Studiare le mafie. Un percorso per il Liceo delle Scienze Umane e il Liceo Economico-Sociale
DOI: 10.5281/zenodo.18730389 | PDF
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Indice
- Presentazione
- Obiettivi
- Studiare le mafie
- Una definizione di mafia
- Le mafie italiane
- Le mafie italiane sulla scena internazionale
- I modelli organizzativi
- Mafie e classi sociali
- I riti di affiliazione
- Mafia e contesto sociale
- Aspetti culturali
- Interpretazioni della mafia
- La lotta alla mafia
- Figure dell’antimafia
- Bibliografia essenziale
- Sitografia
- Laboratorio
Presentazione
Il Liceo delle Scienze Umane (LSU) nasce in Italia con la riforma Gelmini, dopo la chiusura degli Istituti Magistrali e varie sperimentazioni che allineavano il percorso di studi in campo pedagogico-sociale a quello quinquennale degli altri licei, la più significativa delle quali è il Liceo socio-psico-pedagogico del Progetto Brocca (1992-2010).
L’articolo 9, comma 1 della riforma Gelmini così presenta il nuovo Liceo:
Il percorso del liceo delle scienze umane è indirizzato allo studio delle teorie esplicative dei fenomeni collegati alla costruzione dell’identità personale e delle relazioni umane e sociali. Guida lo studente ad approfondire e a sviluppare le conoscenze e le abilità e a maturare le competenze necessarie per cogliere la complessità e la specificità dei processi formativi. Assicura la padronanza dei linguaggi, delle metodologie e delle tecniche di indagine nel campo delle scienze umane (D.P.R. 15.03.2010, n. 89, art. 9 comma 1).
Nel successivo comma 2 è presentata la cosiddetta opzione economico-sociale, che da tempo si preferisce chiamare Liceo Economico Sociale (LES), e “che fornisce allo studente competenze particolarmente avanzate negli studi afferenti alle scienze giuridiche, economiche e sociali”.
Se ogni indirizzo scolastico ha la finalità di formare gli studenti alla comprensione della realtà sociale, questo si può dire in particolare per questi due indirizzi liceali. Nella sezione Profilo generale e competenze delle Indicazioni Nazionali si legge che l’insegnamento delle Scienze Umane dovrà, tra l’altro, condurre lo studente a “acquisire le competenze necessarie per comprendere le dinamiche proprie della realtà sociale, con particolare attenzione ai fenomeni educativi e ai processi formativi formali e non, ai servizi alla persona, al mondo del lavoro, ai fenomeni interculturali e ai contesti della convivenza e della costruzione della cittadinanza” (corsivo mio). E tuttavia sembra che la comprensione del fenomeno mafioso non rientri tra i suoi obiettivi. Tra i temi da affrontare nel quinto anno del Liceo delle Scienze Umane, nell’ambito delle lezioni di sociologia, rientrano temi come “l’istituzione, la socializzazione, la devianza, la mobilità sociale, la comunicazione e i mezzi di comunicazione di massa, la secolarizzazione, la critica della società di massa, la società totalitaria, la società democratica, i processi di globalizzazione”, ma non è espressamente indicata la mafia, che pure è legata a diversi di questi temi, come la devianza, la società democratica e la globalizzazione.
Tale assenza si riflette anche sui manuali, che pure non mancano spesso di offrire percorsi originali, in aggiunta ai temi presenti nelle Indicazioni Nazionali. Solo qualche esempio, non essendo qui possibile né opportuna una ricognizione sistematica dei manuali di Scienze Umane. Il manuale Orizzonte Scienze Umane di Elisabetta Clemente e Rossella Danieli (Sanoma/Paravia), per l’opzione Economico Sociale, prevede nella sezione Scienze Umane in dialogo interessanti percorsi interdisciplinari sull’alimentazione, il consumo, Internet, le periferie, il tempo libero e l’impresa giovanile, ma nessuna trattazione specifica sulla mafia, alla quale è dedicata appena una infografica (Un potere non ufficiale: il fenomeno mafioso in Italia) nell’ambito dell’unità La politica: il potere, lo Stato, il Cittadino. Nel più recente Le sfide delle Scienze Umane, di Adriano Favole e Giovanni Semi, la mafia è trattata tra gli approfondimenti legati agli obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare all’obiettivo 16 (Pace, giustizia e istituzioni solide): quattro pagine, comprensive della copertina. Assolutamente insufficienti per giungere a una conoscenza non superficiale del fenomeno mafioso, ma anche per comprendere l’apporto che ad essa possono fornire le Scienze Umane.
Non va diversamente con l’altra editrice leader nel settore scolastico, la Zanichelli. Nel manuale Essere umani di Vincenzo Rega e Maria Nasti è presente, nel volume del secondo biennio, una scheda sulla mafia di Educazione Civica – due pagine comprensive di compito di realtà – anch’essa legata all’obiettivo 16 dell’Agenda 2030. Manca qualsiasi trattazione del tema, invece, nel volume del quinto anno.
La mafia, dunque, è assente; quando compare, è solo come tema di Educazione Civica. Ma, si direbbe, resta un tema comunque marginale, che non coinvolge in modo particolarmente significativo le Scienze Umane.
Il percorso che qui presento nasce dalla convinzione che uno studio approfondito del fenomeno mafioso, che dovrebbe essere sempre una delle finalità principali della scuola italiana, non possa che essere centrale in un LSU/LES, per le caratteristiche che abbiamo visto.
Le pagine che seguono nascono da materiale preparato per una mia classe quinta della sezione LES del Liceo “Piccolomini”. Integrano l’apporto della Sociologia e dell’Antropologia, ma presentano anche attività legate alla Metodologia della ricerca e tematiche educative. Possono dunque essere impiegate sia al LES che al LSU.
Obiettivi
Al termine del percorso, la studentessa dovrebbe essere in grado di:
– riconoscere le principali caratteristiche storiche e organizzative delle mafie italiane e le trasformazioni che esse hanno subito nel tempo;
– comprendere come fattori economici, culturali, politici e simbolici interagiscono nella nascita e nella persistenza dei fenomeni mafiosi;
– analizzare criticamente le rappresentazioni sociali e mediatiche della mafia, distinguendo tra narrazione mitica e interpretazione scientifica;
– individuare i legami tra il fenomeno mafioso e i temi centrali delle Scienze Umane: la devianza, l’identità, il potere, la socializzazione, la cultura;
– riconoscere il valore educativo e civile delle esperienze di contrasto alla mafia, in connessione con gli obiettivi dell’Agenda 2030;
– sviluppare un atteggiamento di ricerca e di cittadinanza consapevole, capace di coniugare analisi empirica e riflessione etica.
1. Studiare le mafie
Le difficoltà di uno studio sociologico e antropologico della mafia sono molte. Si tratta di organizzazioni chiuse, che non mancano di manifestarsi e di farsi perfino pubblicità, ma le cui dinamiche interne sono sottratte allo sguardo pubblico. Naturalmente non sono poche le realtà simili. La differenza è che se in altri casi è possibile ricorrere all’osservazione partecipante, nel caso della mafia infiltrarsi per osservare le organizzazioni dal di dentro non è una via praticabile.
Una fonte preziosa di informazioni è rappresentata dalle indagini della magistratura, per le quali a loro volta sono fondamentali le confessioni dei pentiti di mafia. Quello che sappiamo sull’organizzazione attuale di Cosa Nostra, ad esempio, viene in gran parte della rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta. Altri documenti importanti sono i pizzinni, foglietti di carta usati dai boss mafiosi per far giungere comunicati e ordini agli affiliati. Interessanti sono anche, come vedremo, alcune espressioni musicali che celebrano i valori delle cosche mafiose e ne giustificano o perfino esaltano le azioni, così come molto materiale utile, e ancora poco studiato, proviene dai più diffusi social network, che hanno un ruolo sempre più rilevante nella riproduzione della cultura mafiosa.
Quando si approcciano a una realtà sociale o culturale, il sociologo e l’antropologo cercano di sospendere il giudizio, di non esprimere valutazioni morali e di comprendere la realtà dall’interno. Nel caso della mafia questo sforzo si scontra con l’evidenza di avere a che fare con forme organizzative e culturali che rappresentano un male oggettivo; forte è il rischio, cercando di comprenderle, di finire per giustificare ciò che non è giustificabile.
2. Una definizione di mafia
Benché i giornali parlino ogni giorno di mafia, definire esattamente cosa essa sia e in che modo si differenzi da altre organizzazioni criminali non è facile. Un punto di partenza può essere la legge. L’articolo 416-bis del Codice penale definisce come segue una associazione di tipo mafioso:
L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.
Troviamo qui alcune parole chiave fondamentali per comprendere il fenomeno. Un'organizzazione mafiosa è finalizzata all’ottenimento di profitti e vantaggi economici, ma questa è la caratteristica di qualsiasi organizzazione criminale. Che differenza c’è tra un gruppo mafioso e, ad esempio, il gruppo della fortunata serie televisiva La casa di carta, che in modo ingegnoso svaligia una banca? Hanno in comune il perseguimento di un illecito arricchimento, ma non gli altri elementi individuati da quell’articolo di legge. I protagonisti della serie non controllano il territorio, non assoggettano commercianti, artigiani e liberi professionisti e se anche le loro azioni possono suscitare qualche simpatia nell’opinione pubblica, non possono contare su un vero consenso sociale né avere la certezza che le loro attività saranno coperte da un atteggiamento omertoso.
Si può definire mafiosa, dunque, una organizzazione che persegua con mezzi violenti un illecito arricchimento controllando un territorio e contando su un certo consenso sociale. Caratteristica delle organizzazioni mafiose è anche la presenza di un sistema di affiliazione, con dei rituali e un codice comportamentale.
3. Le mafie italiane
L’origine della mafia è legata, nella stessa tradizione mafiosa, alla leggenda di tre fratelli cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che nel Quattrocento vennero esiliati sull’isola di Favignana per aver lavato con il sangue l’onore oltraggiato della sorella. Scontata la pena di trent’anni, Osso rimase in Sicilia, dove fondò la mafia, Mastrosso si spostò in Calabria, dando vita alla ‘ndrangheta e Carcagnosso raggiunse Napoli dove gettò le basi della camorra.
