Decostruire l’abilismo: narrazioni attiviste e pratiche intersezionali di resistenza | Deconstructing Ableism: Activist Narratives and Intersectional Practices of Resistance 

DOI:10.5281/zenodo.16793369 | PDF 

Educazione Aperta 18/2025

Le narrazioni abiliste continuano a influenzare la percezione della disabilità, contribuendo alla marginalizzazione delle persone con disabilità nel discorso pubblico. Questi stereotipi si riflettono nei media, nel linguaggio e nelle pratiche educative, consolidando dinamiche di esclusione. Questo articolo propone una riflessione su come gli attivisti digitali sfidano tali rappresentazioni attraverso pratiche di auto-rappresentazione e contro-narrazione, con particolare attenzione all’intreccio tra abilismo e razzismo. L’analisi dei contenuti sui social media evidenzia strategie di resistenza che ridefiniscono l’identità corporea e le forme di inclusione. Il contributo sottolinea l’importanza di un approccio intersezionale e decategorizzante per favorire un cambiamento culturale e sviluppare pratiche educative realmente inclusive, capaci di superare le barriere imposte dagli stereotipi dominanti.

Parole chiave: anti-abilismo, intersezionalità, attivismo.

Ableist narratives continue to shape the perception of disability, contributing to the marginalization of disabled individuals within public discourse and restricting their full social participation. These stereotypes permeate media, language, and educational practices, reinforcing exclusionary dynamics. This article examines how digital activists challenge such representations through self-representation and counter-narratives, with a particular focus on the intersection of ableism and racism. The analysis of social media content reveals resistance strategies that redefine bodily identity and inclusion frameworks. This contribution underscores the importance of an intersectional and de-categorizing approach to fostering cultural change and developing genuinely inclusive educational practices capable of dismantling the barriers imposed by dominant stereotypes.

Keywords: anti-ableism, intersectionality, activism.

Introduzione

L’abilismo, inteso come sistema strutturale che privilegia i corpi ritenuti “normodotati” e marginalizza quelli non conformi, rappresenta una delle forme di esclusione meno interrogate nel dibattito italiano sull’inclusione (Bellacicco, Dell’Anna, Micalizzi e Parisi, 2022). Sebbene la disabilità riceva crescente attenzione, le narrazioni e le pratiche abiliste continuano a operare in modo pervasivo e spesso invisibile, soprattutto nei contesti educativi, comunicativi e istituzionali.

Questo articolo intende analizzare come alcuni attivisti e attiviste con disabilità, attraverso l’uso dei social media, mettano in atto strategie di contro-narrazione capaci di decostruire stereotipi abilisti e di ridefinire l’identità corporea in chiave politica e intersezionale. L’obiettivo è duplice: da un lato, far emergere i temi ricorrenti nelle loro pratiche comunicative; dall’altro, comprendere in che modo tali pratiche possano ispirare una revisione delle posture educative nei contesti formali così come in quelli informali in direzione di una reale inclusione.

Particolare attenzione è rivolta all’intreccio tra abilismo e razzismo, evidenziando come tale intersezione generi forme specifiche di marginalizzazione che colpiscono in modo particolare le donne afrodiscendenti con disabilità.

Per rispondere a tali interrogativi, si presenteranno i risultati di una ricerca qualitativa condotta attraverso un approccio di etnografia digitale, basata sull’osservazione sistematica di sedici profili di attivisti e attiviste anti-abilisti attivi sulle piattaforme social. L’analisi si concentra sui contenuti narrativi e visivi prodotti online. L’intento non è solo descrittivo, ma anche trasformativo: valorizzare queste voci come fonti epistemiche e pedagogiche.

L’abilismo: una prospettiva critica sulle dinamiche di esclusione sociale 

L’abilismo si configura come una forma di discriminazione sistemica, profondamente radicata nei dispositivi socioculturali e istituzionali, che privilegia le persone ritenute “normodotate” a discapito di quelle con disabilità (Campbell, 2009). Tale fenomeno si inserisce all’interno del più ampio quadro delle oppressioni strutturali, al pari di sessismo, razzismo e classismo, operando attraverso pratiche, norme e rappresentazioni che consolidano gerarchie di potere e marginalizzazione (Garland-Thomson, 2011). Non si tratta, dunque, di un mero insieme di pregiudizi individuali, bensì di un sistema culturale e normativo che modella l’accesso alle opportunità educative, occupazionali e sociali, influenzando la costruzione stessa dell’identità delle persone con disabilità (Goodley, 2017; Soldatic e Meekosha, 2012).

Le radici epistemologiche dell’abilismo affondano nel modello medico della disabilità, il quale, egemone per larga parte del XX secolo, l’ha interpretata esclusivamente in termini di deficit biologico e patologico, enfatizzando la necessità di interventi riabilitativi finalizzati alla “correzione” della menomazione (Shakespeare, 2006; Oliver, 1990). In questa prospettiva, la disabilità è stata concepita come una condizione deviante rispetto a un presunto standard di normalità, con il conseguente rischio di patologizzazione e infantilizzazione delle persone con disabilità, spesso relegate a un ruolo passivo all’interno della società (Barton, 1996). Tale paradigma ha influenzato significativamente le politiche sanitarie e assistenziali, orientando gli interventi solamente verso l’attuazione di strategie compensative (Barnes e Mercer, 2010).

