Il teatro come artigianato delle relazioni | Theatre as a craft of relationships
“Quando tutto è perduto, non resta che farsi esempio o attore”. Renè (Colette Thomas), da Il testamento della ragazza morta.
Appoggio la sua schiena al mio petto, con la mano sinistra prendo le dita della sua mano sinistra, appoggio il suo gomito al mio e stendo il braccio; lo stesso faccio con la mano destra, con il gomito destro, con il relativo braccio. Fletto leggermente le gambe, perché lei è più bassa di me, per arrivarle all’orecchio e le suggerisco la battuta, non prima di averle fatto sentire il ritmo del mio respiro. Visti da fuori sembriamo danzare assieme; ma nella realtà sto solo passando a lei la forma, ed il respiro che la muove, appartenente al personaggio su cui stiamo lavorando.
È impossibile indagare il rapporto tra educazione e teatro se non si osserva la relazione tra maestro ed allievo nel passaggio delle tecniche e dell’etica che appartiene a questo mestiere antico.
In essa appare evidente il dialogo tra il dare e l’avere, tra l’invasione e l’accoglienza, l’osmosi presente tra il pudore dell’uno e dell’altro; qui, per pudore, intendo l’unità di misura personalissima dello spazio adiacente al proprio corpo ed al proprio essere.
È una relazione che si basa sul dialogo tra biografie, un dialogo sussurrato che passa per il rendere adiacenti per un certo periodo di tempo le due vite.
Certo, facciamo riferimento ad un teatro vissuto come artigianato delle relazioni, moderno ed antico allo stesso tempo; oggi in molte scuole lo scambio tra maestro ed allievo è di natura squisitamente economica, l’allievo paga il maestro e pretende di portare qualcosa a casa a fine giornata, e per questo il maestro si affretta nel fare in modo che l’allievo ritorni a casa soddisfatto.
Nel primo caso, nel caso che ci interessa osservare, il maestro ha compiuto il proprio compito quando l’allievo torna a casa ferito nelle proprie certezze da una profonda insoddisfazione, che costituisce la fame necessaria per farlo tornare ancora, il giorno dopo, a cercare.
Faccio partire tutto da questa relazione.
L’allievo apprende assieme alle nozioni, alle tecniche, alla pratica, all’etica, questa relazione.
Diventa parte stessa del suo bios, vive in lui, tenta di replicarsi.
Questa stessa relazione vive in scena durante l’azione teatrale, e questa stessa relazione passa al pubblico assieme alla performance.
Osserviamo questo in uno dei gradi zero del teatro, la narrazione.
Scegliamo una scena familiare.
Un padre che, alla sera, legge da un libro delle pagine ai propri figli.
Cosa sta passando a questi suoi intimi spettatori?
Una storia, un linguaggio. Siamo d’accordo.
Sta consegnando loro, ad un livello più profondo, anche la relazione tra sé e l’oggetto libro; e sta consegnando loro anche un tipo di relazione, quella tra padre e figli, che in qualche modo finirà con l’appartenere al metabolismo di quei bambini.
Quando io sono in scena, quindi, non condivido con gli spettatori le mie competenze, dei messaggi, delle emozioni… certo, si è ovvio, ma condivido anche con loro o se vogliamo trasmetto loro un tipo di relazione.
Da molti anni, oramai, il teatro è entrato a pieno titolo tra gli strumenti a disposizione degli educatori; una circolare ministeriale dello scorso anno lo consigliava anche alle scuole statali di vario ordine e grado.
Molto banalmente però spesso si riconduce il tutto al messaggio che viene consegnato ai ragazzi; ci si concentra sulla storia, soprattutto sulla morale che ne possa venir fuori, e non si considera che è proprio nelle relazioni e nella loro gerarchia l’aspetto più educativo del teatro, quello che varrebbe la pena di essere trasmesso.
Nella migliore delle ipotesi il teatro viene utilizzato come elemento per promuovere la più triste delle aberrazioni educative: la multidisciplinarietà. Esso diventa un contenitore sterile per mettere assieme musica, immagine, nozioni di storia, un po’ di letteratura antica, magari della geografia e, nelle più futuristiche ipotesi, le scienze e le tecnologie.
Orde di ragazzini si susseguono su palchi montanti in palestre rimbombanti per fare sfoggio della loro precoce masturbazione mnemonica davanti a mandrie di genitori annoiati a cui resta giusto l’energia per inquadrare dai loro smartphone il frammento di performance del figlio da poter far vedere, una volta a casa, alla nonna affossata in poltrona o magari da condividere su qualche social per mostrare al mondo gli orgogli di mammà: il figlio vestito da antico greco con sulle orecchie l’alloro della siepe del parcheggio condominiale e la figlia venuta via proprio adesso da qualche tremendo video musicale degli anni ottanta perché la maestra voleva svecchiare la Lisistrata di Aristofane.
