Sul ruolo del bambino nella costruzione della pace nella visione di Maria Montessori | On the role of the child in peace building in Maria Montessori’s vision

DOI: 10.5281/zenodo.16795371 | PDF 

Educazione Aperta 18/2025

Maria Montessori paragonava la costruzione della pace a una rivoluzione della società in cui un ruolo di spicco spetta ai bambini. Aveva infatti osservato le speciali potenzialità della mente infantile, che arricchirebbero la vita sociale se fossero prese in considerazione dall’adulto. Purtroppo questi nutre numerosi pregiudizi nei confronti dell’infanzia; essi si ripercuotono sulla relazione educativa, che, auspicava Maria Montessori, andrebbe disarmata. Questo contributo analizza le potenzialità di un ambiente che nella vita quotidiana consenta ai bambini di apprendere la pace attraverso la pace. Viene sottolineata la peculiare comprensione che Maria Montessori aveva della “voce” del bambino, basandosi su alcune sue esperienze durante il periodo indiano.

Parole chiave: Maria Montessori, pace, “nuovo” bambino, ambiente, relazione educativa.

Maria Montessori likened peace building to a revolution in society in which children play a prominent role. Indeed, she observed the special potential of the child’s mind, which would enrich social life if taken into account by the adult. Unfortunately, the latter harbours many prejudices against childhood that affect the educational relationship, which, Maria Montessori advocated, should be disarmed. This contribution analyses the potential of an environment that enables children to learn peace through peace in everyday life. Maria Montessori’s unique understanding of the child’s “voice” is emphasised, based on some of her experiences during her time in India.

Keywords: Maria Montessori, peace, “new” child, environment, educational relationship.

Nella sua quinta edizione il primo libro[1] di Maria Montessori cambiò titolo per diventare La scoperta del bambino: poche parole che riassumono bene il percorso di ricerca che segnò tutta la sua vita. Con l’occasione decise di riscrivere completamente l’introduzione. Meritano particolare attenzione le due ultime righe: “L’umanità può sperare in una soluzione dei suoi problemi, fra cui i più urgenti sono quelli di pace e unità, soltanto volgendo la propria attenzione e le proprie energie alla scoperta del bambino e allo sviluppo della grande potenzialità della personalità umana in corso di formazione” (Istituto superiore di ricerca e formazione dell’Opera nazionale Montessori, 2000, p. 67). Quando scrisse queste righe nel 1948 si trovava in India, a Poona, dove si svolgeva un corso Montessori. Il Paese, lacerato dalla spartizione, stava attraversando una situazione politica drammatica per la violenza estrema e l’elevato numero di morti. Purtroppo, decenni dopo, l’urgenza della pace e dell’unità risultano ancora una sfida irrisolta in diversi continenti.

La pace è l’argomento che sta al cuore del pensiero di Maria Montessori, molto più vasto e profondo del Metodo di cui si parla tanto, ma che non offre soltanto una visione ridotta a una tecnica efficace per imparare in modo facile e precoce a scrivere, leggere e far di conto. Si tratta invece di una vera e propria filosofia di vita: un modo peculiare di guardare al bambino, che ha conseguenze sul nostro modo di entrare in relazione con lui e di concepire la vita, sua e nostra.

Di fronte ai numerosi conflitti armati, vicini o lontani da noi, sotto il riflesso dei proiettori o caduti nell’indifferenza, la pace sembra un ideale irraggiungibile, un argomento divenuto sterile a forza di essere ripetuto in tanti discorsi. Oppure, la pace è interpretata come un semplice cessate il fuoco raggiunto attraverso i negoziati dei diplomatici. Maria Montessori aveva invece una visione peculiare della pace, che non riduce mai all’assenza di guerra (Montessori, 2004, p. 4). La sua riflessione si nutre di episodi della sua vita che sono meno noti, alcuni dei quali sono presentati in questo contributo.

