Razzismo e difficult heritage: il ruolo delle memorie coloniali | Racism and difficult heritage: the role of colonial memories
DOI: 10.5281/zenodo.16792625 | PDF
Educazione Aperta 18/2025
L’articolo intende riflettere sulla questione razziale alla luce del dibattito storiografico sul ritorno della razza nel discorso pubblico (Graziosi, 2025). La tesi discussa nel contributo adotta la metodologia della Public history of education (Bandini, 2019) per analizzare la controversa memoria coloniale italiana, considerata come un’incubatrice degli stereotipi di razza diffusi ancora oggi. Le suggestioni euristiche della Public history of education si rivelano preziose per affrontare la complessa eredità del colonialismo, definibile come un difficult heritage (Macdonald, 2009) che evoca sentimenti contrapposti nell’opinione pubblica. L’obiettivo è quello di sviluppare una narrazione storica del colonialismo credibile e, proprio per questo, necessariamente complessa (Deplano, 2023b).
Parole chiave: Razzismo; Colonialismo; Memoria; Difficult Heritage; Public History of Education.
The paper intends to reflect on the racial question in the light of the historiographical debate on the return of race in public discourse (Graziosi, 2025). The thesis discussed in the contribution adopts the methodology of the Public history of education (Bandini, 2019) to analyze the controversial Italian colonial memory, considered as an incubator of the race stereotypes still widespread today. The heuristic suggestions of the Public history of education prove invaluable in dealing with the complex legacy of colonialism, which can be defined as a difficult heritage (Macdonald, 2009) that evokes opposing feelings in public opinion. The aim is to develop a credible and, for this very reason, necessarily complex historical narrative of colonialism (Deplano, 2023b).
Keywords: Racism; Colonialism; Memory; Difficult Heritage; Public History of Education.
Una nuova questione razziale in Italia: ritornare alla Storia
Una recente monografia di Andrea Graziosi ha richiamato l’attenzione della comunità accademica sulla progressiva importanza che la questione razziale sta assumendo nel nuovo secolo: “la razza – scrive lo storico – come colore ma anche come teorizzazione di una differenza ‘essenziale’ di popoli-nomadi, è di nuovo purtroppo con noi” (2025, p. 54). A sua volta, l’insorgenza di una simile tematica è legata a un “processo di affrancamento dall’immaginario coloniale [che] non può dirsi ancora concluso” (Colliva, 2024, p. 23). Si tratta di una denuncia che, a partire dalle ricerche sul rapporto complesso tra il colonialismo e la definizione dell’identità culturale italiana (Labanca, 2002; Finaldi 2009; Deplano e Pes, 2014; Tomasella, 2017; Morone, 2019; Elia, 2023) si inserisce all’interno di un dibattito fertile che ha sollevato ombre inquietanti sul ritorno della razza intesa non più in termini biologici, ormai inaccettabili per l’opinione pubblica odierna, quanto sul piano culturale (Taguieff, 1999), generando così una nuova forza di razzismo, definita da Mercier con il termine di “supertribalizzazione” (1961, p. 64). In questi termini, dunque, i discorsi politici di una destra xenofoba molto attiva negli ultimi anni pongono l’accento sulla paura di una contaminazione non “più applicata alla stirpe, ma alla cultura che, in questa retorica fondamentalista, diventa sempre più solida, tangibile, uniforme” (Aime, 2018, p. 20) e contraddistinguono forme di etnonazionalismo in Europa, e particolarmente in Italia, sempre più aggressive, che precludono la realizzazione di una cittadinanza sostanziale per gli immigrati (Hawthorne, 2022, p. 3).
