Marina la sirena dei bambini. Un laboratorio didattico con Roberto Papetti

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C'è una sirena che gira per le scuole d'Italia. Si chiama Marina, come la spiaggia in cui è nata, sul litorale di Ravenna (in una classe quarta della scuola primaria), e come la sirena di Gianni Rodari, ritrovata nella rete insieme ai pesci da un pescatore palermitano. Come lei ha gli occhi "buoni e allegri" e conosce "storie meravigliose", le porta con sé dentro il baule (con il coperchio bombato come il forziere dei pirati), nel diario zeppo di pagine scritte dai bambini che ha incontrato. Marina l'ha messo nel baule (insieme ai suoi amici: i pesci e la balena) perché sa che attraverso il diario "l'esperienza si fa conoscenza" (Roghi, 2022). Non a caso è figlia di Roberto Papetti, l'artista giocattolaio che ha lavorato per quindici anni con Mario Lodi, il maestro che voleva "aiutare i bambini e le bambine a conquistare i concetti più astratti e potenti" ed era convinto che la via migliore per farlo fosse "attraverso il gioco, attraverso le sensate esperienze" (De Mauro, 2014). Per i bambini non c'è miglior modo di un'avventura per giocare e sperimentare se stessi nel mondo: Marina arriva a Palermo su un gozzo di legno dipinto di azzurro come il coperchio del baule, a bordo, con lei (insieme ad Angelo, il pescatore) c'è Roberto: maglietta a righe e camugin (il berretto tipico del pescatore ligure: un basco blu con il pompon rosso).

I bambini si accalcano intorno alla barca, vogliono salirci sopra, tentano subito di aprire il baule desiderosi di scoprire cosa contenga. Da giorni aspettano l'arrivo della sirena, hanno sette anni e in classe discutono animatamente interrogandosi su di lei: "ma è una sirena vera o una bambola?", e se è una bambola: "quanto è grande?", "ma una sirena vera può vivere fuori dall'acqua?", "ma la sirena è un pesce", "no, è un anfibio", una voce si leva perentoria: "è una balena, perché le sirene sono mammiferi", e così via dicendo. Un'avventura significa partire per un viaggio senza conoscerne la meta e il nostro viaggio ha inizio così, fantasticando su una creatura che arriverà dal mare e che adesso è lì: il baule è stato aperto e i bambini corrono scalmanati all'aria aperta, lanciano sassi nel mare, si inseguono, si accapigliano intorno a Roberto per fargli le domande. A un certo punto lui si ferma a raccogliere pietre colorate, le mette in cerchio, qualche bambino lo osserva incuriosito, Roberto è assorto e silenzioso ma i bambini capiscono il gioco e si mettono a cercare anche loro i sassi colorati, lo aiutano a costruire quell'immagine che piano piano prende forma, qualcuno raccoglie fiori, li sistema tra i capelli della sirena, un altro tira fuori dal baule un bambolotto di pezza: è Mosciolino che trova posto accanto alla sua amica di sassi. "Bambini, chi è Mosciolino?", "io lo so", urlano alzando la mano, vogliono tutti raccontarmi di lui: "è un pescatore di cozze", mi fanno vedere il retino azzurro cucito sul suo braccio, "l'hanno fatto i bambini di una classe perché lì c'era un pescatore di cozze", dice uno, "sì, ma l'hanno fatto", dice un'altra, "perché sennò Marina era sola e si spaventava a dormire da sola a scuola", mentre spiega osserva i disegni di alghe e cozze sulla casacca celeste del pupazzo, "ma come li hanno fatti?" si chiede. Abbiamo deciso che ogni bambino, a turno, porterà Marina a casa propria, così non avrà paura, "ma se Marina non c'è, Mosciolino si sentirà solo", e così discutiamo del fatto che anche Mosciolino potrebbe andare a casa dei bambini. È un continuo discutere, dibattere, e scrivere, insieme, perché i bambini che ospiteranno Marina dopo di loro possano leggere quello che loro hanno fatto con lei. Le frasi escono dalla bocca dei bambini chiare e precise perché abbiamo ragionato sul fatto che dobbiamo raccontare tutto agli altri bambini, ma senza annoiarli  e così impariamo a riassumere i fatti, riflettendo su ciò che è importante e su ciò che è superfluo. Quando il testo è finito lo decidono loro: "punto e basta" dice una bambina "e qui ci mettiamo la foto".