Da medico, pure con le cognizioni limitate della sua epoca, Maria Montessori aveva intuito quanto la guerra, oltre a danni fisici e materiali, provocasse ferite psichiche ingenti e profonde. Diceva che “quanto più precocemente un bambino viene ferito, tanto maggiore è il pericolo per la sua esistenza futura” (Montessori, 1917, p. 662). Una delle conseguenze era la perdita di energia e di intelligenza, ed ella presentiva il rischio che queste tendenze degenerative venissero trasmesse alle generazioni future. Sorprende allora sentire uno psichiatra infantile specializzato nei traumi causati dalla guerra affermare: “il trauma psichico è un argomento che non ci è stato insegnato. Prima del 1987 non se ne parlava nel caso dei bambini, per questa idea che in loro il trauma fosse effimero, transitorio” (Grappé, 2006, trad. mia, p. 94). Egli sottolinea poi che sono piccoli “dettagli” a rivelare la profondità del trauma[2]: i bambini non dondolano le braccia quando camminano, non chiudono gli occhi in modo naturale o provano difficoltà ad impugnare bene una matita. Se i segni sono piccoli, i traumi sono però difficilmente cancellabili. Numerose persone giunte all’età adulta non riescono a dimenticare i rumori dei bombardamenti o le conseguenze della prigionia vissuta durante la loro infanzia. Dacia Maraini scrive, dopo 80 anni da quell’esperienza: “meglio tacere e chiudere in un cantuccio del cuore le spaventose esperienze del campo” (Maraini, 2023, p. 9).

Tuttavia Maria Montessori non si limitò a denunciare l’efferatezza di ogni guerra. Senza porsi a un livello politico, affermava che la pace implica “una riforma sociale costruttiva” (Montessori, 2004, p. XI). Per risolvere il problema della pace, la formazione e la preparazione dell’individuo sono quindi più importanti della politica o dell’economia. In questa riforma assegnava un ruolo di primo piano ai bambini, che costituiscono “una speranza ed una promessa per l’umanità” (ivi, p. 41).

Per sminuire l’impegno pacifista di Maria Montessori spesso ci si focalizza sul sostegno ricevuto da parte di Mussolini e dal suo regime[3], per esempio per l’erezione dell’Ente Opera nazionale Montessori (1924) o l’istituzione della Regia Scuola di Metodo (1928). Questa è una delle “zone d’ombra” che spiega, tra altri motivi, il fatto che non ottenne il premio Nobel per la pace (Pesci, 2019). Tuttavia, come ha ben mostrato Erica Moretti nel suo importante volume (2021), l’impegno pacifista di Maria Montessori è il filo rosso del suo pensiero, che ebbe il merito di “salda[re] con forza pacifismo e educazione” (Cives, 2001, p. 262). Il suo impegno intellettuale in favore della pace fu costante, benché multiforme a seconda dei periodi della sua vita, come mostrano il progetto della Croce bianca (Kolly, 2021; Moretti, 2021, pp. 70-99; Gilsoul, 2022, pp. 211-217; Serina Karsky, 2022) o del Partito sociale del bambino (Kolly, 2021; Moretti, 2021, pp. 172-175; Gilsoul, 2022, pp. 224-228).

In questo contributo ci proponiamo di indagare la visione di Maria Montessori sul ruolo del bambino nella costruzione della pace, in relazione a diversi elementi basilari dei suoi principi pedagogici, basandoci in particolare su alcune sue riflessioni durante il periodo indiano[4].

L’ambiente può creare la pace

Alexandre Najjar[5] ha scritto i suoi ricordi di quello che chiama un “insostenibile incubo” (2003, p. 60). In un episodio racconta il suo rapimento a un posto di blocco di Beirut per “pagare l’uccisione” di uno dell’“altro campo”. Il miliziano incaricato degli ostaggi lo prese in disparte per dirgli che erano compagni alla scuola elementare. Najjar non potè “impedir[s]i di sorridere” a questa notizia. Il miliziano gli propose allora di scappare mentre Najjar gli chiese di dire ai suoi capi che erano stati amici: “non capirebbero! Per loro, un cristiano e un musulmano non possono giocare insieme”. Najjar seguì allora il consiglio del suo “amico” e scappò:

Corsi come un pazzo, più in fretta che potevo, senza mai girarmi indietro. Solo oggi, [dopo tanti anni,] ho il coraggio di voltarmi. [...] Le foto di classe sono sparse dinnanzi a me. [...] Passo le dita su quelle immagini che sembrano cartoline spedite da un altro paese. Ritraggono degli scolari che sorridono al futuro... Quale di loro è il miliziano che portava gli ostaggi in un terreno abbandonato? Impossibile saperlo: da tutti quei volti traspare l’innocenza. Ma non mi arrendo: devo ritrovare i suoi occhi tra decine di occhi puntati sul fotografo. Poso l’indice su ciascuno dei miei compagni. Che cosa ne sarà stato di loro? Ci sono quelli che sono partiti, quelli che sono rimasti. E gli assassini (ivi, pp. 60-61).

