Quando la scuola si arma: una raccolta di conferenze del 1918

Il cancello d'ingresso dell'Educatorio Whitaker a Palermo: una delle poche tracce rimaste dell'istituto un tempo all'avanguardia nella formazione delle insegnanti di asili rurali e urbani e scuole elementari in Sicilia (1876-inizio anni Trenta del Novecento). Foto dell'autrice.

Abstract. Nel 1918 la professoressa Anna Cerri tiene delle conferenze “patriottiche” per le sue allieve maestre della Scuola normale Whitaker di Palermo, poi raccolte in volume.  A partire da questo testo, utilizzando la Grande Guerra come paradigma, è possibile riflettere sul ruolo che la scuola ha avuto e ha ancora nel costruire una mentalità individuale e collettiva propensa al nazionalismo e alla guerra. Per contrasto, però, si può ipotizzare una visione differente della scuola (e quindi della società), in cui si possa realmente promuovere l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, nello spirito della Costituzione.

Parole chiave: nazionalismo, educazione alla pace, scuola.

Abstract. In 1918, Professor Anna Cerri gave “patriotic” conferences to her students, teacher apprentices at Scuola Normale Whitaker in Palermo. From these conferences, collected in a single volume, taking the World War I as a paradigm, it is possible to reflect about the role of education, in the past as well as in the present, in building a way of thinking (both individual and collective) disposed to nationalism and war. For the same reason, by the way, it is possible to think to a different vision of education (and therefore of society), where it is possible to educate for peace and for nonviolent conflict resolution, in the spirit of Italian Constitution.

Keywords: Nationalism, Peace Education, School.

Mi sono imbattuta di recente in un volume del 1918: si tratta di una raccolta di conferenze tenute da Annetta Cerri, “Prof. di Lettere italiane” presso la Scuola normale pareggiata Whitaker di Palermo tra gennaio e maggio dell’ultimo anno della Grande Guerra. Già durante la lettura ho sentito forte il bisogno di mettere per iscritto e condividere le sensazioni che non mi hanno lasciato in pace. Nei giorni seguenti ho cominciato a scriverle continuando a sentire questa urgenza che è diventata sempre più forte. Il titolo, L’ora patriottica, è spiegato nella prima di queste conferenze, tenuta il 24 gennaio:

È proprio perché la gioventù, mentre passa su di noi questo ciclone che ha nome guerra, si fermi pensosa e fidente a meditare su ciò che, a furia d’episodi, va formando, giorno per giorno, sotto i nostri occhi la Storia, perché apprezzi, giustamente valutandole, le idee e le forze della Nazione, e ne deduca i sacrosanti doveri d’ogni cittadino, che il Ministero dell’Istruzione, con nobile intento, ha ordinato che nelle scuole medie sia tenuto un corso di lezioni sulla nostra guerra, per determinarne le ragioni, e indagare i grandi problemi economici, politici, militari e morali che ad essa si ricollegano. Chiamata a questo nobile assunto, io mi propongo di tracciare a voi, mie dilette alunne, che tanta parte siete della mia vita, in una serie di lezioni settimanali, fatte così alla buona, non con la posa cattedratica del conferenziere, ma con la parola più modesta e più efficace dell’insegnante, che mira a sparger semi, atti a dare buona messe, mi propongo, dico, di tracciarvi, nelle sue linee maestre, la grande conflagrazione europea risalendo alla progressiva partecipazione ad essa dei vari stati, per fermare poi più a lungo lo sguardo sulla nostra Italia. E assegnato ad essa il posto che le spetta nel grande conflitto mondiale, l’accompagneremo da quel giorno sacro di maggio, in cui la parola del Poeta d’Italia, risuonando, sul fatidico scoglio di Quarto, in un fuoco d’amore, di violento, d’indomabile amore, segnò il principio di un’altra vita, così che, dalla Maestà del Re al rude operaio, tutta la Patria sorse con un’anima sola; l’accompagneremo nella sua meravigliosa guerra oltre i confini del regno, vittoriosa in undici battaglie su l’Isonzo e sul Carso assetato; l’accompagneremo, con vero delirio ed esaltazione, nella sua fermezza incrollabile di contro all’invasore là sul Piave, che, come disse il D’Annunzio, (lo ricordate?) “è maschio nella tradizione dei Veneti, maschio nella venerazione di tutti gl’Italiani ed oggi è la vena maestra della nostra vita, la vena profonda nel cuore della patria” (Cerri 1918, pp. 6-7).

Scuola, guerra, patria. Storia. In questi giorni le parole chiave del libro della professoressa Cerri risuonano in modo allarmante. La guerra come male necessario – ma poi anche come non poi così male.