Il gioco

Roberto racconta storie, soffia sulla cannuccia per mettere in moto la girandola: "da dove è venuta fuori questa cosa qui?", "dalla tua testa" risponde un bambino. Ripete che "per il bambino il gioco è tutto" e che è questo che molte maestre e molti maestri hanno dimenticato. Cita Jean Piaget, per il quale "il gioco è il lavoro dell'infanzia", ciò attraverso cui il bambino prende consapevolezza della propria possibilità di incidere sulla realtà esterna, perché "nel mondo della fantasia non si verificano insuccessi né si è vincolati alle proprietà degli oggetti o delle situazioni reali." (Baumgartner, 2010, p. 18). E naturalmente cita Mario Lodi, la sua "scuola attiva", senza cattedra e senza voti, aperta all'imprevisto e al gioco, perché il bambino "con i sensi raccoglie i dati della realtà [...]. Con la mente confronta, riflette, ricorda. Conserva le sensazioni in ripostigli segreti dove possono restare tutta la vita" (Pace, 2022, p. 42).

"I bambini giocano non solo perché si divertono, ma anche e soprattutto perché apprendono ad entrare e ad uscire dalle cornici di senso [...] È comunque grazie a questo procedimento sociale e interattivo che le bambine e i bambini come le donne e gli uomini, i cuccioli come i mammiferi adulti, creano i mondi intermedi, mondi che imitano altri mondi ma che, nello stesso tempo, diventano creativamente autonomi" (Iacono, 2018, p.1). Oltre a Piaget e a Lodi, Roberto cita Gregory Bateson, secondo il quale, come per Donald Winnicot "nella teoria del gioco [...] sono centrali la relazione, il riconoscimento e il contesto. Inoltre, identità e alterità coesistono nello spazio e nel tempo. È la relazione in cui essere e non essere stanno insieme" (ibidem).

Il gioco ha un ruolo essenziale nel "processo di maturazione emotiva e intellettuale e di autonomizzazione del bambino, in grado ormai di attraversare i mondi intermedi di quelle diverse realtà che Winnicott concepisce come illusioni condivise [...] L’apprendimento è anche la capacità di saper entrare nelle illusioni rimanendo se stessi. In questo senso l’apprendimento è apprendimento della propria autonomia in mondi di illusioni condivise. In ciò consiste la sua verità" (ivi, p. 4).

La sirena porta i bambini per strada, alla scoperta di quartieri, spiagge, approdi, a ritrovare il lato giocoso e divertente del conoscere e dell'imparare, del raccontare ad altri ciò che sperimentano e immaginano. La bambola sirena è il tramite che li mette in relazione con il mondo, attraverso il mare da cui lei arriva e per il quale riparte, con il suo diario, ponte tra interno e esterno, strumento di accesso alla parte intima di sé e di riflessione su ciò che accade mentre si è insieme agli altri.

La scrittura

Se il gioco è tutto per il bambino, la lingua è al centro della vita umana: questo è l'intreccio pedagogico che ha dato vita alla sirena, "pungolo" maieutico che gira per le scuole d'Italia. Il diario di Marina comunica emozioni e mette in gioco i desideri, spinge i bambini a usare la lingua scritta apprendendone regole e convenzioni in modo naturale, perché "una lingua si impara esercitandola, non c'è altra via, ed esercitandola nella varietà e nelle modalità di esercizio che essa ammette e richiede" (De Mauro, 2018, p. 25).