La pace si impara attraverso la pace: i bambini si costruiscono con quello che trovano intorno a sé, in uno spazio non solo materiale, ma intessuto di relazioni e di esperienze: “I bambini non sono per natura né fascisti, né bolscevichi, né democratici: diventano per lo più ciò che le circostanze li rendono” (Montessori, 2002, p. 129). Maria Montessori affermava che l’ambiente non può creare, ma deve consentire l’elevazione della personalità dei bambini, dando loro i mezzi per vivere. Il suo metodo non prevedeva lezioni di educazione civica, ma proponeva un ambiente ricco di stimoli (per quanto con un solo esemplare per ogni attività che fosse in grado di suscitare l’interesse dei bambini). Maria Montessori paragonava le scuole che seguono i suoi principi a santuari dove i bambini vivono quotidianamente la pace. È grazie all’ordine e alla tranquillità che vi regnano che il loro equilibrio interiore può svilupparsi. Questi bambini sperimentano concretamente e quotidianamente la collaborazione, la solidarietà e la condivisione, laddove altri approcci educativi darebbero luogo a competizione, aggressività e individualizzazione. È un fenomeno che, dopo le prime Case dei Bambini di san Lorenzo, si è riprodotto in “circostanze ancora più eccezionali” (Montessori, 1999b, p. 192), come nel convento delle Francescane Missionarie di Maria di via Giusti di Roma dove erano stati accolti una sessantina di orfani del terremoto di Messina (ivi, pp. 192-193; Gilsoul, 2022, pp. 97-100); nei rifugi aperti da Miss Cromwell con i bambini del Belgio e del nord della Francia rifugiati a Parigi che ispirarono l’ideazione della Croce Bianca; o nell’Agro romano con le famiglie seminomadi che vivevano in capanne senza acqua (Di Michele, 2021; Moretti 2021, pp. 18-30; Gilsoul, 2024).

Rinnovare il pensiero dell’adulto

Maria Montessori era convinta che si può sperare di costruire una società migliore, in cui ogni uomo potrà trovare il posto in cui dispiegare il suo potenziale, solo se nella sua infanzia ogni bambino avrà incontrato adulti che hanno avuto fiducia in lui. Considerava la pace come un problema essenzialmente umano, in quanto essa si costruisce in ogni relazione tra adulto e bambino.

Tuttora esistono ancora numerosi pregiudizi sull’infanzia che Maria Montessori non smise di denunciare nei suoi libri, auspicando l’emergenza di “una questione sociale del bambino che deve accompagnare [la] sua educazione” (Montessori, 1950, pp. 65-66). Affermò che non basta discutere delle sofferenze del bambino, ma occorre “un orientamento nuovo, che porta un rinnovamento nel nostro pensiero” (Montessori, 2004, p. 111).

La letteratura per l’infanzia, avendo “l’infanzia al cuore” (Rundell, 2020, p. 9), ha un valore ermeneutico prezioso: sono numerosi gli spunti che ci aiutano ad addentrarci nel vissuto dei bambini. Un solo esempio: protagonista del libro La guerra è finita di David Almond (2021) è John, un bambino inglese, il cui papà combatte in Francia durante la prima guerra mondiale. Oltre all’ansia del bambino, l’elemento che più colpisce è il sovrapporsi di un’altra guerra, tuttora dilagante. Si tratta dell’atteggiamento dell’adulto prepotente nei confronti dei bambini: che sia il preside che tratta i bambini da imbecilli, ricorrendo a punizioni fisiche, o il custode della fabbrica di armi che schernisce i bambini in modo pesante, o la mamma che non ascolta John quando questi le confida il suo sogno di vedere la guerra finire. È un’illustrazione della necessità di “disarmare” l’educazione (Montessori, 1932, p. 161), un argomento centrale nel pensiero di Maria Montessori:

Come possiamo parlare di Democrazia o di libertà se fin dai primi anni di vita noi educhiamo il fanciullo a sopportare la tirannide, ad obbedire a un dittatore? Come possiamo aspettarci una democrazia, se abbiamo allevato degli schiavi? La vera libertà comincia all’inizio della vita, non all’età adulta. Questi uomini che sono stati mutilati nelle loro facoltà, resi miopi e svigoriti dalla fatica mentale, i cui corpi sono stati deformati e la volontà spezzata dai superiori autoritari, che dicono: “la tua volontà deve sparire e la mia deve imporsi” – come possiamo aspettarci che questi uomini, terminate le scuole, accettino ed usino i diritti di liberi cittadini? (Montessori, 1991, pp. 103-104).

Forte di decenni di osservazione su diversi continenti, Maria Montessori ha visto emergere un bambino “ricco di poteri, di sensibilità, di istinti costruttivi che ancora non sono stati considerati né utilizzati” (Montessori, 2004, p. 33).

La verità del bambino

Il lungo periodo (dal 1939 al 1946 e dal 1947 al 1949) trascorso in India, “questo meraviglioso Paese” (Montessori, 1991, p. 5), da Maria Montessori con il figlio Mario ebbe numerose ripercussioni non solo sulla sua vita personale, ma sul suo pensiero e sulla sua visione dell’infanzia (Giovetti, 2009; Debs, 2022; Gilsoul, 2022, pp. 229-250; Moretti, 2022, pp. 177-210).

Al termine del primo corso indiano, organizzato nella sede della società teosofica ad Adyar dal novembre 1939 al febbraio 1940, Maria Montessori rivolse parole accorate ai “[c]ari amici indiani e miei allievi indimenticabili”, supplicandoli di non parlare di “un metodo di educazione che vi ha convinto” né di un modo efficace di “istruire le future generazioni indiane” (Montessori, 1975, p. 2). Tutto questo doveva essere solo un mezzo, mentre il fine non si limitava né alla scuola né all’India, in quanto era un “fine più universale”. Si trattava “di veramente rinnovare l’umanità” (ibidem). Invitava i suoi studenti ad assomigliare “più [a] combattenti che [a] insegnanti. Umili e senza violenza con una fede luminosa nel cuore andate! andate! e predicate per tutta l’India [illeggibile] preparando le vie al Regno del Bambino!” (ivi, p. 5).

Se è chiaro il richiamo a Gandhi, Maria Montessori non esitò tuttavia a individuare un suo errore, come scrisse in questa lettera alla sua stretta collaboratrice Giuliana Sorge: “Vedi come Gandhi soffre malgrado il potere pacificante della sua vita ammirabile e straordinaria. È che egli si rivolge all’adulto. Se si fosse rivolto ai bambini, avrebbe trasformato gli indiani che ora si stanno ammazzando. E non si vede il rimedio. Gandhi dice che si vergogna e vuole morire...”[6] (Montessori, 1989, p. 55).

Con questo illustre esempio Maria Montessori vuole sottolineare il fatto che se si prendono in considerazione solo i valori degli adulti, manca qualcosa di essenziale nella società. Si dà spesso per scontato che sono gli adulti che devono aiutare il bambino; invece, con la loro tendenza a volerlo proteggere, spesso soffocano il suo slancio vitale. Maria Montessori invita gli adulti a farsi aiutare dal bambino, che non è debole. Quando ci propone la figura del bambino come maestro, ciò non è nel senso di un insegnante che impartisce conoscenze teoriche, ma piuttosto di un maestro di vita che offre un certo sguardo sulla realtà, con il suo modo peculiare, per esempio, di vivere il presente.