La guerra è un fatto orribile, odioso, ma badate, vi sono paci più odiose della guerra. Quali? Le paci che consumano a fuoco lento i popoli, le paci di cui una nazione approfitta, mentre le altre vicine vedono soffocate in esse tutte le proprie energie economiche e morali, le paci, in cui i lavoratori muoiono, non tutti in un giorno sul campo di battaglia, ma estenuati, giorno per giorno, dalla fame, massacrati nei tumulti civili, abbrutiti dalla miseria e dall’ignoranza; le paci, da cui i paesi non sono devastati in un giorno solo, salvo a rifarsi in alcuni anni, ma sono esauriti ora per ora, momento per momento e resi incapaci per secoli di rialzarsi. A queste paci è preferibile mille volte, per una Nazione, la guerra, che ha pur qualche cosa di buono se riesce ad elevare le anime dalle mediocri concezioni della vita, individualmente egoistica, alle nobili esaltazioni di quei sacrifici che si fanno pel vantaggio collettivo della gente a cui si appartiene e della comune Patria, il cui amore persuade ed incita a miracoli tutti i suoi figli. Oh, sarebbe davvero desiabile che il mitico tempio di Giano stesse eternamente chiuso e la pace allietasse sempre gli uomini dei suoi più giocondi sorrisi, ma è fatale, purtroppo che ogni tanto le sue porte si aprano e queste o quelle terre ardano d’immensi incendi e rosseggino di sangue. Ché la guerra è una triste necessità, della quale, in certi casi, non si può fare a meno!

Non se ne può fare a meno, anche se ciò comporta non solo morti ma anche tutto il resto.

E, purtroppo, la guerra continuerà ancora a spargere il terrore su l’Europa; innumerevoli madri, innumerevoli spose saranno ancora in lacrime; migliaia e migliaia di uomini cadranno morti, su questo o su quell’altro campo di battaglia, altre migliaia si trascineranno malvivi sui loro arti sanguinanti, ma non monta: bisogna continuare! Il sangue versato per la Patria non è inutile; esso giova a dare nobili esempi di sublimi ricordi alla storia e a surrogare l’acqua santa per il battesimo di quanti eroi nascono a prendere il posto degli eroi che cadono sul campo di battaglia. Continui per ora dunque la guerra, parleremo di pace allorché cesseranno le ragioni del presente conflitto per la giustizia. L’Italia deve uscirne vittoriosa, non solo per piantare i trionfali segni della nostra bandiera là, sulle Alpi, non più violabili, ma deve vincere anche nell’interesse della pericolante civiltà e per difendere non solo la nostra, ma tutte le altre Patrie. Allora venga la Pace col suo ramo d’ulivo in mano (ivi, pp. 8-10).

Una guerra necessaria per difendere la “pericolante civiltà” e “che ha pur qualcosa di buono”.

Un passaggio molto indicativo e sempre attuale è quello sulle novità tecniche: quella che era iniziata con un’idea di guerra ottocentesca, ben presto si rivelò poco efficace. All’arte della guerra come l’avevano conosciuta finora, si era sostituita “la scienza costruttrice, la scienza distruggitrice” con armi sempre più sofisticate. “La macchina oscurava l’eroismo: alle granate bisognava rispondere con le granate”.

Quelli che seguono sono paragrafi che descrivono con una retorica agghiacciante le nuove armi: il cannone (“padrone dei mari, signore della terra”), l’obice, il mortaio (“nano colosso, rospo d’acciaio che rantola verso il cielo col gozzo aperto”), la bombarda (“figlia della temerità”), la mitragliatrice (“che le vite umane falcia a migliaia e delle coorti di assalitori fa un campo di cadaveri”), il fucile, la baionetta, la bomba a mano (“che balza fin nella trincea come belva sanguinaria”), i reticolati elettrici, la granata, lo shrapnel (“corolla di petali bianchi, che sboccia improvvisa nei cieli coll’urlo di tigre”), il siluro, la torpedine, il sottomarino, il dirigibile, il “velivolo, ala bianca dell’uomo”. “Ma su tutte le armi della terra, del mare e del cielo si levò quella che ogni altra supera in potenza: il saldo cuore nel petto degli alleati”.