L’abilismo, dunque, si manifesta in molteplici forme, dalle barriere architettoniche e istituzionali agli ostacoli normativi e agli stereotipi culturali, producendo una condizione di subalternità per le persone con disabilità (Ghirotto, 2020). Il termine stesso, derivato dall’inglese ableism, ha trovato diffusione nei Disability Studies degli anni Ottanta e solo a partire dagli anni Duemila è stato adottato nel dibattito accademico italiano, in linea con le ricerche sviluppate in ambito anglosassone (Priestley, 2003). Analogamente ad altri -ismi (ad es., sessismo e razzismo), esso si fonda su una costruzione sociale dell’alterità che identifica la disabilità come un’anomalia da correggere anziché come un’espressione della diversità umana. La dicotomia tra corpi “abili” e corpi “disabili” alimenta una visione riduzionista della persona con disabilità, rafforzando pratiche escludenti e processi di disumanizzazione (Garland-Thomson, 2005).

Occorre inoltre ricordare come l’abilismo, talvolta, non operi in maniera isolata, bensì si intreccia con altre forme di discriminazione basate sul genere, sull’etnia e sulla classe sociale, producendo dinamiche di oppressione che si rafforzano vicendevolmente. In questa prospettiva il concetto di intersezionalità, introdotto da Kimberlé Crenshaw (1989), offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere come diverse categorie di marginalizzazione si sovrappongano e si amplifichino reciprocamente. Le donne con disabilità, ad esempio, subiscono non solo la discriminazione abilista, ma anche le disuguaglianze legate al genere, con un impatto significativo sul loro accesso all’istruzione, all’occupazione e alla tutela della salute riproduttiva (Garland-Thomson, 2002; Piepzna-Samarasinha, 2018). Allo stesso modo, le persone con disabilità appartenenti a minoranze etniche possono affrontare discriminazioni multiple che ostacolano il loro pieno inserimento sociale, aggravando la loro condizione di svantaggio (Erevelles e Minear, 2010). L’intersezionalità permette dunque di superare approcci monodimensionali e di riconoscere la complessità delle esperienze vissute dalle persone con disabilità, evidenziando la necessità di strategie di intervento che tengano conto di questa multidimensionalità (Meekosha, 2011).

Decostruire l’abilismo, dunque, richiede un approccio sistemico e intersezionale che riconosca il valore della pluralità delle esperienze umane e promuova politiche inclusive ed educative orientate alla giustizia sociale (Meekosha e Shuttleworth, 2009). È imperativo attivare percorsi di sensibilizzazione e formazione che interroghino i presupposti normativi della disabilità, trasformando il paradigma dominante e promuovendo una cultura dell’inclusione basata sul riconoscimento della soggettività delle persone con disabilità (Goodley, 2014). In questo contesto, il ruolo dell’attivismo per i diritti delle persone con disabilità gioca una partita importante per stimolare una riflessione critica sulle strutture di potere abiliste e favorire una loro partecipazione effettiva alla vita sociale.

Attivismo e disabilità: strategie di resistenza all’abilismo

L’attivismo delle persone con disabilità rappresenta una risposta politica e culturale alle narrazioni dominanti che perpetuano la loro marginalizzazione. Per poter reagire alle dinamiche di stigmatizzazione e oppressione, infatti, le persone con disabilità possono adottare strategie di resistenza volte a decostruire le etichette sociali svalutanti e limitanti attribuite dalla società (Barnes e Mercer, 2010).

In questo contesto, il ruolo degli attivisti si configura come un’azione volta a promuovere una nuova visione della disabilità, superando concezioni anacronistiche e promuovendo una prospettiva maggiormente inclusiva, capace di valorizzare la pluralità delle esperienze umane (Goodley, 2016). L’attivismo assume dunque una funzione essenziale nel contestare rappresentazioni stereotipate e nel proporre una narrazione alternativa basata sull’autodeterminazione e sulla rivendicazione di diritti civili fondamentali. 

Sulla scia del movimento antirazzista degli anni Cinquanta-Sessanta dello scorso secolo, anche per le battaglie anti-abiliste l’utilizzo delle testimonianze dirette diventa uno degli strumenti chiave impiegati per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche della disabilità, contrastando diversi fenomeni come per esempio l’inspiration porn. Con questo termine Stella Young, giornalista e attivista australiana per i diritti delle persone con disabilità descrive l’atteggiamento paternalistico che riduce le persone con disabilità a meri “oggetti di ispirazione” (Young, 2014): individui straordinari esclusivamente per il fatto di vivere la loro quotidianità, svolgere attività comuni o affrontare le sfide imposte dalla società. In questo modo si rafforza una visione infantilizzante e pietistica della disabilità, secondo cui il valore di una persona con disabilità viene ridotto alla capacità di “ispirare” le persone abili, anziché essere riconosciuto per le loro reali competenze (Young, 2014). Il rischio è quello di depoliticizzare le reali problematiche di accessibilità e inclusione, distogliendo l’attenzione dalle responsabilità istituzionali e collettive e trasformando la disabilità in una narrazione individualistica di lotta eroica anziché una questione di diritti sociali universali.

