L’educazione antirazzista oggi. Alcune prospettive critiche  | Antiracist Education Today: Some Critical Perspectives

DOI:  10.5281/zenodo.16790261 | PDF

Educazione Aperta 18/2025

L’educazione antirazzista attraversa oggi una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da una revisione critica delle proprie fondamenta teoriche, metodologiche e pratiche. La crescente istituzionalizzazione del razzismo, la messa in discussione dell’intercultura e delle sue ricadute educative e politiche, l’intensificarsi delle mobilitazioni antirazziste, la diffusione di prospettive critiche come la colonialità e l’intersezionalità, insieme alle esperienze di autorganizzazione delle persone razzializzate e alle proposte teoriche che da esse scaturiscono, delineano un panorama complesso e in continua evoluzione.

Assumere oggi una postura antirazzista, decoloniale e intersezionale in campo pedagogico non è né semplice né scontato. Idee e pratiche consolidate in certi contesti faticano a radicarsi in altri. Se, ad esempio, il tema della violenza maschilista sta lentamente ottenendo l’attenzione necessaria a livello educativo, culturale, politico e lavorativo, altre questioni, come l’abilismo profondamente radicato nella società italiana o le istanze delle persone LGBTQIA+, ricevono ancora scarsa considerazione e ascolto. Tale rimozione è ancora più evidente rispetto al dibattito sulla razza e sulla colonizzazione, che in Italia rimangono per molti un tabù non affrontato.

Anche quando la discriminazione razziale ci interpella fin dall’infanzia attraverso le esperienze narrate dalle persone razzializzate, le persone bianche non sempre riconoscono ciò che costituisce una vera e propria discriminazione, fondata sul colore della pelle o sull’appartenenza a un gruppo religioso, etnico o culturale minoritario. Proprio questa cecità e rimozione nei confronti delle aggressioni e delle discriminazioni quotidiane rende urgente sviluppare e approfondire il dibattito pedagogico decoloniale in Italia. Ciò richiede un ascolto autentico delle soggettività marginalizzate e la presa di coscienza – mai definitiva – dei pregiudizi, delle idee e dei comportamenti razzisti, patriarcali, sessisti, omolesbobitransfobici e abilisti che ancora orientano pratiche educative e pensieri pedagogici.

Trasformare tali pratiche in senso antirazzista significa smantellare e disarmare questi dispositivi di oppressione. Non è un percorso lineare né agevole, ma mettere radicalmente in discussione i nostri modelli “depositari” è oggi necessario, urgente e improrogabile. Tanto più se consideriamo di vivere in quella che molti definiscono “l’era del riarmo”.

In questo scenario, animato da un forte desiderio di rinnovamento, si cerca di ridefinire i paradigmi dell’educazione antirazzista, promuovendo approcci che valorizzino il protagonismo delle persone e dei gruppi razzializzati, evidenzino la dimensione strutturale del razzismo e indaghino criticamente il ruolo delle istituzioni educative nella sua riproduzione.

La sezione Primopiano di questo numero (18/2025) di Educazione Aperta intende contribuire a questo dibattito offrendo uno spazio di dialogo e riflessione sulle sfide presenti e future, attraverso dieci articoli che affrontano i nodi principali del discorso, con particolare attenzione al contesto italiano e con alcuni sguardi che si estendono anche a quello spagnolo.

L’articolo che apre questa monografia, Fenomenologia del razzismo: esplorazione filosofica dell’alterità e delle dinamiche di esclusione di Angela Arsena, indaga il razzismo come struttura profonda, radicata nella paura dell’altro e nelle fragilità identitarie. Attraverso riferimenti a Levinas, Sartre e Buber, l’autrice riflette sul rifiuto dell’alterità come fallimento etico e sulla centralità del linguaggio nella costruzione del nemico. L’analisi, che intreccia filosofia e pedagogia, sottolinea come l’odio razziale si manifesti anche in forme linguistiche quotidiane e banali, divenendo norma. Il testo invita a recuperare la complessità attraverso l’ascolto, il dialogo e il ritorno alla letteratura classica come strumento educativo e democratico.

La pedagogia critica oltre a sfidare l’educazione depositaria, sviluppa le sue riflessioni a partire dalla marginalità e lo fa partire da esperienze vissute, come scrive bell hooks. Queste sono ad esempio quelle vissute nelle istituzioni carcerarie. Le condizioni carcerarie sono profondamente influenzate da differenze strutturali di genere, razza e classe, come analizza Giulia De Rocco, in Genere, razza, classe e deistituzionalizzazione. Le soggettività trans, le donne, le persone razzializzate e quelle provenienti da classi subalterne vivono esperienze sistematicamente marginalizzanti, spesso ignorate o naturalizzate anche dalle istituzioni educative. Di fronte a queste disuguaglianze, è urgente interrogare il ruolo dell’educazione e immaginare pratiche pedagogiche capaci di riconoscere e trasformare le dinamiche oppressive.