Naturalmente non c’è nulla di accertabile storicamente in questa storia, che però fa comprendere come le organizzazioni mafiose italiane, benché spesso in conflitto tra di loro, si riconoscano in una tradizione unitaria.
3.1. La mafia siciliana
Nell’immaginario collettivo la mafia siciliana, Cosa nostra, è la mafia per eccellenza. Le sue radici affondano nella Sicilia ottocentesca ancora feudale, nella quale un ruolo importante è svolto dai gabellotti, affittuari dei terreni che esercitavano la loro autorità sui contadini con metodi spesso violenti. Il loro ruolo non si limitava allo sfruttamento economico delle terre attraverso il controllo del lavoro dei braccianti; essi rappresentavano nelle campagne l’unica autorità percepita, in grado di mantenere l’ordine e di governare la vita collettiva.
Questa struttura sociale resiste ai cambiamenti e giunge intatta alle soglie del processo di unificazione. Lo storico britannico John Dickie comincia la sua imponente storia della mafia siciliana con un episodio del 1872. Siamo in un periodo di grande sviluppo del commercio di agrumi, usati dagli inglesi per aromatizzare il tè. Il chirurgo Gaspare Galati ha ereditato un agrumeto organizzato come una avanzata azienda agricola; presto però scopre che il guardiano del fondo ruba limoni e mandarini allo scopo di squalificare l’azienda per poterla acquistare a un prezzo vantaggioso. Il chirurgo licenzia il guardiano, ma l’uomo assunto in sua sostituzione viene ucciso dopo poco tempo. Una serie di lettere anonime lo avvisano che ha sbagliato a licenziare un “uomo d’onore’’. Galati si rivolge alla polizia, ma senza ottenere alcun sostegno. Comprende che dietro il guardiano c’è una organizzazione più vasta, legata a una confraternita religiosa. Constatata l’impossibilità di far valere i suoi diritti in un contesto omertoso, il chirurgo è costretto ad abbandonare i suoi beni e a fuggire a Napoli, mandando però un memorandum al ministro dell’Interno sulla sua vicenda. Scrive Dickie:
Racket della protezione, assassinio, dominio del territorio, competizione e collaborazione tra bande, e perfino un embrione di “codice d’onore”: dal memorandum del dottor Galati emergono elementi sufficienti per concludere che molti degli ingredienti centrali del metodo della mafia erano operativi negli agrumeti della Conca d’Oro gi`a nei primi anni Settanta dell’Ottocento. (Dickie, 2007, p. 21)
La mafia attuale è il risultato delle profonde trasformazioni che hanno investito la società italiana alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Paese fino ad allora agricolo, nel giro di pochi anni l’Italia si è industrializzata ed ha ottenuto una rapida crescita economica, che ha avuto conseguenze anche sulla vita sociale, con la diffusione del benessere e del consumismo. Legata strettamente alla società rurale siciliana, la mafia si trova ad attraversare un periodo di crisi, anche per via della riforma agraria che spezza i grandi latifondi (1950), oltre che per l’azione repressiva dello Stato (nel `56 viene introdotto il confino di polizia). Ma la mafia non scompare. I mafiosi vengono incorporati nel sistema di potere della Democrazia Cristiana (Arlacchi 2007, p. 84), il loro campo d’azione si sposta dalla campagna alla città e le attività si concentrano sull’edilizia, per trovare poi una lucrosa fonte di guadagni nel traffico di stupefacenti.
Nel 1957 avviene l’incontro tra la mafia siciliana e quella americana, guidata dal boss Lucky Luciano, in seguito al quale la mafia siciliana si dà una organizzazione verticistica, con la creazione di una commissione provinciale e di una commissione regionale, la cupola. Nel 1962 scoppia la cosiddetta prima guerra di mafia, tra i fratelli La Barbera, boss di Palermo centrale, ed altre famiglie, dovuta proprio alla volontà dei La Barbera di escludere le altre famiglie dalla cupola regionale e a divergenze riguardanti la vendita di una partita di eroina. Gli anni Settanta videro l’ascesa del boss corleonese Salvatore (Totò) Riina, che per ottenere il dominio incontrastato scatenò una sanguinosissima guerra contro i nemici interni – la seconda guerra di mafia – che fece circa mille vittime, tra cui il politico e sindacalista Pio La Torre e il generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.

La risposta dello Stato è l’introduzione nel Codice penale dell’articolo 416-bis, che come abbiamo visto definisce l’associazione mafiosa e che consente di impiantare nel 1986, anche grazie alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, il cosiddetto maxi-processo, che porta a 346 condanne di mafiosi. La reazione di Cosa Nostra è feroce. A marzo del 1992 viene ucciso Salvo Lima, politico siciliano vicino al senatore (e più volte capo del governo) Giulio Andreotti; il 23 maggio a Capaci, presso Palermo, vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre poliziotti della scorta; il 19 luglio in via D’Amelio a Palermo con un’autobomba vengono uccisi Paolo Borsellino e cinque poliziotti. Ma si tratta anche dell’inizio del declino: le due stragi suscitano un’ondata di indignazione nel Paese e spingono lo Stato a intensificare la lotta alla mafia, introducendo il carcere duro per i mafiosi con il cosiddetto 41-bis e con un impegno investigativo che l’anno seguente porta all’arresto di Totò Riina. Il boss Bernardo Provenzano viene catturato nel 2006. L’arresto a Palermo, nel gennaio del 2023, dell’ultimo grande boss latitante, Matteo Messina Denaro, dà un duplice segnale: da un lato rappresenta una ulteriore vittoria dello Stato sulla mafia, dall’altro fa riflettere il fatto che un superlatitante non avrebbe potuto nascondersi a Palermo senza una vasta rete di connivenza ed omertà.
Il 41-bis
Il regime del 41-bis, previsto dall’articolo 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario (Legge 354/1975) e ridefinito dalle successive modifiche introdotte dalla legge 356/1992 e dalla legge 279/2002, consente la sospensione delle regole ordinarie del trattamento penitenziario nei confronti dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata o ad organizzazioni terroristiche. Un detenuto in regime di carcere duro è chiuso in una cella singola e può socializzare in un gruppo di quattro detenuti complessivi; i detenuti che ricoprono posizioni di vertice nell’organizzazione sono esclusi da questi piccoli gruppi e possono socializzare solo con un altro detenuto. I colloqui sono ridotti a uno al mese e solo con membri della propria famiglia e il detenuto è sottoposto a un controllo costante. I dubbi su questa forma di carcerazione riguardano non solo la particolare condizione dei detenuti, che può apparire contraria alla dignità umana, ma anche il fatto che il detenuto possa uscirne dissociandosi dall’organizzazione e collaborando con la giustizia. In questo modo per i critici una simile carcerazione si configura come una “tortura democratica” (D’Elia, Turco, 1999), poiché infligge al detenuto sofferenze che hanno lo scopo di indurlo a dare informazioni agli inquirenti.
3.2. La ‘ndrangheta
La ‘ndrangheta è la mafia calabrese, considerata una delle organizzazioni criminali più potenti a livello mondiale. Come per la mafia siciliana è difficile individuarne l’esatta origine storica. Si ha notizia certa della presenza di organizzazioni criminali nei decenni successivi all’Unità, con la documentazione dei rituali di affiliazione, anche se vengono spesso usati termini come camorra o picciotteria. Sfuggente, capace di mimetizzarsi, la ‘ndrangheta salta alla ribalta della cronaca solo negli anni Settanta. Dopo essersi alimentata anche grazie agli investimenti statali in Calabria – soprattutto la costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria – la mafia calabrese dà il via ad una crudele stagione di sequestri di persona a scopo di estorsione, con lo scopo di acquisire la liquidità economica necessaria per fare il salto di qualità nei traffici criminali. Approfittando anche della crisi della mafia siciliana, essa entra nel traffico internazionale di droga, non senza però resistenza interne che portano alla prima guerra di 'ndrangheta, tra il 1974 e il 1977, che vede vincitore il clan De Stefano, sostenitore delle nuove attività criminali. Una seconda guerra scoppia tra il 1985 e il 1991 a causa del conflitto tra le varie cosche ('ndrine), inasprito dalla spartizione degli enormi guadagni legati al traffico internazionale di stupefacenti; termina dopo circa mille morti con la costituzione di una struttura verticistica simile a quella della mafia siciliana.
La ‘ndrangheta rappresenta oggi una realtà criminale solida, al centro dei traffici internazionali di droga, solidamente insediata anche nelle regioni del Nord Italia. A differenza della mafia siciliana ha sempre evitato lo scontro aperto con lo Stato e attentati eclatanti (pur non mancando di uccidere uomini politici scomodi), in qualche modo mimetizzandosi e penetrando con grande abilità nel mondo imprenditoriale e istituzionale, anche grazie al legame con la massoneria. L’incontro annuale dei vertici dell’organizzazione avviene a settembre al santuario della Madonna di Polsi (San Luca, comune della città metropolitana di Reggio Calabria).
3.3. La camorra
Se le origini di Cosa nostra sono legate al mondo rurale siciliano, la camorra è fin dall’inizio un fenomeno criminale cittadino. Alcune tesi la fanno risalire alla Napoli del Cinquecento, governata dagli spagnoli; certo essa era già una realtà consolidata a Napoli ai tempi dell’Unità. Nel 1892 attirarono l’attenzione nazionale i funerali fastosi del camorrista Ciccio Cappuccio, detto ‘O Signorino, figura quasi venerata dal popolo e rispettata anche dalle autorità civili. Nel 1911 si svolse a Viterbo un vero e proprio maxiprocesso, il processo Cuocolo, così chiamato dall’uccisione di Gennaro Cuocolo, l’episodio che diede avvio alle indagini. Il dibattimento attirò un’enorme attenzione mediatica e si concluse con condanne molto pesanti, ma fu subito criticato per la debolezza delle prove e per il carattere spettacolare dell’intera operazione giudiziaria.