In questi ultimi anni, grazie alla pervasività degli strumenti digitali nella vita quotidiana, l’azione militante di questi attivisti si è servita sempre più del web: i social media hanno ridefinito le modalità di mobilitazione e partecipazione attivista, dando vita al fenomeno dell’influ-attivismo (Pedroni, 2024). La convergenza tra le pratiche comunicative tipiche degli influencer e le istanze politiche dell’attivismo ha permesso di ampliare così il pubblico raggiunto, fornendo una narrazione alternativa della disabilità al di fuori dei canali tradizionali (Ellcessor, 2016). Questo è stato particolarmente di valore nel caso degli attivisti con disabilità che, al contrario di quanto accadeva negli altri casi (si pensi alle manifestazioni dei movimenti antirazzisti o femministi), difficilmente riuscivano ad “occupare le piazze” della città a causa delle tante barriere fisiche-urbane che limitavano il loro accesso allo spazio pubblico.

Il digitale, dunque, si è configurato come un’arena privilegiata riuscire a occupare un altro spazio di socialità, per far sentire la propria voce e diffondere una nuova consapevolezza culturale (Jenkins, 2009), rendendo possibile l’elaborazione di strategie comunicative innovative per la promozione di istanze inclusive (Trevisan, 2017).

Sfruttando quindi la potenzialità dei media, in questi ultimi anni, l’attivismo delle persone con disabilità si è declinato, anche in Italia, in molteplici forme sia individuali ma anche collettive. Alcune figure emblematiche del panorama contemporaneo sono Sofia Righetti, Ilaria Crippi, Alice Wong, Giulia Lamarca, Rebekah Taussing e Bebe Vio che, attraverso i loro canali social, quali per esempio Instagram, Facebook o blog personali, affrontano diverse tematiche. Accanto a questi percorsi individuali, emergono anche movimenti sociali come il collettivo Mai Ultimi, fondato dall’attivista Elisa Costantino presso l’Università degli Studi di Torino, che mira a garantire il riconoscimento e l’inclusione degli studenti con disabilità nei contesti accademici (Costantino, 2023). Il ruolo dei caregiver, inoltre, risulta cruciale nella promozione di iniziative di supporto, come gruppi di auto-mutuo-aiuto, blog e spazi digitali dedicati alla condivisione di risorse (Shakespeare, 2006).

Le piattaforme digitali, infine, hanno consentito la creazione di network in grado di rafforzare l’interconnessione tra diversi movimenti sociali. L’attivismo delle persone con disabilità si è infatti intrecciato con altri movimenti di giustizia sociale, tra cui quello antirazzista (Collins e Bilge, 2020). Come già accennato sopra, l’esperienza della disabilità, infatti, non è uniforme ma attraversata da variabili come etnia, genere, classe sociale e orientamento sessuale, generando forme di discriminazione multiple e cumulative (Erevelles e Minear, 2010). Movimenti come il Black Disabled Lives Matter hanno messo in evidenza la necessità di affrontare sia il razzismo sistemico che l’abilismo, denunciando le barriere sociali e istituzionali che limitano l’accesso ai diritti fondamentali per le persone disabili non bianche (Bell, 2017). L’attivismo digitale ha favorito la convergenza tra queste lotte, fornendo spazi per narrazioni alternative che sfidano la medicalizzazione della disabilità e il controllo istituzionale sulla vita delle persone con disabilità, soprattutto di quelle appartenenti a comunità razzializzate (Piepzna-Samarasinha, 2018). Anche il Disability Justice Movement, nato negli Stati Uniti nei primi anni 2000 grazie a figure come Patty Berne e Sins Invalid, ha posto al centro delle proprie rivendicazioni l’analisi delle disuguaglianze strutturali, sottolineando come le persone con disabilità appartenenti a minoranze etniche affrontano livelli di esclusione ancora più accentuati (Berne, 2015).

In Italia la riflessione su queste tematiche è ancora in fase di sviluppo, ma esperienze di mobilitazione come quelle portate avanti da attivisti per i diritti dei migranti con disabilità iniziano a richiamare l’attenzione sulla necessità di politiche più inclusive e realmente trasversali (Zanetti, 2022). L’incontro tra attivismo per la disabilità e lotte antirazziste si configura così come un’importante opportunità per ripensare la giustizia sociale in una prospettiva che tenga conto delle molteplici identità e delle sfide che ne derivano.

