Nelle trame dell’educazione mafiosa | Within the fabric of mafia education
DOI: 10.5281/zenodo.18715168 | PDF
La crescita continua delle mafie e, ancor di più, della cultura mafiosa, necessitano di un profondo lavoro di ricerca e di studio pedagogico, orientato al tentativo di comprensione di quale sia la proposta educativa che viene agita e che, silenziosamente ed in modo subdolo sta contaminando il nostro vivere quotidiano. Entrare nelle intimità dei meccanismi mafiosi per scorgerne i riferimenti, i principi di base e i modi attraverso i quali essi costruiscono contesti ad alto potere educativo. Nelle pagine che seguono troverà spazio il tentativo di fare luce su questi aspetti e di fornire elementi utili per immaginare un’educazione civile alternativa a quella mafiosa.
Le mafie non sono solo organizzazioni criminali
Le mafie non sono solo organizzazioni criminali, aggregati di persone che operano in modo intenzionale e strutturato per commettere reati ma, prima di tutto, sono sistemi sociali complessi, organismi viventi che interagiscono con il mondo attorno a loro allo scopo di raggiungere i due obiettivi centrali del loro esistere: il profitto, l’arricchimento; l’aumento del potere e del dominio sulle persone e sul mondo. In queste direzioni, diversamente da quanto si pensa, non è l’azione militare e l’uso della violenza che permettono alle mafie di radicarsi, agire ed essere durature; ma la loro capacità di educare creando contesti educativi in grado di indicare un insieme di valori, visioni del mondo, un’idea di persona e un modello preciso di convivenza. L’uso della forza e della violenza sono possibili proprio grazie al contesto nel quale vengono agite, fatto di una “cultura educata” che genera l’assenza di opposizione, che normalizza certi comportamenti e li elegge a pratiche di valore.
Così, da sempre, le mafie scelgono un atteggiamento “non predatorio” funzionale ai poteri forti, al potere costituito e alle classi dirigenti. Non cercano la contrapposizione ma si mettono a disposizione, offrono servizi, diventano strumento efficace per poter conquistare spazio, riconoscimento, legittimazione e quindi affermarsi e crescere.
Così le mafie costruiscono e si garantiscono un futuro. Vivono nelle cose, negli ambienti, nei gesti che le persone compiono, nei comportamenti che hanno. Generano organismi educativi che entrano nella vita e nella storia delle persone fin dalla loro tenera età: sono nei loro giochi, nelle frequentazioni, nelle aspirazioni; si tramandano da una generazione all’altra, costruendo veri e propri mondi densi di significati ed elementi di senso. E tutto questo accade anche fuori dai sistemi mafiosi, allargando sempre di più quello spazio, più o meno inconsapevole, di assimilazione culturale e di ibridazione mafiosa dei contesti naturali.
Che tipo di educazione?
Nell’incontro con le storie di tante ragazze e ragazzi “cresciuti alle mafie” si può scorgere una pedagogia caratterizzata da tre qualità: in primo luogo è una pedagogia integrale, attenta a rivolgersi e a formare la persona nella sua interezza, nella sua globalità. Non solo alcuni aspetti o parti della vita e della persona ma la sua pienezza e questo funzionamento è evidentemente efficace. Lo è soprattutto a fronte di una educazione “non mafiosa” che si attiva e si dedica solo attorno ad alcuni aspetti dell’esistenza: una fragilità, una opportunità… Ma quasi sempre lontano dalla cura di un disegno complessivo, dall’entrare in relazione con la complessità dell’individuo, ma sempre e solo con alcune parti di esso.
Ancora: è una pedagogia che si può definire “territoriale” cioè rivolta a tutti i soggetti che abitano un territorio, indipendentemente dalla loro condizione sociale, economica e culturale; sia che facciano o meno parte reale o potenziale della sfera degli interessi mafiosi. L’obiettivo è creare una diffusa trasmissione della cultura della “sudditanza” del contesto nei confronti dell’organizzazione mafiosa. Dare corpo ad uno “spazio del possibile”, ad una normalizzazione della presenza, delle pratiche e degli orizzonti di vita. Dentro questo meccanismo culturale si possono riconoscere molte posizioni nei confronti delle mafie. Si pensi alla narrazione ancora molto diffusa nel Nord Itali, dove spesso o non vi è il riconoscimento delle pratiche mafiose o si registra una lettura funzionale, utile allo sviluppo delle imprese e dei territori, al servizio degli imprenditori per dare lavoro.
