica trap. O semplicemente la festa. Un’ora di festa libera. Durante la quale la studentessa bloccata nelle relazioni si dimostra eccezionalmente brava a ballare, prende tutta la scena e le compagne la guardano ammirata e scoprono un persona che non conoscevano. E no, non le metteremo il voto.

 

 

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