Seguendo le voci dell’attivismo: uno studio etnografico tra i profili digitali

Alla luce di quanto sinora esposto, desideriamo riportare alcuni dei principali risultati provenienti da un più ampio progetto di ricerca esplorativo che ha avuto come obiettivo generale l’analisi dell’abilismo attraverso il contributo degli attivisti digitali. Nello specifico, lo studio intendeva indagare due aspetti significativi della lotta attivista anti-abilista: da un lato, l’esplorazione delle tematiche più ricorrenti affrontate dagli attivisti, dall’altro le modalità attraverso cui essi de-costruiscono i falsi miti creati e portati avanti su di loro da quanti hanno un corpo abile.

Per farlo si è deciso di realizzare un’etnografia virtuale (Alvarez Cavidad, 2009) basata sull’osservazione sistemica dei profili social (Instagram, TikTok, X e/o Facebook) di alcuni attivisti digitali impegnati nel campo della disabilità. Questo approccio ci ha permesso di accedere a spazi digitali in cui le soggettività disabili elaborano e condividono pratiche di auto-rappresentazione, esperienze vissute e riflessioni critiche, proprio perché, come ricostruito nel paragrafo precedente, rappresentano uno spazio alternativo per la veicolazione di contro narrazioni rispetti ai discorsi dominanti e la decostruzione di stereotipi abilisti.   

In particolare, l’analisi è stata condotta prendendo in considerazione sedici figure significative scelte in base ai seguenti cinque criteri: vivere una condizione di disabilità in prima persona; essere attivamente impegnati/e in pratiche di attivismo digitale, riconducibili alla disability justice, al femminismo intersezionale e ad altre forme di giustizia sociale; produrre contenuti culturali e narrativi autonomi (video, podcast, articoli, libri, post) contribuendo alla decostruzione di stereotipi abilisti e alla diffusione di rappresentazioni alternative; rifiutare esplicitamente modelli normativi legati alla performance, al merito o alla medicalizzazione, proponendo una visione politica e relazionale della disabilità; promuovere il cambiamento strutturale, agendo in ambito educativo, mediatico, sportivo o istituzionale per favorire inclusione, accessibilità e pari diritti.

Sono stati presi in considerazione, dunque, i seguenti profili: Ilaria Crippi, Elena Paolini e Maria Chiara Paolini (Witty Wheels), Claudia Maltese, Fazliu Gresa, Alice Wong, Sofia Righetti, Giulia Lamarca, Rebekah Taussing, Bebe Vio, Elisa Costantino, Federica Giusto, Marina Cuollo, Iacopo Melio, Villisan Thompson e Imani Barbarin. I profili osservati includono prevalentemente giovani donne attiviste italiane, ma anche alcune figure internazionali (Fazliu Gresa, Alice Wong, Rebekah Taussing, Villisan Thompson e Imani Barbarin) che amplificano la prospettiva su questa tematica. In particolare, Villisan Thompson (statunitense) e Imani Barbarin (statunitense), entrambe afrodiscendenti con disabilità, rappresentano voci fondamentali nell’attivismo intersezionale, mettendo in luce come le discriminazioni legate alla disabilità si intrecciano a quelle razziali. È importante tenere presente che la diversità delle esperienze analizzate non riflette soltanto una differenza geografica tra Stati Uniti e Italia, ma richiama background culturali distinti anche rispetto alle forme e alle genealogie dell’attivismo. Le attiviste statunitensi si inseriscono in una tradizione consolidata di lotte collettive per i diritti civili e la giustizia sociale, mentre le attiviste italiane operano in un contesto più recente e frammentario, spesso segnato da visibilità limitata e narrazioni abiliste ancora radicate. Questa differenza incide profondamente sulle modalità di auto-rappresentazione, sulle istanze politiche sollevate e sulle forme di resistenza adottate (Oliver, 1990; Valtellina, 2025). L’età dei soggetti varia indicativamente tra i 30 e i 50 anni, con alcune figure di particolare rilievo mediatico e generazionale, come Bebe Vio, classe 1997, che rappresenta un esempio di attivismo coniugato alla visibilità sportiva.

I dati raccolti hanno riguardato la lettura e l’ascolto di post, video, storie e reel, nonché l’osservazione di vignette e altri materiali grafici prodotti dagli attivisti sulle tematiche connesse all’inclusione, all’accettazione della diversità, all’accessibilità, all’affettività e al rapporto con il (proprio) corpo.

Principali risultati: il corpo come lotta e le contro-narrazioni dell’attivismo digitale

In questo paragrafo illustriamo quindi alcuni dei principali risultati emersi dalla ricerca etnografica. Prima di addentrarci nell’esplorazione dei contenuti mediali osservati, vogliamo sottolineare un’evidenza rilevante emersa dallo studio: la netta prevalenza di soggettività femminili tra le figure selezionate. Questa osservazione non crediamo sia neutra o casuale, ma ci invita a riflettere sulla centralità assunta dalle donne con disabilità nell’elaborazione di contro-narrazioni digitali. L’ampia visibilità di queste attiviste può essere letta come effetto e, al tempo stesso, come risposta alle dinamiche di esclusione e controllo che colpiscono i corpi disabili femminili, soggetti a una doppia marginalizzazione di genere e abilista. In molti casi, tali soggettività non solo espongono le proprie esperienze, ma producono discorsi teorici e politici capaci di intrecciare disabilità, sessualità, etnia, classe e ruoli di cura, con un’intensità e una complessità difficilmente rintracciabili nelle rappresentazioni maschili.