Dimenticano la cosa essenziale; dimenticano il teatro.
Il teatro non è una somma di discipline, ha un linguaggio tutto suo che si sviluppa proprio sul piano delle relazioni. Il teatro è l’artigianato delle relazioni, non si può prescindere da questo.
Voglio soffermarmi su quella che io considero un’altra depravazione nel rapporto tra teatro ed educazione. Mi capita spesso, molto spesso, di entrare in scuole o centri giovani dove il teatro è servito ai ragazzi attraverso dei manuali che contengono esercizi e giochi.
L’educatore nella migliore delle ipotesi ha studiato il giorno prima l’esercizio da proporre ai ragazzi; li fa mettere in cerchio spostando verso le pareti sedie e banchi, per asservire a una grossolana decostruzione degli spazi come magari consigliato nella prefazione del manuale che sta seguendo, spiega loro le regole e guida l’esercizio.
Ci tengo a precisarlo: non ho dubbi sulla buona volontà della maggioranza degli educatori che seguono questo metodo, ma credo che anche qui si perda il teatro.
Si perde infatti la fase di ascolto del singolo individuo (seppure nella complessità del gruppo) da cui una pratica teatrale non può prescindere. Nella relazione tra maestro ed allievo è fondamentale la fase di ascolto, reciproco se volete, ma soprattutto delle istanze dell’allievo; dei sintomi per usare una parola che mi piace cioè di quelle esigenze che il ragazzo non sa raccontare ma che non può fare a meno di mostrare ad un occhio attento.
Cogliere i sintomi ed accompagnare l’allievo a trasformarli in un linguaggio è esattamente la funzione del teatro all’interno di un contesto educativo.
La relazione tra maestro ed allievo come modello per costruire una serie molteplice di relazioni: la relazione tra quello che sono e quello che sono stato, tra quello che sono e quello che sarò, tra me individuo e la mia comunità, tra me e la mia famiglia, tra la storia della mia famiglia e me, tra me e le istituzioni, tra me e l’altro, ma soprattutto tra la mia interiorità e la mia esteriorità.
In teatro l’attore è quella cosa sottile che sta tra uno spazio interno ed uno spazio esterno (stiamo parlando sul piano fisico, del concreto, ma se volete può essere anche una buona metafora); e quello che dobbiamo costruire, cioè il linguaggio proprio del teatro, è la relazione tra questi due spazi.
Il luogo in cui sono agito ed il luogo in cui agisco.
Questo è il teatro e questa soltanto può essere la sua reale valenza educativa.
Esistono comunità che nascono, che si sviluppano e che resistono attorno alla pratica teatrale; proprio perché il teatro, se lasciato agire per quello che è, costruisce tra i propri individui una fitta rete di relazioni che, ah se potessimo vederle, attraversano corpi, storie, aspettative facilitando l’esistenza di pezzi di biografia condivisi.
Anche semplicemente tra me e lo spettatore, nell’unità di tempo e di spazio del teatro, esiste una biografia condivisa.
Una volta in un curriculum ho letto “spettatore in Mithos dell’Odin Teatret a Firenze il giorno tot dell’anno tot” e ci ho riso tantissimo; ma fui uno stupido, perché anche io in quel giorno ero in quello spazio a quello stesso spettacolo, e so bene quanto mi ha dato, ma soprattutto avevo sottovalutato che tra me e il proprietario di quel curriculum c’era un vissuto comune… quello di quella sera, e questo contava più di tante altre esperienze elencate; ovviamente non sostengo che vadano inseriti gli spettacoli visti all’interno del proprio curriculum, ma forse la scelta di quel ragazzo non era più sbagliata di altre indicazioni inutili che mettiamo su carta quando ci dobbiamo raccontare schematicamente. Ecco che, visto da questo punto di vista, il teatro mostra la sua principale funzione educativa: allena alla costruzione di relazioni, relazioni durature e sincere, ma anche relazioni immediate, nel breve termine, come quella che va costruita rapidamente con lo spettatore in quell’unità di spazio e di tempo che appartiene ad entrambe dall’aprirsi del sipario alla sua chiusura.
Francesco Chiantese. Regista, attore, drammaturgo e pedagogo teatrale. Incontra il teatro da adolescente come strumento di azione della controcultura napoletana e lo prende in prestito. È autore di numerosi testi teatrali e del saggio In Limine, Appunti per un Teatro dei sintomi (ed. Lampidistampa). Attualmente è direttore artistico della compagnia Teatro dei Sintomi, guida due officine teatrali a Poggibonsi ed Abbadia San Salvatore in provincia di Siena, collabora con alcune compagnie teatrali come Chille de la balanza (Firenze) e Teatro dei venti (Modena), tiene seminari di teatro, drammaturgia e scrittura creativa in varie città italiane.