Il cenno al fucile “amico dell’uomo, che con lui dorme e con lui veglia” richiama alla nostra mente i versi di Ungaretti, che soldato lo fu per davvero, in particolare Veglia, dalla raccolta L’Allegria (poi pubblicata nel 1931):

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Rivediamo nella parola shrapnel la tragedia non solo dei morti dilaniati nelle trincee ma anche di quelli che, sopravvissuti, porteranno con sé per il resto della vita, dentro la testa e nei corpi le conseguenze di quella esperienza, come quelle descritte da Woolf e Hemingway. Nella descrizione quasi compiaciuta delle magnifiche innovazioni belliche non c’è vera pietà per quegli esseri umani che nel frattempo venivano sacrificati. Del resto, dirà nelle lezioni successive (Cerri 1918, pp. 113-4):

L’ascesa e la discesa nelle vie della civiltà; la vittoria di un fattore sociale e la disfatta di un altro. E così la guerra si presenta a noi, non solo come la più antica e la più spontanea delle industrie, ma siccome la fecondatrice di ogni altra, la prova instancabile dell’ingegno umano. Ecco un’industria guerriera metallurgica la quale deve, specialmente, alle esigenze belliche le sue origini ed i suoi progressi. E chi può dire degli innumerevoli congegni di macchine, la cui potenza è incredibile!

L’industria bellica viene considerata alla stessa stregua se non più nobile (perché più utile) di tutte le altre. E sembra di sentire parole che solo qualche anno fa sembravano diventate inconcepibili e a cui invece sembra ci siamo improvvisamente assuefatti in questi giorni.

Segue un elogio della chimica, che “rende e renderà sempre, servizii incalcolabili alla guerra”, tra cui quello di “fornirle polveri infumi ed esplosivi ultrapotenti”. Parole che fanno rabbrividire, se pensiamo all’yprite e alle sue innumerevoli vittime, oltre che agli stupefacenti utilizzati per stordire i soldati e renderli docili agli ordini — questo solo per rimanere al primo conflitto mondiale.

In altri capitoli, l’autrice si sofferma sulle vicende dell’Adriatico e di Trieste da liberare dall’invasore austriaco, ripercorrendone le vicende dai Romani in poi, che la fanno ovviamente e senza dubbio tutta e solo italiana. I riferimenti letterari, qui e in tutto il libro, abbondano, da Dante (sua antica passione, vedi Cerri 1905) a D’Annunzio, passando per Berchet e Carducci. La letteratura, la musica, la storia, la scienza e il progresso tecnico: tutto viene piegato a giustificare una guerra che nel frattempo produceva morti, epidemie, miseria.

Seguono poi esempi della stessa Chiesa e del clero riletti in chiave nazionalistica, persino “preghiere” piegate alle necessità contingenti che suonano oggi come bestemmie.

Leggere queste parole dense di retorica nazionalista e bellicista fa un certo effetto, le assonanze con i discorsi odierni appaiono tragiche. Ma forse è utile soffermarsi ancora, al termine di un capitolo in particolare in cui si esaltano le citazioni storiche e letterarie che incitano gli italiani (e le italiane) a credere nella guerra sacrosanta che stanno combattendo contro il nemico asburgico e teutonico:

Versi benedetti, che avete avuta così larga parte nella nostra educazione di donne e di cittadine, che siete confusi nella nostra coscienza con tutti gli esempi di virtù e grandezza che abbiamo ricevuti, che siete scolpiti nel nostro cuore, balenate ancora alla nostra mente, risuonate ancora sulle labbra della nuove legione di guerrieri, scintillanti di ferro, armati di pietà, perché tutti in piedi, corrano alla vita come alla morte, ripetendo l’inno del biondo Mameli:

“Fratelli d’Italia,
L’Italia s’è desta…”

Quello citato diventerà il nostro inno nazionale (noto come “Il canto degli italiani”) solo dopo un’altra guerra mondiale: proviene dal Risorgimento e il ritornello si conclude con “Siam pronti alla morte”.

Più avanti Cerri parla della “nuova letteratura”, la “letteratura di guerra” preconizzata dal professor Zingarelli (il curatore del celebre dizionario, professore presso l’Università di Palermo) con queste parole: “La letteratura di guerra fornirà larga materia di studio agli storici futuri. Sono forme e atteggiamenti nuovi della nostra arte che rende voci e suoni inauditi, vasti fremiti di corde, squilli di tremendi metalli, gesta immani per estensione e per vibrazioni, portenti di meteore, voli stupefacenti, corse negli abissi del mare, insieme con colossali insidie e scherni e giubili e pianti di popoli” (nel “Giornale d’Italia”, 3 luglio 1916, citato in Cerri 1918, p.146).

Nell’orrore della guerra, che pure ammette, Anna Cerri indica però le “oasi di bene insperato”: dalle lettere e dai frammenti di diari, afferma, giungono episodi che rivelerebbero “il carattere, la pietà, l’eroismo” di uomini che “non sono caduti in basso, anzi sono stati innalzati”.