La camorra attuale prende forma negli anni Cinquanta del secolo scorso, anche grazie all’apporto proveniente da boss mafiosi siciliani, mandati a Napoli in soggiorno obbligato. Negli anni Settanta emerge la figura di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, forte degli stretti legami con la ‘ndrangheta dei De Stefano; come presto vedremo, cerca di esportare la nuova organizzazione anche in Puglia. La decisione di Cutolo di imporre una tassa sulle sigarette esportate porta a uno scontro con la mafia siciliana che causa centinaia di vittime e termina con la sconfitta di Cutolo.
Negli anni Ottanta emerge la figura di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo del clan dei Casalesi (da Casal di Principe), che si dà una struttura verticistica simile a quella della mafia siciliana e conquista l’egemonia su tutti i clan della Campania. Dopo lo smantellamento dell’organizzazione, grazie alla collaborazione con la giustizia di diversi affiliati anche di rilievo, la camorra si è disseminata in una moltitudine di clan, spesso in sanguinoso contrasto tra loro.
Nel 2004-2005 la faida di Scampia, scontro tra il clan Di Lauro e i cosiddetti Scissionisti, ha fatto più di settantaquattro morti, tra cui due innocenti uccisi a causa di uno scambio di persona. Una seconda faida è avvenuta, sempre a Scampia, all’interno del clan degli Scissionisti, tra il 2012 e il 2014.
Don Raffaè
Il brano Don Raffaè, contenuto nell’album Le nuvole (1990) del cantautore Fabrizio De Andrè è ispirato alla figura di Raffaele Cutolo. Protagonista della canzone è Pasquale Cafiero, brigadiere del carcere di Poggioreale, che si rivolge a “un uomo geniale” detenuto nel braccio speciale, che è appunto don Raffaè, ossia Raffaele Cutolo. Il brigadiere si rivolge al boss con un atteggiamento di deferenza, chiedendogli perfino se vuole che gli faccia la barba, chiedendogli piccoli favori, dal prestito di un cappotto di visone a un lavoro per il fratello disoccupato. Dopo l’uscita del disco De Andrè ricevette dal boss una lettera nella quale si diceva meravigliato per la capacità che il cantautore aveva avuto di cogliere la sua situazione carceraria.
Gomorra
Il libro Gomorra di Roberto Saviano (2006), allora giovane laureato in filosofia e collaboratore di quotidiani e riviste, impegnato in reportage sul territorio campano e nell’analisi dei sistemi criminali, segna una svolta nel racconto pubblico della camorra: con grande efficacia narrativa l’autore analizza e denuncia il potere imprenditoriale del clan dei Casalesi, i traffici internazionali, il lavoro nero, la gestione dei rifiuti e il sistema di violenza che sostiene l’economia criminale. Per il suo libro Saviano ha ricevuto minacce di morte dal clan de Casalesi ed è stato costretto a vivere sotto scorta. Dal libro sono stati tratti un film, diretto da Matteo Garrone nel 2008, e una serie televisiva (cinque stagioni, dal 2014 al 2021).
3.4. Le mafie pugliesi
Il 5 gennaio del 1979 il boss della camorra Raffaele Cutolo tiene in un hotel di Foggia un incontro al quale invita diversi membri della malavita pugliese, con lo scopo di affiliarli e iniziarli alla Nuova Camorra Organizzata; in seguito viene organizzato a Galatina un secondo incontro, al fine di diffondere l’organizzazione in Salento. Nelle intenzioni di Cutolo la nuova organizzazione avrebbe dovuto riscuotere una tangente su tutti gli affari della mafia pugliese, legati in particolare al contrabbando; questa sudditanza tuttavia suscita presto la ribellione dei boss pugliesi, favorita anche dall’arresto di Cutolo.
Nel 1983 nasce nel carcere di Bari, per iniziativa del boss Pino Rogoli, la Sacra Corona Unita, che nelle intenzioni doveva essere una mafia pugliese autonoma, anche se fortemente legata alla ‘ndrangheta. Ma l’organizzazione non mostra la stessa forza e capacità organizzativa delle altre organizzazioni mafiose e si indebolisce anche per l’alto numero di pentiti, che consentono allo Stato di intervenire in modo efficace. L'ex questore Piernicola Silvis osserva che ciò è stato possibile perché a Bari “non è mai esistita una sottocultura omertosa e mafiosa" (Silvis, 2022, p. 117).
I mafiosi foggiani mostrano presto insofferenza sia verso la nuova camorra organizzata di Cutolo che verso la Sacra Corona Unita guidata dai mafiosi salentini. Guidati dai boss Giosuè Rizzi e Rocco Moretti, affermano la propria autonomia nel maggio del 1986 con un sanguinoso attacco in un locale del centro storico di Foggia, il circolo Bacardi, in cui restano uccise quattro persone, mafiosi della Sacra Corona Unita.
La nuova mafia foggiana, denominata Società foggiana o quarta mafia, si distingue per la ferocia e il controllo capillare del territorio. Come osserva il procuratore Francesca Pirrelli, se a Palermo e a Reggio Calabria le mafie controllano la piccola criminalità, e in questo modo ottengono anche un certo consenso, la vita dei foggiani invece “è segnata quotidianamente da furti d’auto, furti in appartamento, rapine, estorsioni, spesso con uso sconsiderato di esplosivi ad alto potenziale. Non c'è nulla della vita di ciascuno che venga risparmiato. L’integrità fisica e patrimoniale, il libero esercizio dell’attività commerciale o imprenditoriale” (citato in Bonini, Foschini, 2019, p. 181).
La mafia del Gargano, legata a quella foggiana, è caratterizzata dal fenomeno arcaico della faida: la lotta tra clan rivali prende la forma della lotta tra famiglie che si sterminano a vicenda nel corso degli anni. Cominciata nel 1978 con un omicidio dovuto a un furto di bestiame, ha fatto da allora decine di vittime, per lo più membri delle famiglie Li Bergolis e Romito o vicini ad esse.
3.5. La mafia romana
Sul finire degli anni Settanta alcuni giovani rappresentanti della malavita romana decidono di fare il salto di qualità, dando vita a un'organizzazione mafiosa che è rimasta attiva fino all’inizio degli anni Novanta: la Banda della Magliana, dal nome di un quartiere romano in cui risiedevano alcuni dei suoi fondatori. La banda nasce dall’idea di unificare diverse batterie, ossia i piccoli gruppi che caratterizzavano la malavita romana, per andare oltre le rapine e acquisire il controllo del territorio e di tutte le attività illecite della capitale. L’ispirazione venne, anche in questo caso, da Raffaele Cutolo, che uno dei fondatori della banda, Nicolino Selis detto Er Sardo, conobbe nel carcere di Regina Coeli. L’idea era dunque quella di creare anche a Roma una organizzazione simile alla Nuova Camorra Organizzata, in grado di impedire a qualsiasi altro gruppo criminale di fare affari a Roma.
La prima azione della banda fu il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, il 7 novembre del 1977. L’uomo fu ucciso nonostante la famiglia avesse pagato il riscatto richiesto di un miliardo e mezzo di lire, poiché aveva visto in volto uno dei sequestratori. Seguì l’omicidio di Franco Nicolini, detto Franchino er Criminale, uno dei principali concorrenti della banda, che con questi metodi giunge a controllare l’intera città attraverso una rete capillare.
La particolarità della Banda della Magliana è nel suo rapporto con i gruppi eversivi neofascisti e nel suo coinvolgimento, mai chiarito del tutto, in diversi eventi tragici avvenuti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (1979), la strage di Bologna (1980) e la scomparsa nello Stato del Vaticano della quindicenne Emanuela Orlandi, mai più ritrovata (1983).
La banda entrò in crisi anche a causa di conflitti interni e grazie alla collaborazione con la giustizia di alcuni membri, che consentì di impiantare nel 1995 il maxiprocesso che ha condannato a pene severe i leader storici.
Più recentemente è emerso il clan dei Casamonica, una famiglia di etnia rom proveniente dall’Abruzzo e presente nel Lazio fin dalla fine degli anni Trenta. Dediti in origine al commercio dei cavalli, i Casamonica si sono poi integrati nella criminalità locale, anche grazie alla collaborazione con la banda della Magliana. Quello che gli investigatori chiamano “arcipelago Casamonica” (CROSS, 2021, p. 53) è costituito da diversi gruppi autonomi, uniti dal legame famigliare ed etnico anche attraverso strategie matrimoniali.
Lo “stile” Casamonica
Lo “stile Casamonica” è divenuto sinonimo di una estetica del potere criminale fondata sull’ostentazione sfacciata della ricchezza come strumento di intimidazione. Automobili di lusso, ville decorate con colonne dorate, statue equestri, fontane kitsch e arredi pseudo-imperiali compongono un immaginario volutamente esagerato, che unisce elementi neobarocchi e richiami al mondo hollywoodiano. Non si tratta soltanto di gusto personale, ma di un linguaggio simbolico: l’opulenza messa in scena serve a comunicare invincibilità, successo, disponibilità economica illimitata e dominio sul territorio. Il funerale del boss Vittorio Casamonica nel 2015 – con carrozza trainata da cavalli, colonna sonora de Il Padrino e volantini che lo definivano “Re di Roma” – è stato la manifestazione più clamorosa di questo stile.Una ostentazione simile si ritrova anche in alcuni clan della camorra, che ricorrono a ville lussuose, abiti firmati, auto potentissime e feste sfarzose per esibire la propria forza economica e sociale. Questa estetica dell’eccesso, spesso in contrasto con la povertà dei territori controllati, diventa un mezzo di legittimazione interna e di intimidazione verso l’esterno: il lusso ostentato non è soltanto simbolo di ricchezza, ma un modo per mostrare che il potere criminale può permettersi ciò che allo Stato è precluso.
4. Le mafie italiane sulla scena internazionale
Il traffico internazionale e la vendita di droga costituiscono da molto tempo il principale affare delle organizzazioni mafiose italiane, che non rinunciano tuttavia ad attività come le estorsioni o le infiltrazioni nel mondo degli appalti. Non diversamente dall’economia, la criminalità mafiosa è globalizzata, è fatta di scambi che travalicano confini, legislazioni e sistemi politici. Nel panorama mondiale spiccano innanzitutto i cartelli latinoamericani, in particolare quelli messicani e colombiani: eredi dei gruppi che negli anni Ottanta avevano trasformato il narcotraffico in una potenza capace di sfidare lo Stato, operano come eserciti privati dotati di armi pesanti, risorse tecnologiche e un controllo capillare dei territori rurali e dei corridoi logistici. Cartelli come Sinaloa o Jalisco Nueva Generación dispongono di reti che gestiscono l’intera filiera, dalla produzione alla raffinazione alla distribuzione, con livelli di violenza tali da configurare in alcune regioni un vero e proprio conflitto armato interno. In Colombia, pur indeboliti rispetto all’epoca dei cartelli di Medellín e Cali, gruppi residui e nuove formazioni si sono riorganizzati in strutture più flessibili, spesso legate alle ex FARC o a milizie paramilitari, controllando vaste aree di coltivazione della coca.