Oltre a costruire girandole e strumenti musicali con i bambini, Roberto ha mostrato loro i giocattoli che ha realizzato: c'è la macchina della verità (un bastoncino zigrinato con in cima un'elica che gira dopo che lo sfreghi solo se quello che dici è vero), ci sono i cavallucci marini sali e scendi, ci sono le trottole, gli animali di legno. L'attenzione di Roberto, mentre gioca con i bambini, è rivolta alle parole: si ferma su quelle più difficili: "che significa questa parola? Come si scrive? Impariamola". Sa benissimo che la scuola dev'essere innanzi tutto luogo di ascolto e di discussione. Perché è discutendo che si impara a pensare: facendo domande, riflettendo, argomentando, confrontando le opinioni. E perché "questo è il principio del discorso e anche il fine: devono imparare a parlare, tutte e tutti, sempre meglio. Si tratta di dare degli strumenti, delle vie, si tratta di aiutarli al meglio" (ivi, p. 28). Sa benissimo che arricchire il lessico dei bambini significa ampliare il loro mondo, perché ancora oggi, come ai tempi di Don Milani, sono quelle 900 parole in più che separano chi ci sta dentro da chi ne è escluso. Lo intuiscono fin da subito loro stessi, quando si scrutano, a settembre, in prima elementare. Siamo a Palermo, in pieno centro storico, seduti al banco ci sono i Pierino e i Gianni del quartiere (Scuola di Barbiana, 1967, p. 19[1]) e accanto a loro ci sono gli Alì (De Mauro, 2018, p. 25) e le Lian, che non c'erano né a Barbiana né a Vho. Sono tutti bravissimi, per il momento, perché è il primo giorno e devono prendere le misure, quando leggo "Alice Cascherina" ci sono i Pierini che alzano la mano "io lo conosco Rodari, la mamma me lo legge", i vari Gianni, gli Alì e le Lian ascoltano in silenzio, un silenzio che  in certi casi diventerà un'abitudine.

[...] all’inizio della scuola elementare i bambini tendono a dividersi grosso modo in due gruppi: un primo gruppo è caratterizzato da soggetti che sono in grado di descrivere alcune funzioni della lettura e della scrittura; un secondo gruppo si contraddistingue invece per una certa difficoltà a percepire gli scopi di questi apprendimenti e a comprendere i benefici che se ne possono ricavare. Più precisamente, davanti alla richiesta di formulare alcune finalità della lingua scritta, i bambini appartenenti al primo gruppo mostrano di essere in grado di esplicitare un progetto personale di lettore (“così posso leggere le storie”, “per sapere le scritte dei negozi”). Diversamente, i bambini del secondo gruppo palesano piuttosto la tendenza a evocare delle risposte ridondanti o istituzionali, affermando, ad esempio, che s’impara a leggere “per fare i compiti” o “perché si va a scuola”. Questa difficoltà a identificare dei motivi funzionali può in seguito ostacolare il processo di apprendimento della lingua scritta. Ciò in ragione della minor motivazione che può caratterizzare il bambino che non riesce a comprendere precisamente gli scopi di questo apprendimento e della conseguente difficoltà ad attivare efficacemente le risorse cognitive richieste nei compiti di lettura e di scrittura. Al contrario, la capacità di evocare alcuni scopi della lingua scritta appare una condizione ineluttabile per sviluppare adeguate competenze in questo campo, sia sul piano della decifrazione sia su quello della comprensione (Bocchi, Zanoni e Antonini, 2019).

 A cosa serve scrivere? Percepire il senso di questo atto è essenziale per il bambino perché per superare una fatica occorre una motivazione, termine che deriva dal latino motus, ossia movimento e indica il muoversi di un soggetto verso qualcosa di desiderato. Questo qualcosa è la potenza comunicativa della scrittura, la sua magia: scriviamo perché qualcuno legga le nostre parole. Nelle pagine del diario di Marina quel qualcuno sono gli altri bambini, è la bambola sirena, che vaga di casa in casa.