Ho detto questi uomini: chi son essi? Nostri compaesani, nostri concittadini, nostri fratelli; uomini che tante volte forse incontrammo per la via, ma che non ci erano additati per le loro qualità particolari. Ed ora ecco che messi lì, alla gran prova della guerra, con dinanzi a loro un dovere chiaro e incontestabile, fanno cose nobilissime, a cui non avevano mai pensato di giungere. [...] parlo infine di uomini che cambiano il lamento in un grido di evviva, pur in mezzo alle palle che fischiano loro dintorno. Oh, la guerra è una gran tragedia che ha in sé tanta sventura e ancora tanto eroismo e tanto trionfo!

Il pensiero corre qui per contrasto alla testimonianza della disfatta di Caporetto scritta da Vincenzo Rabito nel suo memoriale Terramatta:

Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tutte macillaie, tante boia, e io stesso diceva: “Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnefice in quella matenata di ottobre? Che io, durante tutta la guerra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche povero cechino ferito, se ci si poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in questa mattina del 28 ottobre era deventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu proprio in queste sanguinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore miletare (Rabito, 2007, pp. 112-113).

In questo clima non poteva mancare l’esaltazione dei “grandi uomini politici” e della monarchia sabauda. Fanno quasi sorridere, noi che leggiamo a più di un secolo e a più di una guerra di distanza, le parole che vengono riportate sui membri di Casa Savoia:

La Regina Elena a chi le faceva osservare i rischi che corrono continuamente sul campo i principi Sabaudi rispondeva: “Mi duole solo che mio figlio [il futuro Umberto II] non abbia l’età per correre al fronte” (Cerri, 1918, p. 184).

Ancora più sarcastico appare alla nostra lettura di posteri il paragrafo dedicato a Vittorio Emanuele III, “il primo soldato d’Italia” immaginato nel campo di battaglia mentre mormora: “Tutti prodi, ma i Siciliani sono i primi soldati d’Italia”.

Infine, ma proprio infine, ecco la parte dedicata ai soldati, soprattutto i giovani, martiri della libertà.

Oh, l’Italia è il paese che vanta più martiri per la libertà: e fra questi primi vengono i giovani, ché la Patria:

“Del miglior sangue
fa le sue rugiade”

La gioventù prepara l’avvenire; essa è il vulcano che contiene in sé la lava destinata a formare i vivi della novella storia. Nella gioventù l’idea si trasforma in sentimento; il sentimento in entusiasmo, e questo crea la forza indomita, irresistibile a cui tutto cede: e l’idea trionfa.

Ecco perché ancor oggi la causa d’Italia fu assunta specialmente dai giovani che, dal 1915, hanno con mano ardita riaperta la storia del martirologio italiano che è la più bella e solamente può trovare riscontro in quella del martirologio cristiano.

Ma non furono solo a ciò i giovani e gli studenti, anche i Maestri e gli Insegnanti [...] (ivi, pp. 244-5).

“Siam pronti alla morte”, per l’appunto. Questo bisogna inculcare nelle giovani menti: chi meglio degli insegnanti può svolgere questo compito?

Caporetto non viene mai nominata, ovviamente. Non si fanno numeri dei morti, si devono mettere a tacere le tentazioni disfattiste. Cerri guarda al futuro: un futuro che sarebbe arrivato nel novembre successivo con l’armistizio, ma lei non poteva saperlo. Il futuro a cui teneva era giustamente quello delle sue allieve, future insegnanti.

E la Patria si volge alla scuola perché continui nella sua magnifica, instancabile opera di propaganda, che gli insegnanti invero, dai professori dell’Università a quelli delle medie, dai maestri elementari a quelli dei giardini d’infanzia, formarono, senza distinzione di grado, un esercito di combattenti, che non furono meno utili di quelli al fronte, giacché seppero farsi banditori del verbo nazionale. Parlo a voi, giovanette, che forse domani entrerete nella scuola, non più come alunne ma come maestre; se qui in queste mura, dalla vostra Direttrice, cui sì rossa fiamma d’amor patrio scalda l’animo, se da’ miei valorosi colleghi, se dalla mia modesta parola, avete appresa la santità della nostra guerra e i doveri ch’essa prescrive, vi varrete, certo di tutto il prestigio della vostra missione, per operare grandi cose in pro dell’Italia ora e sempre.