Nel contesto europeo la protagonista assoluta è la ‘ndrangheta, che negli ultimi decenni ha conquistato un ruolo egemonico nel traffico internazionale di cocaina grazie alla sua capacità di tessere rapporti diretti con i produttori sudamericani e di inserirsi stabilmente nei porti strategici del Mediterraneo e del Nord Europa. La struttura familiare, la capacità di muoversi in modo invisibile nel tessuto economico-legale e la rete diasporica diffusa in mezzo mondo le hanno permesso di agire come un broker globale della droga, capace di gestire carichi multi-tonnellata e di reinvestire enormi capitali in attività apparentemente lecite.
5. I modelli organizzativi
La mafia siciliana si caratterizza per una rigorosa organizzazione gerarchica, quasi militare. Gli uomini d’onore, per così dire i soldati semplici della mafia, sono organizzati in gruppi di dieci e guidati dai capidecina. Questi a loro volta dipendono dal boss, il capo della famiglia mafiosa, che può essere affiancato da consiglieri e che viene eletto. Più famiglie vicine sono rappresentate da un capomandamento che entra a far parte della commissione provinciale dell’organizzazione. A loro volta le commissioni provinciali scelgono i rappresentanti da mandare presso la cupola, il vertice dell’organizzazione mafiosa, con competenze sull’intera regione.
Anche la 'ndrangheta ha una struttura gerarchica, con una serie di livelli, chiamati dote. La cellula di base è la 'ndrina, una organizzazione per lo più familiare che ha il controllo su una porzione limitata di territorio, come un paese o un quartiere. Più 'ndrine formano una locale, una struttura di coordinamento che ha almeno 49 membri, e la cui creazione è stabilita dalla locale di San Luca. Ogni locale è guidata da tre persone: il capobastone, che ne è il responsabile; il contabile, che si occupa dell'aspetto finanziario, ossia della gestione dei proventi delle attività criminali; il crimine, che si occupa delle attività propriamente criminali. La locale a sua volta ha due livelli, la società minore e la società maggiore, che esiste solo in alcune locali.
All'interno di questi livelli esiste una attenta distinzione di ruoli gerarchici, che comprende nella società minore il picciotto, il camorrista e lo sgarro; in quella maggiore vi sono i livelli ulteriori del santista, il vangelo, il quartino e il padrino. Ogni livello ha un suo santo protettore e tutta la progressione criminale è scandita da precisi rituali; man mano che si procede verso l’alto si stringono inoltre legami con la massoneria. L’organizzazione della ‘ndrangheta è rappresentata con la figurazione dell’albero della scienza, una quercia il cui fusto rappresenta il capobastone, i rami i diversi membri, mentre le foglie che cadono sono gli infami, coloro che meritano di morire per aver tradito l’organizzazione.
La camorra ha invece un modello organizzativo caotico. Esistono una molteplicità di clan, senza ruoli predefiniti e soprattutto senza strutture sovraordinate che siano anche in grado di risolvere i conflitti. Nel mondo camorristico la leadership è dunque esposta maggiormente all’assalto di gruppi emergenti.
5. Mafie e classi sociali
Le organizzazioni mafiose hanno un carattere transclassista. Se la manovalanza proviene dagli strati più svantaggiati della società – e la presenza di un ampio strato sociale in stato di povertà o addirittura miseria si rivela dunque fondamentale per reclutare affiliati addetti alle azioni più violente – le organizzazioni mafiose annoverano ai vertici membri della borghesia e si avvalgono del servizio di professionisti del mondo del diritto e della finanza. Sarebbe un errore interpretativo dunque scorgere nelle organizzazioni mafiose una forma di lotta di classe o comunque una rivalsa sociale delle classi più svantaggiate. È vero tuttavia che tali organizzazioni possono offrire ad alcuni soggetti la possibilità di ottenere attraverso attività criminali una condizione economica e un prestigio sociale apprezzabili; si tratta, in altri termini, di organizzazioni che consentono una certa mobilità sociale a chi si dimostri dotato di spregiudicatezza ed abilità criminale.
6. I riti di affiliazione
Nelle organizzazioni mafiose si entra attraverso riti di affiliazione che hanno elementi in comune con quelli della massoneria. Nella mafia siciliana si tratta del rito della puncitura. Il candidato viene presentato da un padrino agli uomini d’onore della famiglia. Con uno spillo gli si punge il polpastrello dell’indice. Il sangue cola su un santino, che poi viene bruciato. Il candidato quindi giura: “Possa la mia carne bruciare come questo santino se non manterrò fede al giuramento’’. Nella mafia siciliana il rito avviene una sola volta, mentre nella ‘ndrangheta sono previsti riti diversi a seconda dei vari gradi dell'organizzazione cui si accede.
Come abbiamo visto, la ‘ndrangheta ha una organizzazione fortemente gerarchica e prevede diversi gradi cui si accede con appositi rituali. Il livello ultimo è la Santa, una sorta di cupola. Per accedere al grado di santista occorre sottoporsi a un apposito rituale, durante il quale si invocano le figure di Garibaldi, Mazzini e La Marmora. Nella camorra invece l’importanza dei riti di iniziazione si è andata perdendo nel tempo, anche se Raffaele Cutolo ha elaborato un complesso sistema rituale per l’iniziazione alla sua Nuova Camorra Organizzata.
Il ruolo di questi rituali non è diverso da quello dei riti di passaggio studiati dagli antropologi. Con il giuramento, l’affiliato entra a fare parte di una organizzazione che prenderà il controllo totale sulla propria identità. Una volta avvenuto, la sua vita non sarà più la stessa. La solennità e la sacralità del rito trasmettono all’affiliato un messaggio fondamentale: la mafia non è una organizzazione qualsiasi, dalla quale si possa uscire di propria volontà, ma una comunità che non ammette defezioni e tradimenti. Il rituale inoltre serve a distinguere un dentro e un fuori, separando nettamente i membri dell’organizzazione, gli iniziati, dai semplici fiancheggiatori.
7. Mafia e contesto sociale
Le mafie possono prosperare in qualsiasi contesto e ormai sono radicate anche in regioni del Centro-Nord Italia, nelle quali praticano i loro affari senza dare nell’occhio, non mancando in qualche caso anche di infiltrarsi nelle istituzioni. Vi sono contesti sociali però particolarmente favorevoli allo sviluppo e alla persistenza delle mafie. In alcuni casi si tratta di una vero e proprio sostegno attivo. Un esempio tra tutti: nell’estate del 2015 una folla ha cercato di impedire l’arresto del latitante napoletano Luigi Cuccaro, capo di uno dei principali clan della camorra. Le foto dell’arresto mostrano il boss che manda un bacio ai suoi sostenitori prima di entrare nell’auto dei carabinieri. In alcuni contesti i boss mafiosi sono considerati quasi come eroi popolari e godono di un sostegno più o meno incondizionato.
In altri casi il sostegno è indiretto. Le organizzazioni mafiose possono contare, più che sull’adesione entusiastica, sulla distrazione. La mafia può operare indisturbata i propri traffici e, se necessario, compiere i propri agguati con la certezza che nessuno denuncerà quello che ha visto. È il fenomeno dell’omertà, senza il quale le mafie difficilmente potrebbero sopravvivere. Il termine deriva da umiltà ed indica un atteggiamento di silenzio, di copertura e di mancata denuncia dei crimini mafiosi. Se è vero che buona parte delle azioni della mafia – ad esempio quelle finanziarie – avvengono nel buio, è anche vero che molte altre, compresi fatti di sangue, avvengono alla luce del sole ed alla presenza di testimoni; senza un atteggiamento omertoso sarebbe piuttosto semplice individuare i responsabili dei crimini ed assicurarli alla giustizia.
La paura è senz’altro uno degli elementi costitutivi dell’omertà. In un contesto di sfiducia nello Stato, la minaccia della vendetta mafiosa appare più realistica della protezione statale. Ma la paura da sola non basta a giustificare la complicità di un'intera comunità. Molto contribuiscono una visione del mondo individualistica, una certa indifferenza a quello che accade nella comunità e la tacita accettazione della legge del più forte in campo sociale. I contesti nei quali prosperano le organizzazioni mafiose sono caratterizzati da una società civile frammentata, incapace di individuare i propri problemi e di affrontarli in modo compatto, bloccata dall’individualismo e dalla sfiducia.
8. Aspetti culturali
8.1. La religione
Nelle città siciliane le festività religiose, in particolare quelle legate alla Madonna, sono un elemento centrale dell’identità ed avvengono con enorme affluenza popolare. Tali sono, ad esempio, il Varo dell’Assunta di Messina, la Festa di Sant’Agata a Catania e la Festa dei Gigli a Nola. Si tratta di feste che richiedono una organizzazione lunga e complessa nella quale significativa è l’infiltrazione delle famiglie mafiose. Il prestigio particolare dell’evento fa sì che esso sia sfruttato dai mafiosi per mostrare alla città intera il proprio potere e la presenza per così dire istituzionale, accanto al potere politico e a quello religioso. Dinamiche simili si verificano in Campania; a Napoli, ad esempio, la Festa dei Gigli è spesso usata dai boss della camorra per enfatizzare il proprio ruolo pubblico. Nel 2011 due boss parteciparono alla festa a bordo di un’auto di lusso, acclamati con l’accompagnamento della colonna sonora del film Il Padrino. Frequente è anche la pratica dell’inchino: la statua portata in processione viene fermata e fatta inchinare in segno di rispetto davanti alla casa del boss locale. Come abbiamo visto, in Calabria il santuario della Madonna di Polsi è il luogo in cui si tiene ogni anno il meeting dei boss della ‘ndrangheta, in occasione della festa della Madonna.