L’obiettivo di questo articolo è di contribuire al dibattito sul ritorno della “razza”, adottando la prospettiva propria della Public history of education allo scopo di diffondere “un tipo di conoscenza che unisce insieme un contenuto di informazioni strutturate su una scala diacronica con un metodo critico che consente di verificare, analizzare quelle informazioni e capire la logica che è sottesa a quei brani di storia, sia pure parziali e locali, che si prendono in esame” (Tomassini e Biscioni, 2019, p. 21). Si tratta, dunque, di assicurare un processo evolutivo alla disciplina storico-educativa che possa ricollegarla proficuamente “ai contesti sociali, valorizzando il proprio sapere specialistico nel confronto con le sfide, i bisogni, le angosce attuali del mondo educativo” (Bandini, 2019, p. 51). Sulla base di questo orientamento metodologico il contributo intende interrogarsi sulle origini storiche, sulla valenza e sul portato della memoria controversa del colonialismo in Italia, considerata la stretta affinità che la lega al razzismo. Questa sinergia non è valida solo per l’Italia, ma coinvolge anche altri Paesi che furono interessati dall’espansionismo d’Oltremare: “la razza – osserva Miguel Bandeira Jerónimo nella postfazione al volume di Gorjão Henriques (2016, p. 218) – è il colonialismo che parla”. Analizzare il binomio costituito da questa esperienza storica e dal razzismo deve costituire, perciò, un invito a “superare il mito delle nazioni colonizzatrici europee troppo spesso narrate/si come fautrici di scoperte, che poco hanno scavato sulle responsabilità specifiche nel consolidamento della disparità di relazioni tra neri e bianchi ancora oggi presenti in molteplici forme anche nelle ex metropoli imperiali” (De Rosa, 2020, p. 24).
In seguito alla proliferazione di iniziative volte a rafforzare “l’egemonia della memoria nel rapporto con il passato” (Flores, 2020, p. 99) soprattutto in merito a eventi come la Shoah, i risultati, tuttavia, hanno assunto proporzioni modeste: come osservava acutamente Pisanty, negli ultimi vent’anni l’Olocausto è stato “oggetto di capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale; negli ultimi vent’anni il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggiore vigore” (2020, p. 5). Una presenza massiccia di celebrazioni della memoria, infatti, non costituisce, di per sé, un mezzo per accrescere la conoscenza degli eventi storici oggetti delle pratiche di ricordo: sembra necessario, dunque, “tornare alla storia per rafforzare, con un’informazione e una preparazione più adeguata, la consapevolezza morale che la memoria – senza un sapere autentico del passato – non riesce del tutto a trasmettere” (Flores, 2020, p. 88).
Colonialismo e razzismo: difficult heritage
La memoria coloniale è generata da quello che potremmo definire un difficult heritage, inteso, secondo la definizione elaborata da Macdonald, “come un passato riconosciuto significativo nel presente, ma anche contestato e scomodo per la riconciliazione pubblica con un’identità contemporanea positiva e autoaffermante” (2009, p. 3). Il colonialismo, secondo la stessa autrice, rappresenta un’eredità complessa da gestire, che suscita sentimenti contrapposti, suddivisi tra la nostalgia provata da alcune frange estremiste e la vergogna: non è un caso, dunque, che “molte rappresentazioni esplicite del potere coloniale languono ora negli scantinati dei musei” (ivi, p. 2).
L’importanza di avviare una riflessione sulle memorie divergenti è stata ripresa nel recente contributo di Bravi (2024) che aveva collaborato al progetto biennale Per la storia di un confine difficile. L’Alto Adriatico nel Novecento, coordinato dall’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea e finanziato dalla Regione Toscana (2020-2021). Questo progetto ha coinvolto circa quaranta studenti provenienti da dieci scuole toscane secondarie di secondo grado mostrando loro, mediante la metodologia propria della Public History, la necessità di “produrre una conoscenza storica e formativa critica e scientificamente connotata […] che potesse far percepire le memorie narrate, spesso divergenti e contese, che esistono da un lato (quello italiano) e dall’altro (quello dei paesi balcanici) del confine” (ivi, p. 40). Sotto questo aspetto è opportuno ricordare come il passato coloniale assuma l’aspetto di uno spazio “fertile per lo sviluppo di auto-rappresentazioni collettive all’insegna della bontà connaturata agli italiani” (Bernardi e Bruna, 2016, p. 112) che perdurano ancora oggi, producendo una memoria coloniale divisiva (Elia, 2024, pp. 772-3). L’esperienza dell’Oltremare – capace di alimentare una serie di memorie pubbliche che costruiscono identità collettive (Nóvoa, 2009, p. 819) – necessita di studi che la rendano oggetto di un dialogo proficuo con le comunità locali (Herman, Braster e Del Pozo, 2022), al fine di avviare “una ‘storia pubblica’, di divulgazione critica, non retorica e, soprattutto di insegnamento e d’interpretazione sul territorio” (Noiret, 2013, p. 318).