Entrando nel merito dell’analisi dei contenuti osservati nella ricerca, si nota, in primo luogo, come le attiviste[1] presentano il proprio corpo non tanto come qualcosa di negativo da correggere, ma come la cifra della propria unicità: 

Mi piace il mio corpo, me stessa ora. Il mio corpo è un’arte che cataloga non solo tutto ciò che sono ma anche tutto ciò che mi ha fatto (Barbarin, contenuto IG del settembre 2019).

I corpi disabili sono attraenti e meritano di essere valorizzati sui mass media, in televisione, nella moda, sempre, perché ogni corpo è valido. Non c’è distinzione tra un corpo di una persona con disabilità e un corpo di una persona non portatrice di disabilità, ogni corpo è bello perché è unico (Righetti, contenuto IG del maggio 2021).

Allo stesso tempo, alcune attiviste anti-abiliste afrodiscendenti affermano che la loro identità nera, femminile e disabile non può essere frammentata né ignorata; contestano la riduzione della loro identità alla disabilità chiedendo visibilità ed evidenziando come le donne nere con disabilità rischiano di essere spesso escluse dai discorsi femministi e antirazzisti. In alcuni post esprimono una richiesta di pari dignità, opponendosi ad eventuali gerarchie interne ai movimenti sociali che riproducono l’abilismo:

Quando mi guardo allo specchio, vedo una persona nera, una donna nera. La mia nerezza è importante tanto quanto quella delle persone nere non disabili e non sarò ignorata o liquidata perché sono disabile (Thompson, contenuto IG del marzo 2020).

L’accettazione del corpo è strettamente connessa al tema dell’affettività. Tuttavia, gli standard di bellezza promossi dalla nostra società e l’atteggiamento infantilizzante a cui sono esposte le persone con disabilità rischia di privarle di adeguate rappresentazioni nella sfera affettiva. Il corpo è il principale strumento attraverso cui si esprime affetto e si entra in relazione con l’altro. Il problema dell’affettività in Italia, secondo l’attivista Iacopo Melio, deriva da un doppio tabù:

Quello legato al tema della sessualità, che di per sé in Italia non viene affrontato in modo adeguato e approfondito, e quello legato alla sessualità in ambito della disabilità, tanto che nell’immaginario comune ancora si pensa che le persone con disabilità siano asessuate e non provino alcun impulso fisico, o comunque non siano in grado di dare e ricevere piacere (Melio, contenuto Facebook del luglio 2023).

Un esempio di questo pregiudizio è riportato anche dall’attivista Sofia Righetti:

Una mia compagna alle medie mi disse che un possibile ragazzo si sarebbe dovuto innamorare del mio carattere, e non del mio aspetto fisico. E io rido pensando che è sempre successo esattamente il contrario. In tutte le storie che ho avuto, prima c’è stata una forte attrazione fisica da entrambe le parti, e poi se fosse durato, sarebbe arrivato il resto (Righetti, contenuto IG del 2019).

Questa esperienza personale rappresenta l’atteggiamento abilista che riduce le persone con disabilità ad individui privi di desiderabilità. Witty Wheels evidenzia come:

L’abilismo è sostenere che ogni ragazzo disabile dovrebbe essere grato di qualunque attenzione sessuale o romantica che gli venga rivolta, e pensare che non debba essere esigente o selettivo. L’abilismo inoltre è pensare che nel momento in cui un partner sceglie di intraprendere una relazione sentimentale con una persona con disabilità si pensa lo faccia per pietà o sentimentalismo, non perché realmente provi emozioni per la persona (Wheels, contenuto Facebook del novembre 2018).

Negare al corpo disabile il desiderio sessuale implica rischi dal punto di vista della salute riproduttiva. Come ripostato da Righetti sulla sua pagina Instagram, infatti,

l’infantilizzazione abilista cui sono sottoposte fa sì che le donne con disabilità abbiano meno probabilità di ricevere adeguata educazione sessuale e informazioni sulla salute riproduttiva (ritenute non necessarie); usare o accedere alla contraccezione (e quindi hanno più probabilità di rimanere incinte involontariamente) (Righetti, contenuto IG del marzo 2022).

E, potremmo aggiungere, di contrarre malattie sessualmente trasmissibili.  

Accanto a questi atteggiamenti infantilizzanti, inoltre, le attiviste afrodiscendenti utilizzano i social per denunciare una delle criticità più diffuse per quanto concerne la sfera sessuale tra la popolazione di genere femminile con disabilità e di etnia diversa da quella caucasica, ovvero, il rischio più elevato di subire abusi sessuali rispetto alle altre donne caucasiche e disabili (Harrel, 2021):

Abuso Sessuale. Ehi, nel caso in cui pensi che la mia affermazione sulle #4Outof5 donne disabili che vengono aggredite sessualmente sia falsa. Beh, hai ragione. Non è l’80%, è l’83%: https://disabilityjustice.org/sexual-abuse/ (Barbarin, post X dell’agosto 2018).