Nel terzo articolo Razzismo e difficult heritage: il ruolo delle memorie coloniali, Domenico Francesco Antonio Elia esplora il rapporto tra memoria storica del colonialismo italiano e forme attuali di razzismo. L’autore mostra come il passato coloniale continui a influenzare l’immaginario collettivo, alimentando narrazioni semplificate e discriminanti. Definito come “difficult heritage”, il colonialismo è presentato come un nodo irrisolto della coscienza pubblica. L’obiettivo è promuovere una lettura storica più articolata e critica, capace di scardinare stereotipi e sostenere una riflessione più matura sull’identità nazionale e l’inclusione.

L’articolo di Oliveira, Santos e Zanardi dedicato all’interculturalità e alla pedagogia decoloniale propone un’analisi congiunta tra pedagogia decoloniale ed educazione interculturale. Partendo da pensatori come Freire, Dussel e Quijano, il testo mostra come entrambe le prospettive mettano in discussione il sapere eurocentrico, valorizzando le conoscenze marginalizzate. Nel testo si approfondisce una proposta di interculturalità critica che si distingue dal multiculturalismo liberale, mirando a sovvertire le gerarchie culturali e a promuovere un’educazione realmente inclusiva e orientata alla giustizia sociale.

Il testo di Rahma Nur e Mariagrazia Santagati Insegnanti razzializzati in Italia, un dibattito necessario apre una riflessione inedita sul ruolo degli insegnanti con background migratorio nel contesto italiano. Attraverso un dialogo tra esperienza personale e letteratura internazionale, le autrici evidenziano come la diversificazione del corpo docente possa favorire una scuola più inclusiva e antirazzista. Il testo analizza criticamente il concetto di razzializzazione e i suoi effetti sull’accesso alla professione, proponendo la necessità di riconoscere e valorizzare le soggettività razzializzate nel sistema educativo, ancora segnato da omogeneità e assenza di rappresentazione.

A partire da una ricerca etnografica condotta presso un Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute (ICAM) il contributo di Francesca Pilotto, “Madri rom: rappresentazioni, politiche e cosa è importante tenere a mente nel lavoro educativo in carcere” si focalizza, invece, sui processi di razzializzazione che riguardano la genitorialità delle cosiddette “madri rom”. L’analisi del discorso politico e pubblico che accompagna gli aggiornamenti normativi mette in luce come l’alterità attribuita a queste madri venga costruita, influenzando la formulazione di politiche legislative discriminatorie. Spesso impregnate di stereotipi e di antiziganismo. Le interviste al personale educativo dell’ICAM mettono in luce sia l’impatto dei processi discriminatori sul lavoro educativo in carcere, sia la riproduzione, nei discorsi che accompagnano le pratiche educative, delle rappresentazioni sociali sui “genitori rom”.

Il contributo di Chiara Ferrari e Francesca Sommaruga, Decostruire l’abilismo: narrazioni attiviste e pratiche intersezionali di resistenza, affronta un tema centrale nei Disability Study, ossia, quello delle narrazioni abiliste, le quali continuano a influenzare la percezione della disabilità, contribuendo alla marginalizzazione delle persone con disabilità nel discorso pubblico. Questi stereotipi si riflettono nei media, nel linguaggio e nelle pratiche educative, consolidando dinamiche di esclusione. Le due studiose sviluppano una riflessione su come persone attiviste digitali sfidano tali rappresentazioni attraverso pratiche di auto-rappresentazione e contro-narrazione, con particolare attenzione all’intreccio tra abilismo e razzismo. I social media diventano mezzi per realizzare strategie di resistenza che ridefiniscono l’identità corporea, le forme di inclusione, dando spazio a narrazioni plurali e aperte.

L’infinita alterità del corpo di Enrica Spada rende protagonista la danza come  potenziale strumento di trasformazione etica, estetica e relazionale. L’articolo presenta le atmosfere e gli esiti  di un recente percorso di ricerca coreutica dottorale in Costa Rica dal quale emerge la capacità dell’azione danzante performativa di generare una empatia “corporea/cinestetica”, cogliendo l’intuizione di John Martin (1972), insieme a una sensibilità interculturale nei confronti dei molteplici corpi in movimento, vite e realtà che li caratterizzano in senso politico ed estetico. Dopo aver fornito le basi filosofiche e semiologiche  dell’intero impianto teorico grazie all’introduzione del concetto di “corpo ontologico e danzante”, esplorato e tematizzato a partire dal filosofo Nancy, il testo si concentra sull’esperienza concreta del progetto coreutico dimostrando l’importanza di riconsiderare la danza come parte integrante e fondamentale dell’arte umanistica, in quanto dotata di funzione politica oltreché estetica.