I nuovi orientamenti di ricerca attribuiscono alla memoria un ruolo strategico nello sviluppo delle società contemporanee sotto un duplice aspetto, “in quanto elemento cruciale per la costruzione delle identità nazionali, religiose e culturali, nonché per sostenere le scelte politiche” (Bravi e Oliviero, 2024, p. 152). Non costituisce motivo di sorpresa, dunque, constatare come nell’arco dell’ultimo mezzo secolo i Memory Studies abbiano conosciuto una notevole fortuna, alla quale non è stata certamente estranea la loro natura interdisciplinare. Questo settore di studi ha vissuto una svolta fondamentale nel passaggio tra il Novecento e il nuovo secolo, rivolgendo la propria attenzione non più esclusivamente alle comunità mnemoniche nazionali e ai luoghi della memoria (Nora, 1984; 1986; 1992), ma anche a quella che Erll (2011a) ha definito la “memoria itinerante”. Quest’ultima attribuisce ai contenuti oggetto di ricordo una dimensione caratterizzata da estrema mobilità: non più rinchiusi all’interno dei confini nazionali, essi sarebbero in grado di spostarsi attraverso le comunità mnemoniche sia nello spazio – mediante i “memory media” (libri, film, il Web) – sia nel tempo, attraverso le forme e le pratiche connesse alla memoria, come, ad esempio il rituale dei due minuti di silenzio per ricordare determinati eventi storici (Dorr et al., 2019).
Le pubblicazioni attinenti a questo campo di studi hanno mostrato, infatti, che la funzione della memoria consiste nel “preservare gli elementi del passato che garantiscono ai soggetti il senso della propria continuità e l’affermazione della propria identità” (Jedlowski, 2002, p. 48). Il ricordo e l’oblio, del resto, non sempre operano come opposti ontologici ma possono essere intesi come intrecci strutturali e funzionali mediante i quali le culture collettive odierne creano la loro memoria, in modo coerente all’orientamento futuro che queste intendono soddisfare per preservare determinati modelli sociali e culturali (Parui, 2024). All’interno di questa proiezione temporale, tuttavia, l’eredità del colonialismo risulta ancora ingombrante (Jedlowski, 2016), nonostante l’influenza degli studi di genere e postcoloniali abbia sviluppato il concetto di “contro-memoria” che sottolinea la presenza di memorie “altre”, espressioni di gruppi percepiti tradizionalmente come minoritari e perciò emarginati dalle culture dominanti (Fortunati e Lamberti, 2008). Per questa ragione, dunque, i Memory Studies si rivelano strategici nel mettere in discussione i sistemi valoriali di riferimento (Tota e Hagen, 2016), a loro volta strettamente connessi a determinate esperienze storiche. Sulla base di queste suggestioni euristiche, l’autore ritiene che debba perseguirsi la self-critical memory, intesa come un riesame condotto su basi critiche della memoria pubblica inerente al colonialismo, che possa svolgere una funzione di antidoto nei confronti del sempre più annunciato scontro tra la civiltà occidentale e la “barbarie” altrui (Jedlowski, 2011). Si tratta di un obiettivo non più procrastinabile, considerato il ruolo crescente dei mezzi di comunicazione di massa nella creazione della memoria culturale, che appare sempre più condizionata dal ruolo attivo svolto dalle rappresentazioni mediali. Quest’ultime, infatti, supportano ovvero generano una memoria protesica che incide particolarmente sui soggetti che non sono stati direttamente coinvolti negli eventi – come il colonialismo – oggetti delle pratiche di memoria (Landsberg, 2004). Per questa ragione, sostiene Klein (2000), la memoria non deve mai essere confusa con la storia: a differenza di quest’ultima, infatti, essa si caratterizza come un processo il cui obiettivo è quello di attribuire un senso alla dimensione temporale e alle esperienze riconducibili agli individui e/o alle comunità (Keightley, 2010).
La memoria controversa del passato coloniale in Italia
L’analisi della memoria coloniale italiana e delle ragioni che l’hanno a lungo minimizzata se non omessa dal dibattito pubblico non può che partire da una considerazione generale, legata alla mancata conoscenza del proprio passato imperialistico, considerato una sorta di inconscio nazionale (Ponzanesi, 2004). Si tratta di un fenomeno complesso, dovuto a una molteplicità di fattori che non risparmiano l’istruzione formale (Elia, 2022): il risultato è “la diffusa assenza di un senso di colpa o di vergogna per i crimini perpetrati in passato in nome di una presenta superiorità di razza [che] rappresenta un terreno fertile per politiche discriminatorie e per misure razziste” (Jedlowski e Siebert, 2011, p. 232).