Alcune pagine le scriviamo insieme, altre le scrivono liberamente i bambini, a turno. Perché "la scrittura collettiva abitua all'ascolto, al rispetto delle opinioni altrui, a riconoscere vicendevolmente i valori e le capacità nascoste in ciascuno, a ridimensionare se stessi, a saper riconoscere che la propria opinione non sempre è la più giusta, a cercare non l'affermazione personale, ma l'interesse di tutti. [...] è un pratica da sperimentare in quanto democratizza l'atto della produzione della conoscenza, rendendolo contemporaneamente più rigoroso" (Lodi e Tonucci, 2017, p. 20).

Tuttavia, a questo "scrivere insieme", occorre affiancare "l'uso individuale e creativo della lingua sia orale che scritta. Questo per evitare soprattutto la standardizzazione stilistica sul modello della lingua del maestro, pericolo sempre presente anche per l'educatore più attento" (ibidem).

È così che il diario registra il soggiorno di Marina a scuola, il suo pellegrinaggio per le case, si riempie di parole, di disegni e di fotografie: Marina che finalmente arriva al molo e poi seduta a tavola che mangia le alghe (ovvero, le biete), sotto le coperte mentre ascolta la favola della buonanotte, a lezione di danza, al mare, poggiata sulla sedia alata, inerpicata su uno scoglio. I bambini l'hanno dipinta a scuola con Roberto, dopo aver costruito con lui girandole segnavento e trombe per melopee stridule. Adesso le suonano insieme, al tramonto, mentre il vento si alza e la sedia variopinta sembra quasi stia per prendere il volo. I fatti e le emozioni si traducono in immagini e parole.

N. ha scritto per lei una filastrocca, l'ha messa accanto alla fotografia che le ritrae insieme in un acquario. "È un fotomontaggio!" esclama una bambina "sennò Marina avrebbe i capelli bagnati". Per fare quella foto N. si è travestita a dovere: costume, maschera e boccaglio, ha la faccia seria mentre tiene Marina abbracciata, come uno scudo per difendersi dallo squalo che nuota sopra di lei. Inizialmente, all'idea che ogni bambina e bambino della classe avrebbero ospitato la sirena, si era messa a urlare, aveva paura che i suoi genitori non le avrebbero permesso di portare a casa la sirena. Qualche giorno dopo si è decisa a chiedermi Marina per portarla con sé dopo la scuola, aveva un'aria esitante, emozionata. Alla fine, sulla sua pagina del diario, accanto alla filastrocca, è comparsa quella foto con lo squalo che nuota sopra di lei nell'acquario.

La società educante

Si porta la scuola a casa e la vita a scuola. Il quartiere, "la comunità educante", partecipa attivamente all'avventura: la biblioteca di quartiere, il Museo del Mare, Angelo il pescatore, i genitori, tutti vengono a scuola e la scuola va da loro, per accompagnare Marina nella città che la ospita. Perché, "il sostegno alla maturazione delle capacità linguistiche [...] deve venire da tutto l'ambiente socioculturale in cui la scuola opera. Biblioteche e mediateche pubbliche e informazione concorrono oggettivamente, per quel che fanno e per qual che non fanno, all'educazione e, magari, se volete, alla diseducazione linguistica. Dev'essere chiaro che occorre delineare compiti formativi non solo per la scuola, ma per intere società educanti (De Mauro, 2018, p. 29).  

Roberto davanti al mare racconta la storia di Omero, i bambini seduti sugli scogli sono concentrati sulle sue parole mentre armeggiano con le trombe che hanno costruito con lui, emettono un suono lamentoso e stridulo. "Facciamo vivere il mito ai bambini", dice Roberto. Forse per trovare il camugin e il maglione a coste blu da marinaio gli è bastato frugare in un vecchio armadio: il suo legame con il mare è una storia della quale racconta poco perché non gli piace parlare di sé. Liquida il discorso con poche parole: è nato in una famiglia di pescatori e comandanti di navi giunta a Ravenna dalla Croazia nel dopoguerra, a quindici anni si è imbarcato come mozzo. "Lo sapete chi è il mozzo, bambini?", spiega che è quello che lava il ponte, monta, carica, tira le funi. Sul suo curriculum c'è scritto che dal 1963 al 1975 ha fatto il marinaio, il motorista, l'analista chimico. "Ma quando mi sono accorto che l'avventura c'entrava poco, sono tornato a terra. Volevo studiare, ho studiato, e alla fine ho trovato la mia dimensione nel gioco" (Pace, 2022, p. 42).