Trasversalmente a tutti i profili delle attiviste analizzati, un altro aspetto fondamentale riguarda la concezione del corpo e dello spazio. Per coloro che hanno una disabilità fisica, infatti, la sedia a rotelle viene spesso percepita dalle narrazioni abiliste come una limitazione a causa delle barriere architettoniche, anziché come uno strumento di libertà. L’attivista Elisa Costantino denuncia la diffusione dell’espressione “costretto in sedia a rotelle”, sottolineando come invece essa sia un mezzo per la propria autonomia:

Il modo di dire “costretta in sedia a rotelle” è ancora assai diffuso nel discorso mediatico. Io non sono “costretta”, la carrozzina è uno strumento di libertà che mi permette di uscire di casa, senza la quale io sarei sdraiata perennemente a letto. Perché le persone con gli occhiali non sono “costrette a portare gli occhiali” ma io sono “costretta alla carrozzina”? Entrambi sono ausili che ci aiutano a vivere meglio, ma la carrozzina è vista come una tragedia (Costantino, contenuto IG del 2023).

Questo pregiudizio viene sfidato anche da attivisti come Giulia Lamarca, travel blogger che racconta le sue esperienze di viaggio per dimostrare come la disabilità non sia un ostacolo nella scoperta del mondo:

Il viaggio è diventato un modo per sentirmi viva, una vocazione. Mi metto in movimento, parto e dentro di me dico: “Vedi che sei in grado di fare anche questo?” (Lamarca, contenuto IG del maggio 2023).

Anche lo sport rappresenta un campo in cui le persone con disabilità lottano contro pregiudizi e barriere. L’attivista e schermitrice Bebe Vio ha fondato l’associazione sportiva Art4sport, con l’obiettivo di promuovere lo sport come strumento di inclusione e terapia fisica e psicologica abbattendo gli stereotipi che escludono le persone con disabilità nello svolgere un’attività sportiva.

Allo stesso modo, la danzatrice Federica Giusto utilizza il movimento corporeo come mezzo di espressione e abbattimento delle barriere, portando avanti con la sua Compagnia di danza Sinapsi spettacoli che mirano a sensibilizzare sulla tematica dell’autismo senza stereotipi sbagliati.

Corpi intersezionali: una lettura critica dei risultati

I risultati della ricerca evidenziano come l’attivismo digitale delle persone con disabilità, in particolare delle donne, non si limiti a decostruire stereotipi abilisti, ma produca vere e proprie pratiche discorsive che si situano all’intersezione tra oppressioni diverse. In quest’ottica, il corpo disabile non è soltanto un oggetto di stigma o medicalizzazione, ma diventa un punto di partenza per articolare una contro-narrazione radicale, capace di connettere riflessioni su genere, razza e classe in una prospettiva intersezionale e critica (Garland-Thomson, 2002; Crenshaw, 1989).

La presenza di soggettività femminili e afrodiscendenti tra le attiviste osservate non segnala una posizione epistemica e politica precisa. Queste soggettività parlano non solo da una condizione di marginalizzazione, ma da un sapere situato, incarnato, che si oppone attivamente alla gerarchia degli sguardi normativi. In questo senso, l’attivismo digitale diventa un luogo di produzione di saperi antirazzisti, femministi e antiabilisti, che mette in crisi le separazioni analitiche tra identità e struttura (Collins, 2000; Puar, 2017).

I post e le narrazioni raccolte mostrano come l’esperienza della disabilità non possa essere analizzata in modo isolato: le attiviste nere, ad esempio, evidenziano con forza come la razzializzazione agisca in maniera specifica sui corpi disabili, rischiando l’esclusione dai movimenti antirazzisti quanto da quelli femministi mainstream. La loro richiesta di visibilità e giustizia si iscrive pienamente nel solco del pensiero dell’antirazzismo critico, che da tempo denuncia come le politiche dell’inclusione possano riprodurre gerarchie e silenzi strutturali (hooks, 1981).

Questa prospettiva è particolarmente rilevante se si considera la funzione che i social media assumono in questo panorama: non semplici strumenti, ma veri e propri spazi contro-egemonici, in cui le soggettività disabili possono narrare sé stesse, sfidare i confini della rappresentabilità e costruire alleanze transnazionali. L’auto-rappresentazione non ha, dunque, solo una funzione espressiva, ma si configura come pratica politica che rompe l’isolamento, resiste alla patologizzazione e afferma il diritto di essere visibili alle proprie condizioni (Puar, 2017).

