Editoriale
Quando Giovanni Falcone affermava che "la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine", probabilmente non immaginava quanto quel fenomeno si sarebbe evoluto fino a permeare i più alti vertici del potere mondiale. La mafia come organizzazione criminale, certo, era già da tempo un fenomeno globale, così come era evidente che logiche e pratiche mafiose erano penetrate in modo strutturale nell'economia capitalistica. Quello cui stiamo assistendo però è qualcosa di diverso. Di fronte a un potere come quello di Donald Trump, che fa un uso plateale non solo della menzogna, ma anche della minaccia, del ricatto, dell'ostentazione dell'arroganza, le categorie politiche tradizionali si rivelano insufficienti. E ci si chiede se non ci si trovi di fronte a una deriva apertamente mafiosa del capitalismo. Certo mai, negli ultimi decenni, la democrazia è stata maggiormente a rischio. Ed è un rischio che interroga fortemente chi si occupa di educazione.
Nel Primopiano di questo numero ci occupiamo dunque di mafie. Considerandole non soltanto organizzazioni criminali, ma anche culture, visioni del mondo, sistemi simbolici; una forma di potere che si radica nei territori attraverso una pedagogia implicita, fatta di esempi, miti, narrazioni e modelli. Questo potere educativo informale agisce nella quotidianità, penetrando nel tessuto sociale attraverso canali spesso occulti: musica, social network, simboli religiosi, fiction televisive, memoria orale. Nel primo dei contributi Michele Gagliardo analizza appunto questa complessità, considerando da un lato l'efficacia delle mafie nel coinvolgere la totalità delle persone cui si rivolge, e dall'altro le crepe, i bisogni che i sistemi mafiosi, per molti versi totalitari, non riescono a soddisfare, come quello di dare alle cose un valore che non sia puramente legato al consumo; ed è su queste aree disattese che una pedagogia antimafia può intervenire.
Gli interventi successivi illustrano pratiche concrete di educazione antimafia a scuola. Giovannella Rinauro presenta un laboratorio sulla figura di Piersanti Mattarella nella scuola primaria, mostrando come la scuola possa proporre contro-narrazioni efficaci attraverso la proposta di figure in grado di incarnare valori opposti rispetto a quelli mafiosi. Paola Graziano, Milena Masseretti e Silvia Melis presentano un laboratorio espierenziale rivolto agli studenti e alle studentesse della scuola media inferiore e superiore centrato sull'uso del teatro, con un significativo coinvolgimento del linguaggio del corpo e delle emozioni.
Il Primopiano si chiude con Studiare le mafie, una risorsa educativa aperta (OER, Open Educational Resource) a cura di Antonio Vigilante. Si tratta di un percorso indirizzato al Liceo delle scienze umane e al Liceo economico-sociale. Pensato come integrazione dei manuali, nei quali il tema della mafia si affaccia sporadicamente; ma può essere anche facilmente adattato per studiare le mafie in altri contesti scolastici, o come percorso di educazione civica.
In Esperienze & Studi un lungo saggio di Andrea Bignardi sul contributo all'educazione degli adulti di Bogdan Suchodolski e Giovanni Maria Bertin; la loro riflessione, che ha radici comuni nel marxismo, risulta preziosa oggi per pensare una educazione permenente che non sia schiacciata sulle esigenze del mercato.
La sezione conclusiva della rivista è stata riorganizzata. Si chiama ora Rubriche e si presenta in questo numero particolarmente nutrita, con letture, riletture e riflessioni sui temi educativi e politici della rivista: scuola e sperimentazione educativa, guerra e nonviolenza, migrazioni e diritti.
A partire da questo numero Vincenzo Schirripa condivide la direzione scientifica della rivista con Mariateresa Muraca e Paolo Vittoria. Inoltre la Comunità di ricerca si arricchisce grazie all'ingresso di Chiara Martinelli e Michela Fregona.