Roberto non parla di sé e non spiega il gioco, preferisce giocare con i bambini perché è convinto che l'esperienza debba precedere la conoscenza, gli interessa creare situazioni che possano produrre impressioni e attivare pensieri. Con la sirena ha costruito uno scenario immaginifico che parla ai bambini di viaggio e libertà. Ne hanno bisogno più che mai dopo più di due anni di prescrizioni claustrofobiche, in una situazione di ansia costante in cui alla paura del virus è susseguita quella della guerra. "Marina ha anche avuto il Covid", dice Roberto, i bambini ascoltano il racconto di come la sirena sia rimasta bloccata per due anni in Croazia a causa del lockdown. Si è rimessa in viaggio perché se da qualche parte si deve riprendere il filo interrotto del pensiero, nella scuola, è dal suo baule, dai suoi giochi: di esplorazione, manipolazione, finzione. Giochi creati come strumenti per acquisire significati creandone di nuovi, per sviluppare nei bambini l'attitudine autentica a scrivere che è in sostanza la magia di pensare.

 “Perché faccio giocattoli? Sostanzialmente, riprendo i gesti dei bambini: ridare significato alle cose smarrite, perdute e abbandonate". Tra le cose perdute, gli oggetti da riciclare e a cui dare una nuova vita, c'è una scuola da ritrovare e rinnovare continuando a immaginarla come dovrebbe essere (sempre e non solo in alcuni frangenti particolarmente felici): una scuola che nasca dall'idea che educare i bambini significa "toccare il futuro". È il concetto che fa da filo conduttore al film "Lunana - il villaggio alla fine del mondo", di Pawo Choyning Dorji, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche. Nel film Ugyen è un insegnante che non vuole più insegnare e viene spedito per punizione nella scuola più isolata del mondo, vorrebbe scappare ma qualcosa finisce col legarlo a quel luogo e a quei bambini che vedono in lui una figura fondamentale per la costruzione del loro futuro. Nella scuola di Lunana non c'è nulla, solo le parole del maestro e dei bambini e un campo immenso in cui spicca un canestro da basket costruito appendendo ad un palo di legno la tavoletta di un water la cui funzione originaria è sconosciuta agli abitanti del villaggio. Gli strumenti che il maestro otterrà saranno una lavagna, dei gessi, i quaderni e una palla per giocare con i bambini. C'è però, fin dall'inizio, quell'idea vitale, che ciò che avviene in quello spazio in cui manca tutto riguardi la costruzione del futuro, non solo dei bambini ma di tutto il villaggio. Anche Mario Lodi, come Ugyen, appena nominato maestro in provincia di Cremona, aveva deciso inizialmente di lasciare l'incarico perché, comprendendone l'enorme valore, si era sentito incapace di ricoprire quel ruolo. In entrambi i casi a sostenere i maestri è il ritrovarsi in una comunità che condivide un progetto (per Ugyen l'intero villaggio, per il mastro Lodi l'incontro con il Movimento di Cooperazione Educativa e con le idee di Célestin Freinet) perché, "il contagio delle passioni può far nascere e crescere il desiderio di cambiamento [...] in questo consiste lo specifico della paideia, intesa come socializzazione capace di trasmettere il desiderio di cambiamento, cioè la voglia di diventare soggetti attivi della propria trasformazione, tanto sul piano individuale quanto sul piano collettivo" (Thanopulos  e Ciaramelli, 2021).