I risultati, quindi, suggeriscono come il corpo disabile — nei suoi legami con genere e razza — sia al centro di una politica della narrazione che non si limita a resistere, ma riformula radicalmente ciò che è dicibile, visibile e desiderabile. L’attivismo delle donne con disabilità, soprattutto afrodiscendenti, si colloca così dentro una genealogia di pensiero che non separa il personale dal politico, ma li intreccia nel racconto quotidiano del proprio corpo come spazio di lotta e trasformazione (Evans, 2022).

Quali ricadute dal punto di vista educativo? 

A partire dalle testimonianze delle attiviste anti-abiliste e dalle riflessioni condotte su di esse, proveremo a delineare tre spunti che possono guidare la progettazione di prassi e posture pedagogiche.

In primo luogo, la “riscoperta” dell’auto-rappresentazione e narrazione come uno strumento di espressione, presa di consapevolezza e affermazione del proprio sé. L’auto-rappresentazione è infatti un concetto chiave nell’attivismo anti-abilista e antirazzista, poiché consente alle persone marginalizzate di costruire le proprie narrazioni senza che queste siano filtrate da prospettive paternalistiche o patologizzanti. In ambito educativo, ciò implica un superamento delle tradizionali gerarchie del sapere e un riconoscimento del valore delle esperienze vissute dagli studenti/educandi nella costruzione della conoscenza del sé e del sé-con-l’altro. La pedagogia critica (Freire, 1970) e il pensiero di bell hooks (1994) enfatizzano l’importanza di un’educazione dialogica, in cui la soggettività dello studente venga riconosciuta e valorizzata. L’auto-rappresentazione e auto narrazione nei contesti educativi formali e informali può essere dunque implementata attraverso attività che permettano ai soggetti di raccontarsi in prima persona, superando il modello tradizionale in cui le loro storie vengono interpretate e mediate da altri. Pensando ai contesti di applicazione, l’ambito scolastico e/o quello dell’ extra-scuola (come per esempio i centri di aggregazione giovanile; i centri diurni; gli oratori giovanili) possono essere luoghi in cui proporre percorsi educativi che prevedano l’uso del metodo autobiografico integrato ai media digitali, con attività laboratoriali e progetti di scrittura autobiografica, audio-racconti, podcast o produzioni teatrali, in cui le persone con disabilità e/o appartenenti a minoranze etniche possono raccontare il proprio vissuto in prima persona. In particolare possono essere realizzati laboratori di autobiografia digitale ispirati ad attiviste come Marina Cuollo o Rebekah Taussing, che utilizzano l’ironia per raccontarsi; video-diari e podcast collettivi che permettono ai giovani di raccontarsi e riflettere su vissuti discriminatori o sulla rappresentazione che il corpo assume all’interno dei media; percorsi di realizzazione fotografica sul tema dell’immagine corporea per decostruire modelli estetici imposti dalla cultura dominante. In questo senso il professionista (educatore, docente…) deve semplicemente farsi facilitatore, in uno spazio sicuro e non giudicante, di processi di espressione del proprio sé a partire da come il soggetto vive il proprio corpo e il proprio essere-nel-mondo. Allo stesso tempo, l’uso di autobiografie e memoir di attiviste anti-abiliste e di etnia differente da quella caucasica (The Pretty One di Keah Brown, Haben di Haben Girma) può incoraggiare una riflessione critica sulle stratificate strutture di potere che agiscono all’interno della società e sui corpi delle persone (Bell, 2017).

Il secondo spunto che sentiamo di voler condividere è la possibilità di pensare ai processi educativi in chiave partecipativa anche in ambienti digitali. La comunicazione digitale, come mostrano gli attivisti anti-abilisti, offre un modello di riferimento prezioso per la Peer & Media Education, intesa come intervento socioeducativo che intreccia le metodologie della Peer Education con gli approcci della Media Education (Ottolini e Rivoltella, 2015), centrata sull’uso consapevole e creativo dei media digitali come strumenti di azione sociale e costruzione del sapere condiviso. Questo approccio si basa sull’empowerment dei soggetti coinvolti, favorendo lo sviluppo di una consapevolezza critica e di una responsabilità sociale, attraverso azioni educative che si sviluppano sia in presenza sia negli ambienti digitali. L’uso dei media digitali come strumenti di produzione e diffusione di contenuti permette di superare la tradizionale dicotomia tra educazione formale e informale, integrando esperienze di apprendimento orizzontale in cui le stesse persone possono diventare produttori di significato. In questo senso le tecniche di storytelling digitale, la creazione di campagne di sensibilizzazione online e l’analisi critica dei media contribuiscono a sviluppare competenze sociali diffuse, che permettono di individuare e contrastare le dinamiche abiliste nella comunicazione e nella cultura popolare (Goodley, 2014). In questa prospettiva, l’esperienza degli attivisti anti-abilisti dimostra come la comunicazione digitale non sia solo un mezzo per la diffusione di contenuti, ma uno strumento di intervento generativo che può essere utilizzato in ottica di prevenzione e trasformazione sociale. L’integrazione di questi modelli nei percorsi educativi permette di costruire ambienti di apprendimento in cui la presenza educativa non è più vincolata esclusivamente allo spazio fisico, ma si espande nei contesti digitali, riconoscendoli come spazi legittimi di formazione e di azione sociale.