In età repubblicana la memoria coloniale in Italia si è scontrata con l’ostacolo rappresentato dalla resistenza del mito del buon colonizzatore nazionale, che si sarebbe distinto per la sua operosità (Pes, 2023) e per la sua azione umanitaria dagli altri modelli coloniali coevi. La memoria di questi eventi non può esimersi dal confrontarsi con quella sviluppatasi negli altri Stati coloniali: il caso lusitano appare rilevante, poiché al suo interno si è radicato un concetto di colonialismo umanitario, differente da quello applicato dalle altre potenze, che sviluppa un’interessante analogia rispetto al caso italiano (Domingos e Peralta, 2023). La storiografia europea, dunque, adottando un impianto metodologico di tipo comparativo (Buettner, 2016), ha dimostrato che gli ex-stati coloniali condividono “una difficoltà ad ammettere il portato di violenza, ingiustizia, diseguaglianza della propria politica di occupazione; e una tendenza, invece, a rivendicare come moderna e portatrice di progresso la propria azione” (Deplano, 2023b, p. 222). La mancanza di politiche delle memorie coloniali nazionali, a sua volta, ha trovato sostegno nell’“amnesia” esercitata dall’Unione Europea nei confronti dei crimini del colonialismo (Sierp, 2020, pp. 686-702), anche a causa della compresenza del fenomeno coloniale nella costituzione della Comunità economica europea nel 1957 (Hansen e Jonsson, 2014). Si è così agevolata la formazione di un “inconscio coloniale” (Massari, 2020, pp. 41-42) nel quale è stata confinata l’esperienza coloniale degli stati europei, che condiziona, tuttavia, fortemente l’attualità, perché costituisce parte integrante dei rapporti con i migranti.
Questa reticenza nell’assumere un atteggiamento critico verso la responsabilità morale e materiale assunta dalle potenze coloniali nei confronti del loro passato imperialistico, dunque, è comune agli Stati che oggi costituiscono l’Unione Europea (Ponzanesi e Colpani, 2016), nonostante si annoverino alcuni segnali incoraggianti, presenti soprattutto all’interno del programma di ricerca Horizon 2020. Quest’ultimo ha finanziato il progetto Echoes, volto a inserire, in seno alle narrazioni europee contemporanee, la memoria coloniale (url: projectechoes.eu). Si rende necessario, perciò, insistere su progetti analoghi, come, ad esempio Returning and Sharing Memories, condotto in ambito italo-etiopico (Bertella Farnetti, 2015), che ha incoraggiato la raccolta delle memorie private sul colonialismo italiano prodotte sia da colonizzatori che dai colonizzati con l’obiettivo di avviare una riflessione sul passato coloniale che appartiene a entrambe le comunità.
Secondo uno dei maggiori storici del colonialismo italiano, Nicola Labanca, la formazione della memoria di questo fenomeno storico può essere distinta in tre parti: la prima, compresa fra il secondo dopoguerra e gli anni Cinquanta, nella quale ad agitare la scena furono i risentimenti espressi dagli ex coloniali per la perdita dell’Oltremare; la seconda, svoltasi nei due decenni successivi, nella quale l’oblio del passato coloniale raggiunse il culmine; la terza, infine, relativa agli anni Ottanta e Novanta, nella quale si sono confrontate due tendenze opposte, l’una volta a perpetuare l’oblio, l’altra tesa, al contrario, ad assecondare i tentativi effettuati dagli storici nel cercare di fare assumere all’Italia le sue responsabilità nei processi coloniali. Quel passato non è del tutto trascorso, ossia “è ancora storia contemporanea: nel senso che esso è alla base dei problemi della società, della politica, della vita contemporanee” (Labanca, 2002, p. 13).