La terza forma dell’educare è di tipo contestuale, orientata ad interagire con i sistemi culturali locali, manipolando la storia dei luoghi, assimilando, stravolgendo e manipolando i riferimenti collettivi e individuali di fondo, quelli di senso che permettono l’attivazione delle logiche di appartenenza e istruiscono i processi di significazione fondamentali per distinguere ciò che è bene da ciò che è male e prendere decisioni conseguenti.
La costruzione di mondi in cui crescere
In questo modo le mafie strutturano mondi e dispositivi educativi dotati di precise regolazioni che contengono e permettono di vedere la propria identità e riconoscersi attraverso un processo abusante di identicità. Mondi chiusi, nettamente separati dal resto. Chi è dentro difficilmente ne esce; chi occupa gli spazi intermedi è funzionale al sistema mafioso. Ma non solo, la separazione tra il dentro e il fuori viene attuata anche attraverso il sistema di premio e punizione. Cioè: il rispetto delle regole, l’obbedienza agli ordini è valida solo all’interno del proprio mondo e restituisce accesso ai benefici di quella adesione totale; all’esterno del sistema mafioso, le regole non valgono più e, come esse, nemmeno le protezioni. Così all’esterno è possibile fare qualsiasi cosa, anche ciò che nella sfera interna è proibito fare. Non solo, questo è valido non solo per il fuori, ma anche per chi si “pone al di fuori” del sistema, cercando di uscirne, denunciando, tentando di salvare dall’abuso i più piccoli. Nei loro confronti si scatena la vendetta travestita da giustizia. Questi spiega i numerosi atti di aggressione nei confronti di donne e bambini, solitamente difesi all’interno del mondo mafioso.
Quelli di cui parliamo sono mondi ordinari e organizzati, che agiscono la proposta educativa in modo informale, attuando un agire educativo quotidiano e irriflessivo, spontaneo che rende l’educazione “sempre e ovunque”, in ogni cosa e in ogni momento. Sono mondi prossimi, vicini alla vita delle persone che li abitano: lo sono nel bene e nel male. Quando una persona è in carcere l’organizzazione prevede direttamente al sostentamento del suo nucleo familiare. Ma questa prossimità ha uno sviluppo perverso: nulla viene fatto a caso, ma solo per chiedere in cambio un servigio, una sottomissione. La cura delle mafie ha un risvolto perverso che esita sempre nell’oppressione dell’altro, nel controllo e nella sottomissione altrui.
Dunque, sistemi totalitari nei quali sono i legami ad essere i primi sui quali viene esercitato potere, proprio allo scopo di dominare e dare una direzione alla crescita. Sono legami freddi, qualificati da una connotazione “sentimentale”, orientati all’affiliazione e alla realizzazione di una comunità chiusa. Caratterizza queste relazioni il familismo definito “amorale” dal sociologo americano Banfield nel testo del 1976 Le basi morali di una società arretrata nel quale descrive quel tipo legame come definito da comportamenti tesi a massimizzare i vantaggi della famiglia o del gruppo di appartenenza in una situazione nella quale tutti i soggetti di quel sistema agiscono allo stesso modo. Dunque, comunità chiuse, orientate al raggiungimento dei propri interessi nelle quali le persone sono tutte uguali, pensano, si muovono, “sentono” tutte allo stesso modo. E questo meccanismo, paradossalmente, è vincente, è il potere delle mafie e la sicurezza delle persone. Questo funzionamento indica anche un preciso posizionamento nei confronti dello Stato, dell’autorità formale, pubblica. Non solo dice della mancanza di fiducia verso le istituzioni sopperita dalla capacità di tutela e protezione agita dalla “famiglia”, ma anche del porsi al di sopra delle leggi, oltre le norme pubbliche, non sottoposti al patto di convivenza civile; i mafiosi si percepiscono e si pongono come altro e oltre lo Stato.
Contesti che educano e dispositivi mafiosi
Le mafie educano grazie alla costruzione e al mantenimento di veri e propri dispositivi educativi, contesti complessi e abusanti che determinano le vite di giovani e adulti.
Questi sistemi funzionano grazie alla cura di due dimensioni articolate: la prima raccoglie aspetti dedicati alla delimitazione dello spazio; la seconda include le pratiche attraverso le quali si trasmette la proposta, che nel caso delle mafie è sempre un’imposizione, di persona e di società.