Tutto ciò induce a riflettere sui rapporti tra mafia e Chiesa cattolica, o più in generale tra mafia e cattolicesimo. Alcuni autori scorgono nella mafia la presenza di aspetti culturali del cattolicesimo, messi al servizio di una visione del mondo criminale. Scrive Augusto Cavadi:
È noto che la mafia si è configurata nell'ambito di una cultura “sacrale”, più precisamente “cattolica”, dalla quale ha mutuato (come risulta anche da rivelazioni recenti di affiliati) simboli, linguaggi, valori: il giuramento, l’obbedienza agli anziani, la cura della famiglia, la fedeltà, l'onore, il rispetto della castità delle donne… sono tutti elementi tipici di una mentalità etico-religiosa che, di fatto, nell’Italia meridionale è stata informata dalla versione tridentina del cattolicesimo. (Cavadi 2006, p. 95)
Al di là di questi aspetti culturali si può riflettere su una circostanza storica. Il cattolicesimo è stato un elemento centrale dell’identità meridionale fino all’Unità d’Italia. Come è noto, il processo unitario è stato apertamente contrastato dalla Chiesa cattolica. Un contrasto che è avvenuto soprattutto aizzando contro il nuovo Stato le plebi, disorientate dal crollo del regno borbonico e esasperate da provvedimenti come la leva obbligatoria. Questo malessere, orientato e strumentalizzato, si è espresso nel brigantaggio, ma probabilmente ha influito anche nella costruzione dell’identità delle mafie come organizzazioni politiche radicate nella cultura religiosa del territorio ed in opposizione al potere politico dello Stato.
Lo sguardo dell’antropologo
Scene come l’inchino delle statue dei santi davanti ai mafiosi o l’ingresso di personaggio di spicco dei clan sulle note del “Padrino”, come è accaduto nel 2011 alla Festa dei Gigli, suscitano sconcerto nell’opinione pubblica. L’analisi antropologica cerca di restituire ai fenomeni culturali la loro complessità ponendosi dal punto di vista degli attori sociali. Studiando i legami tra festività religiose e organizzazioni mafiose, l’antropologo Berardino Palumbo ha mostrato come la costruzione del consenso da parte dei criminali si incroci con la complessa macchina della festa, che attribuisce un certo status a coloro che occupano posizioni di rilievo all’interno della processione. Diversi aspetti di tali pratiche religiose (come lo sparo dei fuochi d’artificio) hanno anche una evidente connotazione sessuale, come esaltazione della maschilità o dell’aggressività. Come scrive Palumbo, “sono tutte pratiche che, da un lato, contribuiscono a modellare e insieme esibiscono una specifica configurazione della soggettività ‘maschile’; e che, dall’altro, definiscono e rappresentano pubblicamente lo status sociale e i rapporti di forza tra uomini, famiglie e gruppi” (Palumbo, 2020, p. 117).
8.2. La musica
Tra il 2000 e il 2005 vengono pubblicati in Germania con il titolo La musica della mafia tre cd che raccolgono le canzoni della ‘ndrangheta. Si tratta della musica in dialetto calabrese che tradizionalmente veniva e viene venduta sulle bancarelle, in occasione delle principali festività religiose locali. I canti offrono uno spaccato del mondo mafioso visto dall’interno, con i suoi presunti valori, primo fra tutti l’onore, le sue regole, la condanna senza appello per chi si macchia di infamità. Ma non manca una canzone che racconta e celebra l’omicidio del generale Dalla Chiesa, colpevole di essersi messo contro una forza più grande di lui.
Nel Napoletano la celebrazione della camorra non è infrequente nella musica neomelodica. Snobbato nelle regioni del centro-nord, questo genere musicale ha un successo enorme presso le classi popolari delle regioni meridionali. I concerti di cantanti neomelodici possono avere migliaia di spettatori e le vendite, a Napoli e in altre città meridionali, competono con quelle di grandi artisti internazionali. Al tempo stesso i cantanti neomelodici, compresi i più famosi, non si sottraggono all’accompagnamento di cerimonie quali matrimoni e compleanni; e può succedere che si tratti di cerimonie di famiglie appartenenti a clan mafiosi. Ma il rapporto tra cantanti neomelodici e ambienti mafiosi va ben al di là di questo contributo per così dire professionale. Alcuni cantanti neomelodici hanno rapporti stretti con camorristi, di cui in qualche caso esaltano le imprese nelle loro canzoni, e può accadere perfino che loro stessi siano implicati in azioni criminose.
Significativo è il caso della canzone O’ capoclan del neomelodico Nello Liberti, che si ritiene commissionata dal boss di Ercolano Vincenzo Oliviero. L’analisi del testo della canzone può essere utile per apprezzare il particolare contributo di questa forma musicale alla creazione di una cultura della mafia. Ecco alcuni passi (tradotti in italiano dal napoletano):
Il capoclan è un uomo serio
non è vero che è cattivo
ma ragionare con il cuore non si può.
Il capoclan no, non sbaglia,
perché per la famiglia lui è il capo
e deve saper comandare.
[....]
Da piccolo non ha potuto mai studiare
per sfortuna se ne andò a lavorare
si sacrificava per mangiare la sera
volle la famiglia nella miseria.
Questa cosa non l'ha potuta sopportare
se ha sbagliato è stato per necessità
certo questo l'ha voluto Dio
se ora è un uomo vero in mezzo alla strada.
E se ha deciso così il cuore a chi lo deve dare?
È capo e sa vivere e noi lo dobbiamo rispettare.
La carriera del mafioso è giustificata con le condizioni difficili nelle quali si è trovato a vivere, come se non esistesse alcuna alternativa alla vita criminale. Che effettivamente criminale non è: il mafioso fa cose che la legge condanna, ma che sono giuste, perfino doverose nell’ottica del bene della sua famiglia, che è il valore supremo. Il capoclan diventa un modello umano, l’esempio di un uomo che non si è lasciato travolgere dalle circostanze, ma ha preso in mano il suo destino.
Un altro caso che ha fatto discutere è quello di Niko, cantante del genere trap siciliano nipote del boss Salvatore (Turi) Cappello, le cui canzoni e video, che veicolano apertamente messaggi mafiosi – in qualche caso anche con intimidazioni dei suoi detrattori – hanno milioni di visualizzazioni sui social network (Ravveduto, a cura di, 2023, pp. 146 segg.).
8.3. Il cinema
Il cinema e, più recentemente, le serie televisive hanno avuto un ruolo decisivo nel modellare l’immaginario collettivo sulla mafia, al punto da influenzare anche l’autorappresentazione degli stessi mafiosi. Il fenomeno nasce con Il Padrino di Francis Ford Coppola (1972-1990), una trilogia che ha imposto in tutto il mondo l’idea del mafioso come figura elegante, carismatica, legata a codici d’onore e tradizioni familiari. L’estetica raffinata, i riti d’ingresso, la centralità della famiglia e la drammaticità quasi tragica dei Corleone hanno contribuito a creare un modello identitario che molti boss reali hanno adottato: non sono rari, nelle intercettazioni, riferimenti espliciti a scene del film o alla figura del “don” come archetipo di potere e di autorevolezza. Parallelamente, anche la serie I Soprano (1999-2007) ha inciso profondamente sull’immaginario: pur mostrando un boss fragile, nevrotico e contraddittorio, ha fissato con ancora maggiore forza un linguaggio, uno stile e un modo di porsi che hanno influenzato esponenti della criminalità italo-americana e non solo, amplificando il fascino ambiguo della figura del capo.
Accanto a questa linea “mitizzante”, il cinema italiano ha sviluppato una contro-narrazione più realistica e corrosiva. Film come Il giorno della civetta o I cento passi hanno lavorato per restituire la brutalità quotidiana delle mafie, rompendo la retorica dell’onore e mostrando la loro natura politica ed economica. Il salto decisivo avviene con Gomorra di Matteo Garrone (2008) e, ancor più, con la serie Gomorra – La serie (2014-2021): qui la camorra appare come un sistema feroce, basato solo su soldi, droga e potere. Paradossalmente, tuttavia, proprio questa rappresentazione iperrealista ha avuto un impatto sulle periferie campane, producendo forme di emulazione nel vestiario, nel linguaggio e persino nelle dinamiche di gruppo: molti giovani legati alla criminalità hanno cominciato a imitare l’abbigliamento, le pose e le battute dei personaggi della serie, trasformando la fiction in un repertorio simbolico da cui attingere.
Un fenomeno simile si osserva con Suburra – prima film (2015) poi serie (2017-2020) – che ha offerto un’immagine riconoscibile della criminalità romana, esteticamente curata e intrisa di simboli identitari. Cinema e serie TV agiscono dunque su due livelli: da un lato contribuiscono alla consapevolezza pubblica del problema, denunciando violenze, infiltrazioni e collusioni; dall’altro producono, in alcuni ambienti criminali, un modello estetico e comportamentale che diventa parte dell’autorappresentazione mafiosa.
8. 4. I social network
L’enorme diffusione dei social network e delle piattaforme digitali non manca di avere un impatto significativo sul modo in cui i gruppi criminali si autorappresentano, ostentando la ricchezza ottenuta con le attività illegali, intimidendo i rivali ma anche diventando in qualche modo influencer e raccogliendo consenso. Su piattaforme come TikTok accanto ai video che celebrano arresti o scarcerazioni compaiono immagini di lusso e ritualità, montate come micro-narrazioni epiche dal forte potere simbolico. Anche le celebrazioni religiose, come i battesimi, le prime comunioni e i funerali, diventano una occasione per l’ostentazione, sui social network, del lusso e della ricchezza, come anche altre celebrazioni, quali il gender reveal (la rivelazione del sesso del nascituro) o il diciottesimo. Il follower viene immerso in un mondo di successo, benché kitsch, che si presenta come desiderabile e che da sé giustifica le pratiche criminali necessarie per accedervi. D’altra parte i contenuti, come i meme, diffondono messaggi e “valori” propri del mondo mafioso ma condivisi anche da chi non appartiene a gruppi criminali, come la vendetta per un torto subito, l’onore, la difesa della famiglia e l’amore per i figli. Interessante è il modo in cui vengono usati gli emoji che accompagnano i contenuti, e che acquistano un significato diverso in ambito mafioso. Come si legge nel primo rapporto Le mafie nell’era digitale, “Ogni figura ha un significato diverso in base al destinatario del post. Si creano dei veri e propri sottoinsiemi specifici: se nei contenuti degli utenti di Ponticelli è inserita una fragola si sta dichiarando di essere dalla parte del clan D’Amico il cui soprannome è ‘fraulella’, in italiano fragolina” (Ravveduto, a cura di, 2023, p. 124).