Nell’articolo Towards an Anti-Racist Intercultural Education in Spain: Contributions from Afro-Liberation Pedagogy di Rioko Fotabon, si analizza criticamente il sistema educativo spagnolo da una prospettiva afropedagogica. L’autrice denuncia il razzismo epistemico e l’invisibilità della popolazione afrodiscendente, proponendo un’educazione che valorizzi le esperienze nere e superi la logica eurocentrica. Attraverso il pensiero di studiosi come Fanon, hooks, Chilisa e Thiong’o, si sottolinea l’importanza di includere corpi, saperi e spiritualità marginalizzati. Il testo invita a una trasformazione radicale dei contesti educativi, per costruire giustizia sociale, riconoscimento e una nuova immaginazione pedagogica decoloniale.

Nell’ultimo contributo di questo numero,  Competenza epistemica: imparare a conoscere in ottica inclusiva, Giulia Lombardo riflette sul contributo che l’epistemologia del punto di vista e l’epistemologia della virtù possono offrire alla definizione di una nuova competenza trasversale: la competenza epistemica. Inserita in un quadro socio-costruttivista questa competenza si configura come un ampliamento della metacognizione, orientata non solo all’autoregolazione individuale, ma anche allo sviluppo di una riflessività critica necessaria per lo sviluppo dell’educazione antirazzista.

All’inizio di questa introduzione abbiamo ricordato che mettere in discussione i modelli educativi depositari non è un cammino semplice, ma resta necessario, urgente e non rinviabile. Con la consapevolezza che questa raccolta non possa essere esaustiva, il numero attuale di Educazione Aperta intende comunque offrire uno spazio di dialogo e un’occasione di riflessione che si estenda oltre le pagine di questa rivista. La nostra Comunità di Ricerca sceglie di assumere tale urgenza con uno sguardo attento e accogliente, con un pensiero critico ma disarmato, per condividere pratiche capaci di aprire reali possibilità di trasformazione.

Cristina Breuza è educatrice professionale socio-pedagogica, pedagogista. Per otto anni si è occupata d'inclusione scolastica e interazione sociale di bambini, di bambine, di ragazze e di ragazzi con disabilità e nello spettro dell'autismo, nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e secondaria di primo grado. Nel 2024 ha iniziato ad occuparsi di prevenzione della violenza di genere, attraverso progetti educativi rivolti alle classi della scuola primaria e secondaria di primo grado. È interessata alla tutela e alla diffusione dei diritti umani. Per questo fa parte del No Hate Speech Movement Italia. Nato da una campagna giovanile europea, guidata dal Dipartimento per la Gioventù del Consiglio d'Europa. Sviluppata seguito dei fatti di Utoya del 22 Luglio 2011. Contrasta i discorsi d'odio e promuove il rispetto dei diritti umani. Si occupa di animazione teatrale presso il Museo Teatro delle marionette dei burattini, Casa Gianduja. Si occupa anche di formazione di docenti di scuola secondaria di secondo grado, presso il Gruppo Editoriale La Scuola. Ha svolto corsi on-line su cyberbullismo e innovazione didattica.

Daniel Buraschi è docente della Facoltà di Educazione dell’Università della Laguna (Tenerife, Spagna). Laureato in Scienze dell’Educazione (UNIPD), ha un dottorato di ricerca in Psicologia Sociale (UNED) e un dottorato di ricerca in Diritto e Servizi Sociali (UCLM). Vicedirettore dell’Istituto Internazionale di Scienze Sociali Applicate (IICSA). Ha pubblicato diversi libri e articoli accademici su migrazioni, razzismo, esclusione sociale, metodologie partecipative e dialogiche. La sua carriera professionale è legata al terzo settore: ha lavorato in diverse organizzazioni senza scopo di lucro in Italia, Spagna, Inghilterra, Francia e Marocco. È membro di Mosaico Acción Social dove realizza diversi progetti di consulenza, ricerca, facilitazione e formazione in educazione interculturale, prospettiva di genere e intervento sociale comunitario.

Chiara Vanadia è docente di lingua spagnola presso la scuola secondaria di primo grado. Ha sviluppato l'interesse per la didattica delle lingue grazie all'insegnamento dell'italiano per stranieri, che ha praticato per oltre 10 anni. Obiettivi di sperimentazione didattica dei suoi corsi sono lo sviluppo della competenza interculturale e della comprensione interlinguistica, oltre all'impiego di tecniche del teatro sociale, in particolare del Teatro dell'Oppresso per facilitare il dialogo in classe.