Del primo insieme è importante mettere in evidenza tre aspetti: il primo consiste nell’applicazione rigida della cornice valoriale mafiosa, cioè di quell’insieme di riferimenti fondamentali e imprescindibili, che non vengono mai messi in discussione dal loro impatto con la realtà. Tra questi, il pensiero unico, la privatizzazione dei beni, il dominio sugli altri e sul mondo, il patriarcato, la giustizia immediata ed esemplare. Come si può vedere questi valori hanno poco a che fare con l’insieme dei principi civili inscritti nella Costituzione italiana, che sono orientati alla giustizia, all’uguaglianza, alla libertà, al rispetto della dignità delle persone e alla loro autodeterminazione. I principi mafiosi garantiscono il potere di pochi, promuovono lo sfruttamento delle persone e delle risorse materiali e immateriali, utilizzano la perversione del dono e la paura per gestire il potere e far funzionare i gruppi sociali. Il secondo è rappresentato dalla trasmissione di contenuti predefiniti. Cioè, nell’affermare e praticare questi principi vi è l’utilizzo di contenuti definiti a priori e mai costruiti in modo situato con le persone e in relazione ai contesti, c’è una linearità e un annullamento della complessità, per cui ad un accadimento risponde sempre e solo un’unica possibilità di lettura e azione, che non vengono mai discusse collettivamente ma indicate e imposta da chi detiene il potere che esercita un pensiero unico e dogmatico. La terza dimensione prevede la cosiddetta esclusione dell’educando. Le persone in crescita non sono parte attiva del processo formativo, ma solo destinatari passivi della proposta. La soggettività di ciascuno, le sue idee, la sua storia, i suoi sentimenti non interessano nel dibattito educativo e nella costruzione delle azioni pubbliche del sistema, conta solo il parere di chi ha il potere e agli altri viene richiesto un ruolo esclusivamente esecutivo. Più esegui più sei utile e funzionale e vieni ripagato. Le persone vengono annullate nella loro possibilità di partecipare, ma ricompensate per il loro adattamento e la capacità di eseguire gli ordini. Viene loro riconosciuto un ruolo sociale e il valore dei servizi che svolgono.
Ed eravamo noi ad essere nel giusto: perché tu cresci convito di essere il paladino del popolo. L’educazione è quotidiana e non lo sai: avviene tramite gli aneddoti, i racconti delle gesta dei nostri eroi, le commemorazioni dei caduti in battaglia. Tramite la spiegazione di cosa sono la famiglia, il sangue, l’onore, la vendetta.
Questa è una frase parte del racconto che Luigi Bonaventura, ex collaboratore di giustizia, ha consegnato ad Angela Iantosca per il suo libro Bambini a metà. Un pensiero chiaro che ben descrive cosa è il dispositivo educativo mafioso, nel suo rapporto tra la struttura e le pratiche che la istruiscono. Si cresce immersi in un’educazione continua, onnipresente; apprendi i valori, i comportamenti, dai forma alle appartenenze senza accorgertene, in modo quasi inconsapevole ma profondo. Nel racconto si possono scorgere le pratiche sulle quali il dispositivo fa leva per educare, ne riprendiamo quattro.
La prima: il dispositivo si fonda su pratiche narrative. Le persone crescono immerse in una narrazione continua del valore del sistema, della bontà dei suoi orizzonti e dei suoi principi, chi cresce in questi contesti percepisce come normalità tutte queste cose e come “anormale o male funzionante” ciò che vede all’esterno del suo mondo di riferimento. La seconda è la testimonianza. Si crescere apprendendo le regole, il possibile, le gerarchie, dall’osservazione dei comportamenti agiti dalle persone che si hanno attorno, dalla forza del loro esempio. Lo spazio viene qualificato dalle posture di chi lo occupa che assumono una funzione addestrativa. Per questo serve coerenze e un alto grado di tenuta. Per questo serve l’esercizio di una giustizia immediata, violenta ed esemplare; per evitare che ci siano crepe nel funzionamento e nell’esemplarità degli agiti. La terza pratica è l’allestimento di esperienze significative: vengono proposte alle persone in crescita, esperienze emblematiche che, da un lato, parlano del sistema educativo e, dall’altro, propongono sfide in sintonia con quest’ultimo, assai pervasive, grazie alle quali i giovani sentono di giocarsi il riconoscimento e l’inserimento condiviso in quella comunità. Si tratta di vere e proprie “palestre di prova” particolarmente incisive perché coerenti con quello che si sta vivendo e attive in un substrato culturale e umano già abbondantemente sensibilizzati. L’ultima pratica consiste nella cura costante delle leve istituenti come il controllo dei legami e della loro qualità; la tutela dei diritti fondamentali operata dall’organizzazione al fine di costruire un sodalizio sempre più profondo e indissolubile; la garanzia di un futuro possibile nel quale vengono garantiti riconoscimento, denaro e ruolo sociale. Tutto purché vi sia una adesione incondizionata al sistema.