9. Interpretazioni della mafia
9.1. La mafia come fenomeno culturale
Le prime letture della mafia, considerate superate dal punto di vista scientifico ma ancora operanti nell’opinione pubblica, vedono in essa l’espressione culturale di una società arretrata come quella meridionale. Se la mafia esiste è perché i meridionali sono fatti in un certo modo: non hanno, anche per cause storiche, fiducia nello Stato, hanno uno spiccato senso dell’onore e della dignità personale che li porta alla vendetta personale e non riescono a percepire la comunità come un valore. Su quest’ultimo punto ha avuto grande influenza la tesi del familismo amorale, elaborata dal sociologo statunitense Edward C. Banfield nel 1958 (The Moral Basis of a Backward Society). Studiando un paesino della Basilicata, Banfield era giunto alla conclusione che l’arretratezza era dovuta a un particolare tratto antropologico: l’incapacità di agire considerando non solo gli interessi della propria famiglia, ma quelli della più ampia comunità. Henner Hess, il più importante rappresentante di questa corrente interpretativa, ha visto nella mafia l’espressione di una doppia morale dovuta al dominio spagnolo della Sicilia. La presenza di un governo oppressivo avrebbe spinto il popolo siciliano a giustificare l’opposizione anche violenta al potere ed a cercare forme di auto-organizzazione di cui la mafia sarebbe l’espressione.
Il limite di queste letture è che, ancorando la mafia a una società agricola, caratterizzata dal latifondo, non riescono a rendere conto della sua sopravvivenza quando quella società scompare. La mafia, come ogni gruppo sociale, ha una sua cultura, e vi sono legami significativi tra questa cultura e la cultura dei luoghi in cui si sviluppa, ma se da un lato è rischioso ridurre la cultura meridionale alla mafia, dall’altro è fuorviante considerarla solo espressione antropologica, trascurando gli aspetti economici e politici.
9.2. Danilo Dolci: il sistema mafioso-clientelare
Sociologo sia pure non in senso accademico (ha abbandonato gli studi di architettura per dedicarsi alla sua attività sociale), Danilo Dolci ha dedicato tutta la sua vita, a partire dal 1952, allo sviluppo della Sicilia nord-occidentale, mettendo a punto un particolare metodo, la maieutica reciproca, sul quale ci soffermeremo trattando della lotta alla mafia. La riflessione di Dolci, che si sviluppa sempre in stretta relazione con la sua prassi educativa e politica dal basso, è centrata sulla differenza tra dominio e potere . Giunto nel `52 a Trappeto, poverissimo borgo di pescatori, Dolci scopre una comunità nella quale perfino la morte per fame dei bambini è accettata con rassegnazione. Dal confronto con la gente del borgo, documentato dal volume Fare presto (e bene) perché si muore (1954), emerge una situazione di radicale impotenza, di incapacità di pensare qualsiasi cambiamento sociale. Per Dolci è evidente la necessità di pratica del potere una intesa positivamente come possibilità di agire. Se questo è il potere, la sua degenerazione è il dominio, una situazione nella quale le possibilità vitali sono soltanto di alcuni, e crescono sulla e grazie all'impotenza generalizzata. Per Dolci questa è la realtà nella quale si inserisce l’azione della mafia, ma non caratterizza solo la Sicilia; la nostra società in generale gli appare viziata dal dominio e bisognosa di una conquista del potere da parte delle comunità.
Sul piano delle relazioni sociali il dominio funziona in Sicilia, ma non solo, grazie ad una particolare struttura organizzativa che Dolci chiama sistema mafioso-clientelare. Un gruppo di potere ha un leader, ma è strutturato in modo tale che sono possibili rapporti aperti tra tutti i suoi membri. In una situazione di dominio la società è invece atomizzata. La comunità non è in grado di organizzarsi per affrontare i problemi: in una visione individualistica esistono solo problemi individuali e soluzioni individuali. Si inserisce qui quella politica che fa tutt’uno con la mafia. Compito della buona politica è quello di favorire la fiducia sistemica, ossia la convinzione che i propri diritti saranno riconosciuti in una società giusta. Il sistema clientelare-mafioso invece sostituisce la fiducia sistemica con la fiducia posizionale: ognuno deve sapere che è possibile ottenere i propri diritti, o magari vantaggi personali cui non si ha diritto, se ci si mette al servizio di un rappresentante politico, che a sua volta sarà al servizio della mafia (cfr. Vigilante, 2012). In questo modo gli individui perseguono i propri scopi personali, consegnando la comunità ad una organizzazione politica criminale.
9.3. Pino Arlacchi: la mafia imprenditrice
Nel La mafia imprenditrie (1983) il sociologo Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), legge le trasformazioni delle mafie alla luce del concetto di mafioso imprenditore. Il sociologo è consapevole che associare la figura del mafioso a quella dell’imprenditore può suscitare perplessità, perché imprenditore è colui che introduce qualche forma di innovazione in ambito economico. Ma c’è innovazione anche nell’economia mafiosa, e consiste appunto nel metodo mafioso. Scrive Arlacchi:
I mafiosi imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nell’organizzazione aziendale del lavoro e nella conduzione degli affari esterni dell’impresa. L’incorporazione del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche. (Arlacchi, 1983, p. 100)
Studiare la mafia per Arlacchi significa dunque studiare l’organizzazione dell’impresa mafiosa. Il suo successo consiste in primo luogo nella possibilità di scoraggiare, con metodi violenza, la concorrenza, assicurandosi così un monopolio nel territorio, in particolare nel campo dell’edilizia. In secondo luogo, un’impresa mafiosa ha vantaggi che le vengono dal mancato rispetto delle regole relative al pagamento dei contributi previdenziali e assicurativi dei lavoratori; il suo carattere dell’impresa scoraggia sia i controlli degli organi addetti che le proteste dei lavoratori. Infine, un’impresa mafiosa ha una enorme disponibilità di denaro, che le proviene dai traffici illeciti, e anche questa circostanza le dà un vantaggio sul mercato, rendendola più competitiva delle altre imprese, che sono costrette a ricorrere in caso di necessità a finanziamenti esterni. Queste imprese mafiose, così ramificate e inserite nel tessuto economico, reggono su una struttura sociale ancora tradizionale: alla base c’è la creazione di reti famigliari o amicali, le uniche che consentono quella sicurezza di relazioni senza la quale l’impresa mafiosa rischia di essere scoperta e smantellata.
9.4. Davide Gambetta: la mafia come industria della protezione privata
Il sociologo Davide Gambetta ha proposto una interpretazione della mafia come industria della protezione privata che ha avuto grande successo ed è stata applicata anche all’analisi di organizzazioni mafiose di altre parti del mondo. Per Gambetta le organizzazioni mafiose agiscono come imprese che offrono un bene particolare: la protezione in una situazione di mancanza di fiducia. In un contesto sociale caratterizzato da una generale sfiducia qualsiasi interazione economica appare rischiosa. In una tale situazione è possibile astenersi dall'interazione , ad esempio dal fare un acquisto, o intraprenderla; ma se la sfiducia è diffusa, è probabile che prevalga la prima scelta, rendendo dunque limitato il mercato. Qui interviene la figura del mafioso, che si differenzia dal criminale comune perché “agisce in qualità di garante di determinate transazioni’’ (Gambetta, 1989-1990, p. 321; corsivo nel testo). Il mafioso garantisce che nello scambio nessuno truffi l’altro e che la transazione possa avvenire in modo corretto. Questo favorisce in qualche modo lo sviluppo del mercato ma, osserva Gambetta, si tratta di un mercato comunque limitato, senza l’ampiezza possibile in una condizione di libero mercato. Poiché la sua funzione principale è garantire gli accordi, la mafia si sviluppa in un contesto economico caratterizzato appunto da accordi tra attori economici, vale a dire l’esatto opposto di un sistema di libera concorrenza.
L’importanza del libero mercato, nota Gambetta, viene in genere enfatizzata dai conservatori; in alcuni contesti tuttavia esso può avere una funzione progressista, eliminando privilegi che nascono da sistemi di appartenenza. “Non escludo – scrive – che perseguire in forma generalizzata politiche di libero mercato per certi beni possa essere impossibile, indesiderabile o controproducente; eppure credo che in parecchi mercati locali nel Mezzogiorno possa avere ancor oggi un valore rivoluzionario’’ (ivi, p. 325). Di qui la conclusione che è nel titolo stesso di un suo saggio: se è vero che la mafia elimina la concorrenza – perché il sistema di alleanze e di garanzie finisce per favorire alcuni a discapito di altri – è anche vero il contrario, ossia che un mercato libero, nel quale ognuno possa affermarsi in virtù della sua abilità e della qualità del suo lavoro, può porre le basi per la fine del fenomeno mafioso.