Il terzo e ultimo punto su cui desideriamo portare l’attenzione è l’adozione di un approccio educativo intersezionale, ma anche decategorizzante. Adottare un approccio che intersechi e decategorizzi simultaneamente consente di riconoscere la complessità delle esperienze di oppressione senza irrigidirle in schemi classificatori che rischiano di riprodurre nuove gerarchie. Come già riportato in apertura a questo contributo, l’intersezionalità teorizzata da Kimberlé Crenshaw (1989) ha permesso di evidenziare come le dinamiche di discriminazione siano sovrapposte e co-costruite da molteplici assi di potere. Tuttavia, se applicata in modo statico e settoriale, questa prospettiva può generare una competizione tra gruppi marginalizzati, portando a una logica di “Oppression Olympics” (Martinez, 1993), in cui le diverse condizioni di vulnerabilità vengono misurate gerarchicamente. Per evitare questa deriva, Butler (2004) suggerisce di concepire le categorie identitarie come strutture contingenti e permeabili, capaci di articolarsi senza cristallizzarsi in rigide opposizioni. La decategorizzazione permette dunque di mantenere la complessità dell’esperienza senza trasformarla in un sistema classificatorio chiuso, evitando così che alcune forme di marginalizzazione vengano ritenute più urgenti o degne di attenzione rispetto ad altre. Questo approccio si avvicina alla prospettiva di Santos (2014) sulle epistemologie del Sud, secondo cui la conoscenza delle oppressioni deve essere costruita in maniera fluida e situata, rifiutando la tentazione di una rigida tassonomia delle ingiustizie. In ambito pedagogico, ciò implica l’adozione di metodologie che valorizzino la co-costruzione del sapere senza incasellare le persone in categorie predefinite, come sottolineato da hooks (1994), che promuove un’educazione della libertà basata sul riconoscimento delle differenze senza essenzializzarle.

Per concludere

La ricerca qui presentata nasce con l’obiettivo di indagare le forme di contro-narrazione attivate da attivisti e attiviste con disabilità attraverso i social media, analizzando da un lato i temi ricorrenti nei loro discorsi, dall’altro le modalità con cui decostruiscono stereotipi abilisti e ridefiniscono l’identità corporea in chiave politica, intersezionale e relazionale. A partire da una prospettiva situata e anti-abilista, l’indagine si è concentrata sull’analisi qualitativa di sedici profili digitali, prevalentemente femminili, attivi nel panorama italiano e internazionale.

I risultati evidenziano come l’auto-rappresentazione digitale non si limiti a una testimonianza individuale, ma diventi pratica collettiva e performativa, capace di generare nuovi significati e alleanze politiche. Le attiviste con disabilità, in particolare quelle razzializzate, mettono in scena il proprio corpo come luogo di agency e di conoscenza, rifiutando la frammentazione identitaria e opponendosi alle gerarchie interne ai movimenti sociali che tendono a marginalizzarle. Le loro narrazioni non solo decostruiscono i miti dell’inferiorità o della desessualizzazione, ma interrogano anche gli standard normativi di bellezza, affettività, desiderio e mobilità.

Queste contro-narrazioni si inseriscono in modo coerente nel dibattito sull’antirazzismo critico e nelle pedagogie decoloniali, che invitano a mettere in discussione i sistemi di sapere e potere che producono esclusione. L’intersezione tra abilismo e razzismo, così come quella tra genere, classe e disabilità, non viene qui assunta come categoria analitica statica, ma come esperienza vissuta, che dà origine a saperi trasformativi e pratiche di resistenza. In particolare, l’attivismo delle donne nere con disabilità denuncia con forza le forme multiple e sovrapposte di oppressione a cui sono soggette, esigendo visibilità anche nei discorsi femministi e antirazzisti dominanti.

Il contributo si posiziona quindi all’interno di una pedagogia critica e intersezionale che rifiuta l’universalismo neutro e promuove pratiche educative radicalmente inclusive. Le istituzioni educative, in quest’ottica, devono essere chiamate a interrogare i propri dispositivi culturali e simbolici che continuano a riprodurre disuguaglianze e invisibilità. Le narrazioni digitali raccolte possono diventare dispositivi pedagogici potenti, in grado di ispirare nuove posture didattiche, più attente ai saperi incarnati, alle memorie oppresse e alle relazioni tra corpi, saperi e giustizia sociale.

Note

[1] Da qui in poi utilizzeremo il termine attiviste perché, come sopra esposto, la maggior parte dei profili osservati nella ricerca appartiene a donne.

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Le autrici

Francesca Sommaruga è laureata magistrale in Consulenza pedagogica per la disabilità e la marginalità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Chiara Ferrari, PhD in Sociologia, organizzazioni, culture, è assegnista di ricerca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dipartimento di Sociologia. Co-fondatrice del gruppo SiD – Sociologhe in Dialogo, nato all’interno della scuola di dottorato dell’Ateneo.