Il dispositivo mafioso e i bisogni di crescita
Il funzionamento descritto nei paragrafi precedenti, nella relazione con le persone in crescita, ma non solo, si pone come strumento per offrire una particolare modalità di risposta ai bisogni di crescita di ciascuno. Anche questa è una leva determinante delle pedagogie mafiose: riuscire a offrire risposte immediate alle domande fondamentali che ogni donna e uomo ha nella propria vita crea un legame indissolubile, una forma di riconoscenza che, generando un legame abusante, produce un obbligo, un vincolo difficili da rompere. Allo stesso tempo, però, il modello non è perfetto perché lascia spiragli, fessure, aree disattese, fortemente connesse all’assenza di senso e di profonda accoglienza, riconoscimento e rispetto della persona che, nel tempo e grazie ad incontri “veri” permettono a molti di cercare strade alternative.
Scoperte fondamentali per iniziare ad immaginare da dove il lavoro educativo ordinario, quello che ci vede impegnate e impegnati quotidianamente senza dover immaginare cose altre, possa prendere origine ed attorno a quali questioni cruciali sia possibile investire per sperare di avere possibilità di lasciare, gradualmente, un segno.
Proviamo allora a vedere come tale dispositivo si struttura, mettendo in relazione proprio le aree attese e disattese.

Da un punto di vista generale la risposta appare in tutta la sua evidenza, semplice da cogliere, ma complessa nella sua attuazione: le mafie sono molto brave nella materialità della risposta ai bisogni di giovani ed adulti che vengono educati, ma non riescono nel modo più assoluto a dare una risposta al bisogno di attribuire un valore ed un senso alle cose; non riconoscono le persone per la loro storia, i loro sentimenti e pensieri, ma solo per utilità e interesse; propongono modi chiusi, asfittici, privi di sviluppo; creano climi opprimenti e abusanti; sono violente e non utilizzano la giustizia per permettere di apprende re dall’errore e cresce, ma solo perché altri imparino dalla paura cosa è possibile fare o meno. Queste sono le grandi aree disattese, attorno alla quale è possibile cercare di costruire alcuni nostri dispositivi educativi civili. Pratiche umane di accompagnamento alla crescita, alla costante ricerca del senso, della tutela delle persone e della loro soggettività, dell’accompagnamento nella costruzione di una relazione intersoggettiva di qualità; nell’esercizio della partecipazione democratica.
Riferimenti bibliografici
Bonini C. e Foschini G. ,Ti mangio il cuore, Feltrinelli,Milano 2019.
Cavadi A., Strappare una generazione alla mafia, DG, Trapani 2005.
Chirico D. e Carta M. , Under, Giulio Perrone, Roma 2017.
Dalla Chiesa N., L’espansione delle organizzazioni mafiose. Il Nord Ovest come paradigma, Santoro, Lecce 2015.
Gagliardo M., Rispoli F. e Schermi M., Crescere il giusto. Elementi di educazione civile, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2012.
Iantosca A., Bambini a metà. I figli della ‘Ndrangheta, Giulio Perrone, Roma 2015.
Istituto Centrale di Formazione di Messina (a cura di), I ragazzi e le mafie. Indagine sul fenomeno e prospettive di intervento, Carocci, Roma 2008.
Lo Cascio G. (a cura di), L’immaginario mafioso, Dedalo, Bari 1983.
Marcone D., Non a caso, La Meridiana, Molfetta 2017.
Sales I., Storia dell’Italia mafiosa, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2016.
Santino U., La mafia interpretata, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 1995.
Santino U., Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2009.
Schermi M., Crescere alle mafie. Per una decostruzione della pedagogia mafiosa, FrancoAngeli, Milano 2010.
Sciarrone R., Mafie vecchie, mafie nuove, Donzelli, Roma 2021.
L'autore
Michele Gagliardo è educatore, responsabile nazionale per la formazione di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Già formatore e coordinatoredell’Università della strada del Gruppo Abele, si occupa da oltre due decenni in tutta Italia di politiche educative e giovanili. Ha curato e scritto diverse pubblicazioni e articoli su educazione e prevenzione.