Tra gli oggetti smarriti che Roberto Papetti manipola per dare loro una nuova vita c'è questa comunità, essenziale per fare esistere la scuola come l'aveva immaginata il suo amico Mario Lodi di cui quest'anno ricorre il centenario dalla nascita. Nel libro Il paese sbagliato racconta il suo sforzo incessante per liberare il pensiero e la parola dei bambini in una scuola che era allora ed è purtroppo in molti casi tuttora rigidamente trasmissiva (nonostante le Indicazioni Nazionali mettano a fuoco l’orizzonte di senso verso cui la scuola deve tendere). Nelle ultime pagine del libro c'è la tristezza del maestro per una scuola (e una società) il cui fine "non è il bambino libero, non è l'uomo felice. Difendere l'uomo" scrive "significa mettersi dalla sua parte e rifare scuola, e sistema e tutto"  (Lodi, 2014, p. 460).

Bibliografia

Baumgartner E., Il gioco dei bambini, Carocci, Roma 2010.
Bocchi P. C., Zanoli S., Antonini F., Didattica delle prime pratiche di lettura e scrittura. Un approccio metodologico per valorizzare la continuità, in "Quaderni didattici del Dipartimento formazione e apprendimento Supsi", dicembre 2019.
De Mauro T., Addio al maestro che giocava, in "La Repubblica", 3 marzo 2014.
De Mauro T., L'educazione linguistica democratica, Editori Laterza, Roma - Bari 2018.
Iacono A. M., Bateson e Winnicott: il gioco e i mondi intermedi, in "EXagere - Periodico di contributi e riflessioni di sociologia, psicologia, pedagogia, filosofia", giugno 2018, n. 6, url: https://www.exagere.it/bateson-e-winnicott-il-gioco-e-i-mondi-intermedi/
Lodi C., Tonucci F., L'arte dello scrivere, Casa delle Arti e del Gioco - Mario Lodi, Piadena Drizzona (Cr) 2017.
Lodi M., Il paese sbagliato, Einaudi, Torino 2014.
Meda J., Gli esperimenti scolastici di Barbiana e di Vho. La scuola come luogo di inclusione e come spazio di crescita civile e democratica (1948-1968), in: Inclusione e promozione sociale nel sistema formativo italiano dall’Unità ad oggi, a cura di Anna Ascenzi e Roberto Sani, FrancoAngeli, Milano 2020, url: https://www.academia.edu/45075618/Gli_esperimenti_scolastici_di_Barbiana_e_Vho_La_scuola_come_luogo_di_inclusione_e_come_spazio_di_crescita_civile_e_democratica_1948_1968_
Pace M., Gioco e scienza, Roberto Papetti e l'incontro con Mario Lodi, intorno a un'idea di giocattolo, in "Andersen" marzo 2022.
Poetica del gioco. Roberto Papetti artigiano artista. Incontro di formazione sul gioco e inaugurazione della mostra, Villa Dora, San Giorgio di Nogaro (UD), url: https://www.villadorasgn.it/poeticadelgioco/
Roghi V., Nel diario di Mario Lodi l’esperienza si fa conoscenza, Il Manifesto, 3 aprile 2022.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Scandicci 1967.
Thanopulos S., Ciaramelli F., Dimensioni complementari di una pratica di vita resa umana dal desiderio di auto-trasformazione, in "Il Manifesto", 20 febbraio 2021.

Note

[1] "Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccolo chiamava la radio lalla. E il babbo serio: non si dice lalla, si dice aradio".

 

Gaia Colombo
Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l'Università degli Studi di Palermo, si è occupata di formazione degli adulti presso enti pubblici e privati e di Management didattico per l'Università degli studi di Palermo e per la Crui (Conferenza dei Rettori Italiani). Dal 2007 insegna nella scuola primaria, nell'anno in corso ha tenuto un laboratorio di didattica della scrittura presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria della LUMSA - sede di Palermo.

Foto di Alexandra D'Onofrio.