Diffondete le massime, le nozioni, che ci sono state fornite, sostenete i deboli che vacillano, abbiate parole sagge ed opportune; ad un lamento sussurrato rispondete con la ferma e dolce parola della rassegnazione. E persuadete chi impreca contro la guerra che appunto per far cessare, una buona volta, tanta bufera bisogna resistere e fiaccare chi osò scatenarla per primo. Alle solerti massaie dite che sopportino e facciano sopportare anche le privazioni e i sacrifici più duri. Non vi prenda sdegno di penetrare anche nelle case più misere per condurre verso la luce anche chi brancola fra le tenebre, mescolatevi alla povera gente ignorante, infondete nei cuori trepidi la forza per la prova e la resistenza suprema. La scuola sarà così il vostro regno e più ancora la vostra palestra (ivi, pp. 276-7).

La cultura della guerra e della morte, quella che vede la necessità e addirittura la “bellezza” delle armi, si nutre di parole e di idee e a sua volta genera parole e idee che si concretizzano in azioni. Di generazione in generazione.

Cerri aveva ragione: ciò che mangiamo e beviamo con occhi e orecchie, sin da piccoli, fa di noi gli adulti che siamo. Fece di quella generazione che stava crescendo nel 1918 il terreno di coltura del fascismo appena dietro l’angolo. E tutto ciò nonostante nei tre anni precedenti la professoressa e le sue alunne avessero visto con i propri occhi (quando non subito in prima persona) le condizioni miserrime delle famiglie dei soldati al fronte, dei reduci che tornavano dai campi di battaglia, mutilati e invalidi, le miriadi di orfani che venivano soccorsi di fatto solo dalla Croce Rossa e dalla beneficenza privata di qualche patronessa facoltosa e di alcuni religiosi e religiose (vedi Alleanza femminile italiana, 1917). Tra le principali conseguenze del primo conflitto mondiale vi fu infatti il proliferare di istituzioni di beneficenza a favore di orfani, mutilati di guerra, bambini abbandonati, malati di tubercolosi e altre malattie infettive, segno della consistenza numerica del problema sociale e medico ma anche della sostanziale incapacità dello Stato di farsi carico della situazione.

In quegli stessi mesi e nei mesi successivi a queste “ore patriottiche” (e ancor di più dalla fine del conflitto), le insegnanti degli asili rurali e urbani di Palermo entravano in sciopero per le condizioni indegne dei loro stipendi che le costringevano letteralmente alla fame.

D’altro canto, tutto questo veniva da lontano: arrivava a sua volta dal nazionalismo presente in Italia sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento, che stravolgeva il Risorgimento per piegarlo agli interessi contingenti. La Prima guerra mondiale – spesso tendiamo a dimenticarlo – veniva dopo le guerre di conquista coloniale in Africa, l’ultima delle quali era quella italo-turca, del 1911-2: una guerra che, chissà perché, tendiamo a rimuovere dalla memoria, scoppiata mentre a Palermo infuriava l’ennesima epidemia di colera. Una lunga striscia di sangue giustificata dal cosiddetto “amor patrio” che altro non era che nazionalismo, esattamente come avveniva nel resto d’Europa.

Il tono della letteratura per adulti e soprattutto per l’infanzia era quello da decenni: se bisognava fare gli Italiani, bisognava farli in modo che fossero disposti a morire, possibilmente senza discutere, per la Patria (anche questa da consolidare). A questo era funzionale la scuola, non meno dell’arte e della cultura in ogni sua articolazione. Il libro Cuore rappresentava solo la punta dell’iceberg della retorica nazionalista.

Infine, Cerri – che pure insegnava da tanti anni in un istituto che era stato all’avanguardia per l’emancipazione femminile – pone l’accento su un altro elemento cruciale: il ruolo delle donne. La donna infatti – scrive – rimanendo a casa, deve contribuire alla causa imparando a “sapersi sacrificare senza pianto”, perché è così che ogni marito, figlio, fratello al fronte può trarre forza e coraggio per l’azione. Non sfugge però alla professoressa (che aveva dedicato tutta la propria vita all’insegnamento e alla scrittura) che “la guerra chiama altresì la donna fuori dal focolare [...] perché non si arresti la vita civile [...] ad opere morali e materiali” e soprattutto “alle opere di pietà più alta e ingegnosa”: insomma, il massimo a cui poteva aspirare la donna in tempo di guerra era essere infermiera. Cerri dice alle sue ragazze che sì, il loro intervento in questo momento può essere necessario fuori di casa, ma che non si mettano in testa che questo duri per sempre. Se proprio vogliono lavorare fuori, che facciano quello per cui sono nate: il lavoro di cura, che è sicuramente una delle forme più alte di amore, ma non si capisce perché debba essere riservato solo alle donne, come se gli uomini non potessero essere capaci di questo tipo di azioni (vedi in proposito Magnasciutti, 2015).