9.5. Marco Santoro: la mafia come sistema politico
Alternativa alla lettura della mafia come espressione culturale e come impresa economica è quella della mafia come sistema politico alternativo allo Stato. È questa la lettura di Marco Santoro, sociologo dell’Università di Bologna, in Mafia Politics (2022). Santoro critica le interpretazioni economiche della mafia, come quella di Gambetta, accusandole soprattutto di ridurre la complessità del fenomeno mafioso ad una sola delle sue componenti. Se i mafiosi offrono protezione, è anche vero che essi sono in grado di creare le condizioni che rendono necessaria la protezione stessa; e questa azione non è più economica, ma politica. Per Santoro la mafia è un fenomeno complesso, che include aspetti religiosi, morali, economici, perfino sessuali, ma ritiene che l’aspetto centrale sia quello politico. Se identifichiamo la politica con l’attività dello Stato, evidentemente una simile lettura è impossibile; al più potremo considerare la mafia come anti-Stato. Ma lo Stato, afferma Santoro, è solo una delle organizzazioni politiche possibili. Le società possono organizzarsi in molti modi diversi e alternativi rispetto allo Stato, come mostrano antropologi anarchici come David Graeber. La mafia dunque può essere considerata una sorta di organizzazione politica popolare, alternativa a quella dominante. Se lo Stato attuale è caratterizzato sul piano economico dal capitalismo e sul piano sociale dal dominio della classe borghese, nella mafia Santoro scorge la persistenza di un ethos premoderno. La modernità ha combattuto le gerarchie sociali promuovendo l’ascesa dei ceti subalterni, nella mafia si è invece perseguita l’ascesa sociale senza contestare la presenza di una gerarchia sociale. E questa ascesa viene ottenuta con un’etica che è affine più all’etica guerriera delle classi aristocratiche che all’etica moderna della partecipazione politica: “L’etica guerriera delle vecchie classi aristocratiche (in Sicilia, la cultura baronale; in Giappone l’ethos dei samurai) è l’orizzonte culturale dei mafiosi, non lo spirito del capitalismo e nemmeno una cultura civica borghese” (Santoro, 2022, p. 3).
Non si tratta, puntualizza Santoro, di pensare la mafia come altro Stato, ma di essere consapevoli che lo Stato non esaurisce la sfera del politico. Santoro semplifica la sua tesi con uno schema: il grande insieme della politica comprende due insiemi, lo Stato e la mafia, che si intersecano parzialmente. La particolarità della mafia è che, mentre gli antropologi hanno documentato da tempo l’esistenza di società senza Stato, la mafia si presenta dove lo Stato già esiste. La mafia, conclude Santoro, è “‘l’arte di non essere lo Stato’, pur facendo uso delle sue risorse e forme e, ovviamente, cambiando il loro significato’’ (ivi, p. 237).
10. La lotta alla mafia
L’azione di contrasto alla mafia ha due livelli: uno istituzionale e uno sociale e culturale. Quello istituzionale a sua volta ha due aspetti. Uno è il contrasto attraverso l’azione della polizia e della magistratura, che dopo le stragi del 1992 è diventato particolarmente efficace, portando all’arresto dei principali boss mafiosi. Fondamentale è il ruolo dei collaboratori di giustizia, che aiutano gli inquirenti ad abbattere il muro dell’omertà e ad ottenere le testimonianze necessarie per la cattura dei vertici delle cosche. La normativa prevede un articolato sistema di protezione per i collaboratori e i loro familiari, gestito dal Servizio centrale di protezione del Ministero dell’Interno. Le misure possono includere l’allontanamento dal luogo di origine, il trasferimento in località segrete, il cambio di identità, oltre a forme di sostegno economico durante il periodo di collaborazione. Si tratta di interventi pensati non solo per salvaguardare l’incolumità fisica del pentito, che diventa automaticamente un bersaglio dei clan, ma anche per permettere una graduale reintegrazione sociale in contesti sicuri.
Non sempre tuttavia i collaboratori di giustizia sono affidabili. Le informazioni fornite possono essere viziate, ad esempio, da una cattiva memoria di fatti e circostanze, ma può anche accadere che il pentito voglia persegua lo scopo di manipolare le indagini per scopi personali, o che ritiri in seguito le sue dichiarazioni.
L’altro livello è quello della realizzazione di una buona politica a livello soprattutto locale, la costituzione di una classe di amministratori permeata dai valori dell’antimafia, integerrima e preoccupata del bene comune. Da questo punto di vista c’è ancora molto da fare. Lo scioglimento per mafia di diversi consigli comunali – non solo di paesi, ma anche di città di media grandezza come Foggia – mostra quanto la politica, a livello locale e, almeno in parte, anche a livello nazionale, non sia ancora libera dai legami con la mafia.
Dal punto di vista sociale e culturale l’azione antimafia agisce cercando di costruire una società civile sana, combattendo la sfiducia e l’individualismo. È questo il lavoro portato avanti per decenni, a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta, dal citato Danilo Dolci. Il suo metodo è stato quello della maieutica reciproca, una pratica dialogica che aveva lo scopo di costituire una comunità in grado di analizzare i propri problemi e di affrontarli grazie alla pressione nonviolenta. Da una delle riunioni di maieutica reciproca è nata l’idea di realizzare una diga sul fiume Jato, la cui realizzazione è stata autorizzata dalla Cassa per il Mezzogiorno dopo un prolungato digiuno del sociologo. Negli anni Sessanta raccoglie testimonianze per denunciare il rapporto tra mafia e politica, giungendo ad accusare personaggi di spicco della politica nazionale, ma esce sconfitto da un processo per diffamazione.
11. Figure dell’antimafia
Si ripete spesso una frase attribuita allo scrittore Gesualdo Bufalino: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”. L’esercito di coloro che combattono la mafia comprende in effetti figure che fanno quotidianamente in silenzio il loro lavoro, per costruire una cultura della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Ed è un esercito che comprende non solo maestre, ma anche giudici, politici, giornalisti, sacerdoti, ma anche imprenditori e commercianti che hanno deciso di non sottostare al racket delle estorsioni. Molti di loro hanno pagato con la vita. Ne ricordiamo alcuni, ma ognuno di loro merita di essere ricordato.
11.1. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono, nell’immaginario collettivo, le figure per eccellenza dell’antimafia: due magistrati integerrimi che hanno pagato con la vita la loro sfida alle cosche. La loro esperienza personale si intreccia con una stagione di innovazione giudiziaria che trasformò radicalmente il contrasto a Cosa nostra. Con il maxi–processo e con l’elaborazione di un metodo investigativo fondato sulla cooperazione tra procure, sulla centralità delle dichiarazioni dei pentiti e sul coordinamento serrato tra forze dell’ordine, Falcone incrinò definitivamente il mito dell’invincibilità dell’organizzazione mafiosa. Borsellino ne condivise l’etica sobria, la visione sistemica e la capacità di leggere la mafia come un potere complesso, capace di infiltrarsi nei gangli economici e politici del Paese. Le stragi del 1992, che li uccisero insieme agli uomini e alle donne delle loro scorte, segnarono non solo la chiusura tragica di quella stagione, ma anche l’inizio di una rivolta morale collettiva, in cui gran parte dell’opinione pubblica comprese la portata della minaccia mafiosa e l’urgenza di difendere lo Stato di diritto.

11.2. Placido Rizzotto
Placido Rizzotto, sindacalista socialista e partigiano, fu una delle figure simbolo della lotta per i diritti dei contadini nelle campagne siciliane del dopoguerra. Nato a Corleone, guidò le occupazioni delle terre incolte e si oppose apertamente al potere mafioso che controllava latifondi e manodopera, entrando presto nel mirino dei boss locali, in particolare della cosca di Luciano Liggio. Il 10 marzo 1948 venne rapito, torturato e assassinato: il suo corpo fu fatto sparire in una foiba della zona e recuperato solo molti decenni dopo, nel 2009, grazie all’impegno ostinato di magistrati e familiari. I suoi assassini uccisero anche un pastore di dodici anni, Giuseppe Letizia, colpevole di averli visti in volto. Dopo aver assistito all’agguato fu preda di forti febbri. Per questo venne portato dal padre in ospedale, dove morì poco dopo; si sospettò che fosse stato avvelenato dai medici per impedirgli di testimoniare quello che aveva visto.
11.3. Peppino Impastato
Nato a Cinisi e cresciuto in una famiglia legata a Cosa nostra, Peppino Impastato scelse presto di rompere ogni rapporto con quel mondo e di denunciarne pubblicamente violenze e collusioni. Con Radio Aut e le sue trasmissioni satiriche – in particolare Onda pazza – mise in ridicolo il boss locale Tano Badalamenti, svelandone la prepotenza e la retorica, e portò la voce della denuncia nelle piazze e nelle strade di Cinisi quando la mafia veniva ancora nominata a mezza voce. Il suo assassinio, il 9 maggio 1978, fu inizialmente mascherato come un attentato terroristico e solo anni dopo la matrice mafiosa venne riconosciuta.
I cento passi La storia di Peppino Impastato è raccontata in modo particolarmente toccante nel film I cento passi, diretto da Marco Tullio Giordana nel 2000. I cento passi sono quelli che segnano la distanza tra la casa di Impastato e quella del boss Tano Badalamenti. Il film, di grandissimo successo anche grazie all’interpretazione di Luigi Lo Cascio e molto usato nelle scuole, ha contribuito in modo determinante a far conoscere la figura di Impastato; il personaggio del film, però, nella percezione comune è venuto a sovrapporsi alla figura storica. Il “monologo sulla bellezza”, ad esempio, pronunciato in una delle scene più toccanti del film, viene spesso attribuito al Peppino, mentre appartiene alla sceneggiatura e non è mai stato pronunciato o scritto da Impastato.
11.4. Giancarlo Siani
Inviato del quotidiano Il Mattino, Giancarlo Siani lavorava nella redazione di Torre Annunziata, un territorio dominato dalla camorra dei clan Nuvoletta e Gionta. Con articoli puntuali e documentati mostrò le connessioni tra affari illeciti, politica locale e malaffare negli appalti, rivelando anche il ruolo dei Nuvoletta nel tradimento che aveva portato all’arresto del boss Valentino Gionta, che controllava il mercato della droga nella zona. Quel pezzo, pubblicato pochi giorni prima della sua morte, ne decretò la condanna: il 23 settembre 1985 venne assassinato a soli ventisei anni.
11.5. Mauro Rostagno
Sociologo, militante del Sessantotto, fondatore di esperienze comunitarie innovative in quanto seguace di Osho Rajneesh, Mauro Rostagno approdò in Sicilia come animatore del centro Saman, occupandosi di tossicodipendenze in un territorio segnato da povertà e violenza. Ma fu soprattutto attraverso la televisione locale Radi Tele Cine (RTC) che condusse la sua battaglia più incisiva: ogni sera, con un linguaggio diretto e senza mediazioni, denunciava gli intrecci tra mafia, politica e affari nella Trapani dominata dal potere di Cosa nostra. Lo faceva con un rigore anticonformista che gli attirò isolamento e ostilità e che lo rese un bersaglio evidente. Il 26 settembre 1988 venne assassinato, e solo molti anni dopo e dopo diversi depistaggi la giustizia riconobbe la responsabilità per il delitto del boss trapanese Vincenzo Virga.