Che cosa dovevano quindi fare i trecento studenti di Maria Montessori? Ella li spronava a “parlare perciò a tutti del Bambino e del suo Segreto [...] parlate di lui come Padre dell’Uomo, come Costruttore dell’Umanità” (Montessori, 1975, p. 2). Li esortava a diventare apostoli non di un metodo di educazione, ma della verità del bambino. Essa si cela nel “bambino nuovo”, che – in un ambiente adatto alle sue esigenze che non ostacola la sua vitalità – è in grado di sviluppare la sua personalità in modo armonioso, grazie anche ad attività che favoriscono la sua indipendenza. Consapevole però delle numerose difficoltà che rappresenta per gli adulti fare un passo di lato, Maria Montessori ribadisce che si tratta di un “grande privilegio” poter assistere a queste rivelazioni che consentono di vedere

nelle qualità del bambino [...] l’uomo quale dovrebbe essere: un lavoratore che non si stanca mai perché ciò che lo spinge è l’entusiasmo perenne; quello che cerca il massimo sforzo, perché la sua aspirazione incessante è rendersi superiore alle difficoltà; colui che cerca veramente di aiutare il più debole, perché ha nel cuore la carità vera che sa come rispettare gli altri; perché il rispetto dello sforzo spirituale di ogni individuo è l’acqua che innaffia le radici della sua anima. In queste caratteristiche [si riconosce] il vero bambino, padre dell’uomo vero (Montessori, 1999a, p. 281).

La voce dei bambini

Alla fine del primo corso di Adyar furono organizzati diversi incontri con Maria Montessori che numerosi indiani, non solo i partecipanti al corso, consideravano, come raccontava suo figlio Mario, una “Maestra ispirata da Dio” (Giovetti, 2009, p. 110). Nelle lettere inviate ai suoi nipoti rimasti in Olanda, ella dedica un particolare spazio all’incontro con alcune famiglie del Gujarat che abitavano a Madras. Erano presenti numerosi bambini piccoli “le cui urla facevano un tale baccano da coprire tutti gli altri suoni” (C. Montessori, 2020, p. 76). Maria Montessori colse l’occasione per affermare che

la voce dei bambini non ha bisogno di traduzione (in questo caso le loro grida) esiste quindi una voce nel mondo che parla direttamente ai nostri cuori. Ho tradotto questa voce: è quella del bambino che dice: “Non dimenticarti di me, non lasciarmi, ma ascolta la mia voce. È una tromba di giustizia che chiama tutti gli uomini, annunciando un mondo nuovo. Il nostro pianto significa che c’è ancora tanto da fare per noi che stiamo soffrendo” (ivi, trad. mia, p. 77).

Sicuramente Maria Montessori sarà stata colpita dall’immediatezza del linguaggio dei bambini, a differenza dalle sue prese di parola che richiedevano ben due intermediari: suo figlio Mario traduceva in inglese quanto pronunciato in italiano a una signora che lo diceva in Gujarati. Tuttavia è la riflessione suscitata da questo incontro che colpisce: “Ma alla Società delle Nazioni si sentono innumerevoli lingue, eccetto quella dei bambini, motivo per il quale c’è la guerra invece della Pace” (ibidem).

Maria Montessori conclude la sua lettera chiedendo ai nipoti se piace loro questa sua “trovata”. Se nel modo di descriverlo sceglie il registro dell’aneddoto, un pensiero che approfondirà durante gli anni resta invece nascosto. Il primo convegno Montessori internazionale del dopoguerra organizzato a San Remo nel 1949, dal titolo La formazione dell’uomo nella ricostruzione mondiale, fu l’occasione di condividere il frutto delle sue riflessioni indiane con le centinaia di partecipanti. Durante una delle sue quattro conferenze, Maria Montessori presentò il neonato come “apostolo della pace” (Montessori, 2002, p. 167). Così facendo ella sottolinea quanto il neonato, con il suo affidarsi in modo totale, la sua “capacità miracolosa di adattamento”, è una “forza spirituale universale”, in grado di provocare una “trasformazione totale” del carattere degli adulti (ibidem).

Cambiare il cuore degli adulti

Convinta che solo l’amore e l’interesse per il bambino possono unire gli adulti in “un legame universale il più saldo che esista” (ibidem), Maria Montessori propone di trarre profitto dalle forze che sono nel bambino per raggiungere l’armonia sociale. L’influenza prodotta dai neonati o dai bambini piccoli sugli adulti ha infatti il potere di cambiare il loro cuore: “Se l’adulto non cerca di rinnovarsi, una dura corazza si va formando attorno al suo spirito e finisce col renderlo insensibile: e in questo insensato modo il suo cuore si perderà!” (Montessori, 1999b, p. 141).