Nazionalismo, militarismo, paternalismo, patriarcato. Questo il compito che lo Stato (allora il Regno d’Italia) affidava alla Scuola.

Il risultato?

Secondo le stime più recenti, le vittime tra i militari del Regio esercito furono 689 mila, oltre a un numero stimato di un milione di feriti, di cui 700 mila invalidi. I militari austro-ungarici sul solo fronte italiano furono circa 400 mila, più un milione e 200 mila feriti. E poi ci sono i civili.

Il totale dei morti civili dell’Italia per ogni causa è stimato in circa 589.000 vittime, principalmente causate da malnutrizione e carenze alimentari, cui sommare altri 432.000 morti da imputare all’influenza spagnola esplosa verso la fine delle ostilità. Solo una frazione minima di tale cifra è stata provocata direttamente da azioni militari: 3400, di cui 2293 periti in attacchi contro navi, 958 in bombardamenti aerei e 147 in bombardamenti navali. Una stima delle vittime civili austro-ungariche durante tutto il conflitto ammonta a 467 000 morti “attribuibili alla guerra”, principalmente causati da malnutrizione (dalla voce Fronte italiano 1915-1918 su Wikipedia).

Quello che successe al termine della Grande guerra è — come si suol dire — “Storia”. La Storia che (non) solo l’Occidente conosce (come recita l’inizio della premessa del capitolo dedicato alla Storia delle Indicazioni Nazionali 2025, p.53): infatti ne piangiamo ancora oggi le conseguenze in tutte le parti del mondo. I conflitti di oggi non sono che gli ultimi anelli di una catena di guerre cominciate molti secoli prima, e questo vale per tutti i conflitti del pianeta.

Le radici ideologiche del nazionalismo sono in un certo senso connaturate alla nascita degli stati nazionali, ma questo tendiamo a dimenticarlo facilmente, anzi: a ondate più o meno regolari, chi governa chiede più o meno esplicitamente di rinnovare lo spirito patriottico, intendendo con questo implicitamente lo spirito nazionalista e suprematista (e “francamente razzista”, si sarebbe detto come ammissione esplicita di cui in altri tempi i fascisti amavano persino vantarsi). Italiano, europeo, occidentale. E il resto del pianeta non conta se non quando è funzionale alla “nostra storia nazionale”. Le “piccole vedette lombarde” tornano sempre in auge, allora come adesso (vedi Indicazioni nazionali 2025, p. 56).

Ma, per fortuna, c’è stata anche un’altra storia, altre storie. Contemporaneamente ad Annetta Cerri, esistevano giovani che si opponevano all’inutile strage, molti proprio perché l’avevano vissuta o vista con i propri occhi. Penso ad Erich Maria Remarque, solo per citare uno dei “nemici”, ma anche agli episodi della cosiddetta “Tregua di Natale” (Galméz, 2023; Riordan, 2023) che furono numerosi fra le truppe e furono tutti repressi dagli ufficiali (rimanendo perciò nascosti per decenni).

Penso a quei tantissimi soldati che si rifiutarono di eseguire gli ordini, che disertarono e furono imprigionati e fucilati. Penso alle canzoni popolari, ai film e ai libri che hanno raccontato queste storie nei decenni successivi: in particolare a due opere diversissime tra loro, il Cuore di Luigi Comencini (miniserie RAI, 1984) che inserisce il racconto di Enrico Bottini nella cornice proprio della Grande Guerra, con un finale indimenticabile che dà un significato totalmente nuovo a tutta la retorica di De Amicis, e a Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick (1957).

Penso alla mia esperienza di lettrice scolara nei primi anni Ottanta, quando nel libro di lettura (di cui purtroppo non ricordo il titolo) scoprii le testimonianze di biglietti e lettere dei soldati delle trincee: quelle parole a matita in un italiano incerto hanno lasciato in me un’impressione vivida che ha sicuramente influito sulla mia crescita e sulle mie scelte.

Esisteva anche, in quegli anni come ancora adesso, un desiderio di pace, di giustizia e di fratellanza per tutti gli esseri umani. Un desiderio difficile, che va educato: da qui il bisogno di educazione al dialogo tra le persone e i popoli che sempre, come un fiume carsico, riemerge e si fa strada, una educazione alla nonviolenza che è anche una storia della nonviolenza.