11.6. Libero Grassi
Imprenditore tessile a Palermo, Libero Grassi decise all’inizio degli anni Novanta di opporsi pubblicamente alle richieste di “pizzo” della mafia, rompendo l’omertà che per decenni aveva soffocato il tessuto produttivo siciliano. In un celebre articolo rivolto direttamente ai suoi estortori, pubblicato nel 1991 sul Giornale di Sicilia, dichiarò di non essere disposto a pagare e di voler difendere la sua libertà e la sua dignità personale e professionale. Rimasto isolato da gran parte del mondo imprenditoriale e spesso deriso come “incosciente”, continuò comunque la sua battaglia civile, fiducioso nello Stato e nella possibilità di un’economia liberata dal dominio mafioso. Il 29 agosto 1991 venne assassinato sotto casa da Salvatore Madonia su decisione della cupola di Cosa Nostra. Dopo la sua morte è stata approvata legge 18 febbraio 1992, n. 172 (“legge antiracket”) che istituisce tra l’altro un fondo di sostegno per chi denuncia di essere vittima di estorsioni.
11.5. Don Peppe Diana
A Napoli la camorra ha ucciso don Peppe Diana, impegnato nella denuncia delle attività della mafia e nella costruzione di una alternativa attraverso la sua attività di parroco presso la parrocchia San Nicola da Bari a Casal di Principe. Era il periodo della guerra dei Casalesi e don Peppe Diana era colpevole, tra l’altro, di aver diffuso nelle parrocchie un documento di dura condanna della camorra dal titolo Per amore del mio popolo non tacerò. Il suo assassinio avvenne in chiesa, il 19 marzo 1994, mentre si apprestava a celebrare la messa.
11.6. Don Ciotti e Libera
Dall’attività di un altro sacerdote, don Luigi Ciotti, è nata nel 1995 Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, un coordinamento che unisce centinaia di associazioni, gruppi, scuole in Italia e nel mondo con lo scopo di sensibilizzare la società civile. Un importante risultato è stato raggiunto con la legge 7 marzo 1996, n. 109, fortemente voluta dall’associazione, che stabilisce l’uso sociale dei beni sottratti alle mafie.
Bibliografia essenziale
Questa bibliografia include i libri citati nel testo ed altre opere fondamentali per una prima conoscenza del fenomeno mafioso.
Arlacchi P., La mafia imprenditrice, il Saggiatore, Milano 2007. Bonini C., Foschini G., Ti mangio il cuore. Nell’abisso del Gargano. Una storia feroce, Feltrinelli, Milano 2019. Cavadi A. (ed), A scuola di antimafia, DG Editore, Trapani 2006. Clemente E., Danieli R., Orizzonte Scienze Umane, Sanome/Paravia, Milano-Torino 2016. CROSS (Osservatorio sulla Criminalità Organizzata), Il clan dei Casamonica. La costruzione di uno speciale potere criminale a Roma Sud-est, Regione Lazio, 2021, url: https://www.regione.lazio.it/sites/default/files/2021-07/Il%20Clan%20dei%20Casamonica%20-%20Nando%20Dalla%20Chiesa.pdf dalla Chiesa, N., La convergenza. Mafia e politica nella Seconda Repubblica, Melampo, Milano 2010. dalla Chiesa, N. (a cura di), Contro la mafia. I testi classici, Torino, Einaudi, Torino 2010. dalla Chiesa, N., L’impresa mafiosa. Tra capitalismo violento e controllo sociale, Cavallotti University Press, Milano 2012. D’Elia, S., Turco, M., Tortura democratica. Inchiesta su “La comunità del 41 bis reale”, Marsilio, Venezia 1999.* *Dickie J., Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, Laterza, Roma-Bari 2007. Dolci, D., Fare presto (e bene) perché si muore, De Silva, Torino-Firenze 1954. Falcone, G., Padovani, M., Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1991. Gambetta D., La mafia elimina la concorrenza. Ma la concorrenza può eliminare la mafia?, in “Meridiana’’, n.7/8, settembre 1989-gennaio 1990. Gambetta D., La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992. Hess H., Mafia, Laterza, Bari 1973. Luca E., Le interpretazioni della mafia e le scienze sociali, in “Democrazia & Sicurezza’’, anno II, n. 2, 2013. Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, Mafie nel Lazio. V Rapporto, 2020, url:
https://www.regione.lazio.it/sites/default/files/documentazione/V-rapporto-mafie-lazio-1-2.pdf Paliotti V., Storia della camorra. Dal Cinquecento ai nostri giorni, Newton Compton, Roma 2002. Palumbo B., Piegare i santi. Inchini rituali e pratiche mafiose, Marietti 1820, Bologna 2020. Ravveduto, M. (a cura di), Le mafie nell’era digitale. Primo Rapporto. Rappresentazione e immaginario della criminalità organizzata, da Wikipedia ai social network, FrancoAngeli, Milano 2023. Rega V., Nasti M., Essere umani. Volume secondo biennio: Psicologia, sociologia, antropologia, Zanichelli, Bologna 2020. Saviano R., Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006. Silvis P., Capire la mafia, LUISS, Milano 2022. Vigilante, A., Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia 2012.
Sitografia
Addiopizzo, url: https://www.addiopizzo.org Avviso Pubblico, url: https://www.avvisopubblico.it Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”, url: https://www.centroimpastato.com Direzione Investigativa Antimafia (DIA), url: https://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it Fondazione Falcone, url: https://www.fondazionefalcone.it Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, url: https://www.libera.it* *Teche RAI, url: https://www.teche.rai.it/?s=mafia&submit=Cerca (selezione di materiali sulla mafia).
Laboratorio
1. Una ricerca sull’atteggiamento mafioso
Le mafie sono organizzazioni criminali, ma mafioso (o camorrista) è anche un certo atteggiamento e un modo di concepire le relazioni con l’altro. Individuate alcuni atteggiamenti che caratterizzano il modo di fare mafioso e progettate poi una ricerca per verificare quanto tali atteggiamenti siano condivisi nel vostro ambiente. Potete restringere il campo alle persone della vostra età o ampliarlo.
2. I bambini vittime della mafia
La mafia colpisce anche persone assolutamente innocenti. Tra questi non è infrequente che vi siano anche dei bambini. Fate una ricerca sui bambini vittime della mafia e scrivete un paragrafo aggiuntivo a questo testo.
3. Le donne nei sistemi mafiosi
La mafia appare intrisa di valori propriamente maschili, se non patriarcali. Ma non è infrequente che nei sistemi mafiosi le donne abbiano un ruolo di primo piano; Anna Mazza ad esempio è stata una boss di primo piano della camorra. Ma vi sono anche le donne che si ribellano alla mafia, come Rita Atria, testimone di giustizia collaboratrice del giudice Borsellino, che ti tolse la vita dopo la sua uccisione. E, ancora, le donne uccise dalla mafia. Fate una ricerca sul tema. Un punto di partenza può essere la visione del film La siciliana ribelle (regia di Marco Amenta, 2009), ispirato alla vicenda di Rita Atria o del più recente Ti mangio il cuore di Pippo Mezzacasa (2022), con protagonista la cantante Elodie e ispirato alla vicenda di Rosa Di Fiore, collaboratrice di giustizia della mafia garganica.
4. Una filmografia sulla mafia
Nel testo sono stati suggeriti alcuni film sulla mafia. Ma sono molti i film e le serie televisive sulle mafie italiane e internazionali. Fate una ricognizione e stilate una filmografia, facendo anche attenzione a segnalare quei film che possono essere particolarmente utili ai fini di un lavoro didattico, perché non si fermano alla spettacolarizzazione, ma analizzano aspetti culturali o sociali o economici del fenomeno mafioso.
5. La scuola contro la mafia
Si attribuisce allo scrittore Gesualdo Bufalino l’affermazione che “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”. Certo l’educazione è una delle armi più efficaci per contrastare le mafie. Ma in che modo? Dopo averne discusso, stilate un elenco di pratiche che la scuola può adoperare per lavorare come istituzione antimafia.
6. Lo stereotipo dell'italiano mafioso
All'estero spesso la mafia è associata all'identità italiana. Documentate lo stereotipo dell'italiano mafioso attraverso documenti scritti, immagini e video. Poi organizzate una piccola campagna visiva (poster, slide, brevi video) che decostruisca lo stereotipo mafioso attraverso dati, esempi positivi, storie di resistenza civile e testimonianze.
7. Mafia e devianza
O’ capoclan
Come usare questo percorso
Questo percorso è stato creato come Open Educational Resource (OER); è materiale che può e deve essere riutilizzato, modificato, ampliato o, se necessario, ridotto e ridistribuito. Un lavoro che può fare il docente, ma che è auspicabile che faccia tutta la classe. Tutti i materiali sono disponibili del sito dedicato al progetto: https://oermafia.readthedocs.io/
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In secondo luogo bisogna segnalare che il testo è stato modificato. Non è necessario descrivere nel dettaglio ogni cambiamento, ma è buona pratica indicare che si tratta di una versione adattata, ridotta o ampliata rispetto all’originale. Ad esempio si può scrivere che il materiale è stato rielaborato per un determinato contesto didattico, per una classe specifica o per un diverso ordine di scuola.
Il terzo elemento fondamentale è la condivisione con la stessa licenza. Chi redistribuisce una versione modificata deve pubblicarla ancora con licenza Creative Commons BY-SA 4.0, permettendo quindi ad altri di fare lo stesso: riutilizzare, modificare e ridistribuire il lavoro. In pratica, nella propria edizione bisogna indicare esplicitamente la stessa licenza e includere il link al testo della licenza.
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Un esempio sintetico di dicitura potrebbe essere:
Questo materiale deriva dal percorso Studiare le mafie, pubblicato nel numero 19/2026 di “Educazione Aperta” e disponibile sulla piattaforma Read the Docs all’url https://oermafia.readthedocs.io.
Autore: Antonio Vigilante
Modificato e adattato da:
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