Fin dalla prima Casa dei Bambini di San Lorenzo, Maria Montessori aveva notato che molti visitatori venivano per “rigenerarsi in un bagno spirituale” (Montessori, 1909, p. 37). Vi era un’atmosfera di pace forse intrinseca al lavoro dei bambini in un ambiente preparato, come ha scritto Michel Lanternier, il fondatore della storica scuola Montessori di Rennes in Francia (Legris, 2022): “Quando si visita questa scuola, non tutti sono convinti, ma tutti se ne vanno con qualcosa nella mente, anche se è solo un punto interrogativo. Nessuno se ne va senza essersi posto una domanda, e la pace arriva sui volti di coloro che erano venuti solo per trovare ‘la cosa’ e che, in questo luogo, hanno contemplato qualcosa” (Besombes, 2020, trad. mia, p. 54).

A San Remo Maria Montessori si disse convinta che “il bambino è [...] l’unica speranza di raggiungere un’intesa armoniosa e perfetta tra gli uomini” (Montessori, 2002, p. 162). Non era affatto un discorso teorico o utopico. Lei stessa era stata testimone di questo grande potere: i partecipanti ai suoi corsi in India erano di diverse religioni che “di solito si odiano e si disprezzano e non tollerano la reciproca vicinanza”, e di differenti caste, pure di quelle più basse:

Man mano che nel corso delle mie lezioni descrivevo le forze misteriose e gli immensi poteri che guidano il bambino nel suo sviluppo, i miei ascoltatori si sentivano toccati dalla forza dei miei argomenti come da una rivelazione, perché ciascuno riconosceva il suo piccolo nell’essere miracoloso del quale parlavo [...] si formavano legami di amicizia e cadevano le barriere sociali (ivi, pp. 162-163).

Il mondo attuale non ha realizzato ciò che Maria Montessori auspicava: c’è ancora tanto da fare per scoprire la verità dei bambini e dare loro più voce. È necessario riprendere il tempo di contemplare i bambini che – per Maria Montessori – sono “operai divini” e “creatori” e che, “senza pretese, portano a termine il più grande capolavoro dell’umanità: la costruzione dell’uomo”. Forse dovremmo seguire il suo consiglio: sostituire la parola “educazione” con “coltivazione” e così troveremmo un aiuto; perché compito di ogni adulto educatore è di “coltivare le potenzialità esistenti nel bambino, in modo che si sviluppino e si espandano” (ivi, pp. 134-135).

Note

[1] Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’Educazione infantile nelle Case dei Bambini fu pubblicato nel 1909. Conobbe diverse edizioni nel 1913, 1923, e l’ultima nel 1950.

[2] Ci sono numerosi lavori dedicati a questo argomento; vedi tra tra l’altro: G. Annacontini, M. D’Ambrosio, A.P. Paiano, C. Iorio, A.G. Lopez, N. Di Genova, A. Vaccarelli e E. Zizioli, 2023.

[3] Per approfondire questo tema vedi: Marazzi, 2000; Leenders, 2001; Tornar, 2005; Lama, 2016; Fabbri, 2020; Gilsoul, 2022, pp. 179-207.

[4]  Così come Maria Montessori, useremo in modo generico il termine “bambino”, che ovviamente include anche la “bambina”. Ricordiamo che con i quattro piani di sviluppo proposti da Maria Montessori l’infanzia finisce intorno a 6 anni e la fanciullezza va dai 6 ai 12 anni.

[5] Avvocato e scrittore libanese, nato nel 1967, aveva 8 anni quando iniziò la guerra civile libanese e 23 quando cessò.

[6] Questa lettera era stata inviata a Giuliana Sorge presumibilmente nel settembre 1948.

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L’autrice

Martine Gilsoul, maestra di scuola elementare, dopo il lavoro in una zona di educazione prioritaria di Bruxelles si è formata al metodo Montessori per la fascia 0/6. È stata coordinatrice di nido Montessori a Roma. Ha scritto Maria Montessori. Una vita per i bambini (Giunti, 2022). Attualmente è dottoranda in Storia dell’educazione presso l’Università Roma Tre.