Mi vengono in mente anche un paio di esempi di letteratura per l’infanzia del periodo precedente alla Grande guerra. Il primo è un racconto di Kenneth Grahame dal titolo The Reluctant Dragon, scritto nel 1898, in cui San Giorgio, grazie a un ragazzino che si offre da mediatore, scopre che in realtà il drago non è così cattivo come lo dipingono, anzi: è un artista, un aspirante poeta, è vegetariano, sorseggia il tè – un drago disarmato, quindi, che riesce a disarmare anche il cavaliere. Il secondo esempio è il nostrano Giornalino di Gian Burrasca, scritto da Vamba nel 1905: una sorta di versione di Franti ironica e dirompente, che smaschera l’ipocrisia degli adulti e del sistema scolastico coercitivo. Questi esempi dimostrano proprio che lì dove la letteratura per i bambini era riuscita ad affrancarsi dal compito esplicitamente educativo poteva portare invece semi di pensiero autonomo, senza timore di apparire “anarchici” o “antipatriottici”. Interessante notare che la versione più nota de Il drago riluttante è quella del cortometraggio realizzato negli studi Disney proprio all’alba della Seconda guerra mondiale.

Il popolo, nella concezione di alcuni governanti, è rimasto ancora un bambino da educare (Gibelli, 2005), anzi, da affascinare con belle storie che lo spingano a esser pronto alla morte: “Noi siamo i buoni perciò/abbiamo sempre ragione/andiamo dritti verso la gloria”, come cantava in modo efficacissimo Edoardo Bennato ne In fila per tre.

Forse è ora di chiedere tutti, a gran voce e senza paura, che, invece dell’unica narrazione della storia come una lunga sfilza di guerre che costruiscono nazioni e fantomatici quanto labili ricchezze, si possa scrivere, insegnare e apprendere un modo diverso di fare valere le proprie ragioni: una storia delle lotte pacifiche per la conquista dei diritti, fatta non di uomini e donne solitari, ma soprattutto di comunità che insieme resistono alla violenza e operano per una pace giusta ed efficace ogni giorno.

Questa era la strada, ad esempio, che aveva scelto Michela Murgia nel suo Noi siamo tempesta (Murgia, 2019): “storie senza eroe”, come recita il sottotitolo. Potremmo raccontare la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la nascita del servizio civile, o quella degli “scioperi al contrario” promossi da Danilo Dolci nelle campagne siciliane degli anni cinquanta e sessanta.

Potremmo finalmente chiedere che venga dato maggiore spazio, e quindi riconoscimento, nello studio della storia italiana a scuola, anche alle proteste pacifiche represse nel sangue dai rappresentanti dello Stato, dalle cannonate di Bava Beccaris e la soppressione dei Fasci siciliani, fino alla famigerata vicenda della Scuola Diaz al G8 di Genova.

L’esempio dei movimenti per i diritti civili, delle forme di resistenza pacifica può e deve continuare a ispirare adulti e ragazzi a pensare che un altro mondo è possibile, nonostante i mezzi di informazione facciano di tutto per assicurarci del contrario.

I nostri governi dovrebbero rendersi conto che limitare le possibilità di lotta nonviolenta (vedi il cosiddetto Decreto Sicurezza, legge 4.4.2025, che ha attirato anche le critiche dell’Onu e da ultimo i rilievi della Cassazione) avrà un effetto devastante: i cittadini e le cittadine reagiranno comunque a ciò che percepiscono come ingiusto nel modo in cui saranno indotti a farlo, vale a dire che è prevedibile che aumenteranno, da un lato, gli scontri violenti e, dall’altro, l’isolamento sociale e il disinteresse verso il bene comune. Le conseguenze sono già sotto i nostri occhi.

Possiamo e dobbiamo iniziare a dire ad alta voce che vi è una differenza sostanziale tra l’esser “pronti alla morte” e essere disposti a “dare la vita”: è un cambio di prospettiva che dovrebbe trovare riflesso nel nostro linguaggio. Chi è disposto a dare la vita per gli altri non muore, anzi genera altra vita: è una constatazione che credo valga per tutti, non solo per i credenti, e vuole significare essere portatore di progetti di vita.

Il disarmo auspicato a livello mondiale deve iniziare da ciascuno di noi, dal nostro modo di guardare alle persone (l’altro è un nemico, un usurpatore, una minaccia o un essere umano come me?), dal nostro modo di parlare e di agire ogni giorno. Quello che accade quando questo atteggiamento incontra un’arma qualsiasi è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

A questo disarmo dobbiamo cercare di allenarci anche (e soprattutto) se crediamo di essere dalla parte giusta: proprio quando siamo animati dagli ideali più nobili, non siamo immuni dal desiderio di sopraffare o mettere a tacere l’altro. In questo senso opera, dal 2016, l’associazione Parole stili (paroleostili.it).

Se qualcuno pensasse che tutto ciò sia “antipatriottico”, potremmo obiettare che l’amore per la Terra che abitiamo non dovrebbe conoscere confini, dovrebbe anzi allargarsi all’universo intero e non come mero anelito utopistico: “nostra Patria è il mondo intero” può e deve significare, oggi, aumentare la propria consapevolezza sociale ed ecologica, traducendola nel contrasto all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, con tutto quello che ne consegue.

Significa attuare nel quotidiano l’articolo 11 della nostra Costituzione:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Si tratta di un delicato lavoro di resistenza e di liberazione che non ha mai fine: liberazione dalla violenza che è dentro di noi.

La sensazione di impotenza che proviamo tutti non deve prevalere. Dobbiamo pur continuare a fare qualcosa.

Come ricercatori e storici, possiamo favorire la conoscenza di tutte quelle storie scartate dalla Storia rendendo possibile l’apprendimento della Storia “come se i poveri, le donne e i bambini contassero qualcosa” (Brazier, 2001).

Come artisti, intellettuali, comunicatori, possiamo accrescere la consapevolezza che un altro mondo è veramente possibile e abbiamo il dovere di raccontarlo: cercare, raccogliere, diffondere semi di bellezza che sono presenti, sempre, anche nella situazione più catastrofica. Basti per questo ricordare le parole di Anne Frank e di Etty Hillesum per convincersene.

Come insegnanti e formatori, dovremmo conoscere, studiare e diffondere opere di donne e uomini che hanno percorso sentieri di non violenza, studiare movimenti e modelli educativi che nelle diverse epoche storiche (soprattutto, ma non solo, nel secondo dopoguerra) e in diverse parti del mondo hanno contribuito a costruire umanità, invece di distruggerla. Hanno dato la vita, appunto, per costruire un mondo in cui sia più umano vivere (Gozzo, 2025).

Come esseri umani, infine, per dirla con Italo Calvino nella celebre ultima riga de Le città invisibili, si tratta di “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

A cosa deve servire quello che studiamo a scuola? Che cosa dobbiamo “mettere in testa” ai nostri figli, alle nostre figlie, ai nostri nipoti, alle nostre nipoti? A cosa scegliamo di dare spazio nel nostro fare scuola? Ecco, forse continuare a riflettere insieme su questo ci farà bene.

Riferimenti bibliografici

Alleanza femminile italiana, Comitato di Palermo, Sezione II, Assistenza ai bambini dei richiamati, Relazione del Primo Periodo - giugno 1915 - settembre 1916, Tipografia Matematica, Palermo 1917, url: teca.bncf.firenze.sbn.it/ImageViewer/servlet/ImageViewer?idr=BNCF00004165189.

Brazier C., Insegnare la storia come se i poveri, le donne e i bambini contassero qualcosa, a cura di C. Economi e A. Nanni, trad. F. Tibone, Sonda, Torino 2001.

Cerri A., Il poema di Dante nella Scuola Normale: conferenza di Annetta Cerri nella grande sala Margherita dell’educatorio Whitaker, 22 maggio 1900, Tip. Fiore, Palermo 1905.

Cerri A., L’ora patriottica nella scuola normale pareggiata Whitaker, Bemporad, Firenze 1918.

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Gibelli A., Il popolo bambino, Einaudi, Torino 2005.

Gozzo A., Per una scuola di pace: promuovere l’educazione nonviolenta attraverso storia e pratiche scolastiche in “La Ricerca”, 27, 2025, url: laricerca.loescher.it/per-una-scuola-di-pace.

Grahame K., L’età d’oro, trad. di A. Motti, Adelphi, Torino, 1984.

Magnasciutti F., L’altro fronte. 1915-2015. La grande guerra delle donne, Lapis, Roma 2015.

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Murgia M., Noi siamo tempesta, Salani, Milano 2019.

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Vamba, Il Giornalino di Gian Burrasca. Rivisto, corretto e completato, Bemporad, Firenze 1912.

L’autrice

Adele Cammarata dal 1996 lavora come insegnante di scuola primaria in diversi istituti palermitani. Ha conseguito la laurea in Lingue e letterature europee presso l’Università di Palermo, con una tesi sulla traduzione dei giochi linguistici di Alice in Wonderland. Ha scritto due albi illustrati e due romanzi per ragazzi: Un Safari in città e Costanza e l’incanto di Atlante (Splēn). Sperimenta varie forme artistiche. I suoi temi più cari sono la memoria e i luoghi della città in cui vive.