Un testo teatrale, intitolato Acqua di colonia, presentato a Roma nel 2016 da Elvira Frosini e Daniele Timpano, ha messo in scena la rimozione del colonialismo italiano, ponendo una serie di interrogativi al pubblico: “è successo davvero? Siamo davvero stati colonialisti? E se è anche vero, non siamo stati, dopotutto, migliori degli altri, non siamo forse ‘italiani brava gente’? E soprattutto, è qualcosa che ci riguarda? Che cosa c’entriamo noi, con quella storia? In fondo non è acqua passata?” (Boni, 2017, p. 112).
Questi quesiti sembrano associarsi a quelli posti due anni dopo da Gabriele Proglio in un articolo nel quale affrontava un excursus sulle varie interpretazioni della memoria coloniale e analizzava il concetto di rimozione all’interno del dibattito scientifico contemporaneo, che avrebbe assunto molteplici significati al punto da costruire, secondo l’autore, un archivio della memoria, che “impedirebbe di studiare a fondo e decostruire l’eredità del colonialismo nella condizione postcoloniale italiana” (Proglio, 2018, p. 113). Al termine della sua analisi, tuttavia, lo studioso provava a capovolgere i termini della questione, prendendo in esame anche l’ipotesi opposta: “è stata davvero una rimozione quella che ha riguardato il colonialismo? È possibile che un paese colonizzatore, e non colonizzato, abbia rimosso l’oltremare? Quale evento avrebbe permesso/imposto all’intera comunità immaginata italiana di dimenticare la colonia e il colonialismo? Quando questo evento si sarebbe verificato?” (ivi, p. 132).
La posizione dello scrivente ritiene che il silenzio sul colonialismo non costituisca un fenomeno “naturale”, ma avrebbe un’eziologia riconducibile, come già aveva osservato Labanca (2010), alle tensioni politiche che dal dopoguerra si allungarono sino al presente. Alcuni “trasmettitori di cultura” – manuali scolastici, enciclopedie, la mostra d’Oltremare svoltasi negli anni Cinquanta e altre produzioni culturali mai sottoposte a decostruzione – avrebbero continuato così ad assumere nell’Italia post-imperiale significati analoghi a quelli precedenti perché percepiti come neutrali (Baratieri, 2010, p. 294). Essi avrebbero prodotto un immaginario evaporato (Goldberg, 2009), il quale non è mai scomparso, ma ha continuato a costituire la “grammatica della razza” al cui interno “le sfere primarie del razzismo (la sfera istituzionale, quella ideologica e quella delle pratiche sociali) si congiungono a formare una sintassi del sentire comune” (Lombardi-Diop, 2016, p. 47).
La recrudescenza del razzismo nell’Italia repubblicana: un excursus storico
Il razzismo nella seconda metà del Novecento e nello scorcio del nuovo secolo è perdurato “attraverso l’imposizione di codici culturali ed estetici concepiti in Europa e utilizzati come strumenti di comando nei confronti di quelle comunità […] marginalizzate e rese subalterne” (Bocci et al., 2023, p. 78). La sopravvivenza di queste forme di sopraffazione ha comportato delle conseguenze pesanti sulla genesi e sviluppo dell’immaginario occidentale, che non appare ancora pienamente consapevole “della nostra collusione perlopiù ignara con diverse forme di razzismo e sessismo” (Bracci, 2024, p. 544), che appaiono dettate dall’appartenenza a una cultura contrassegnata dal patriarcato e dal suprematismo bianco, in continuità con il passato coloniale. Per questa ragione, suggeriscono Burgio e Vaccaro, è necessario che la pedagogia decoloniale assuma tratti antirazzisti “perché, nonostante l’infondatezza scientifica della parola ‘razza’, in nome della stessa si continua a discriminare” (2023, p. 52). Si rende necessario, infatti, prendere atto della persistenza di una modalità relazionale e di gestione del potere basata sulla sopravvivenza della colonialità, a dispetto della scomparsa del colonialismo inteso come fenomeno storico; quest’ultima appare caratterizzata dal possedere una matrice derivata dalla stagione dell’imperialismo, “che è europea, capitalistica, militare, bianca, cristiana, patriarcale, eterosessuale e ha nello Stato-nazione il suo centro operativo” (Borghi, 2020, p. 86). L’obiettivo, dunque, è quello di favorire nuove ricerche negli studi pedagogici capaci di produrre “consapevolezza della dimensione di colonialità in cui viviamo [e] di prestare attenzione al ruolo che – nei rapporti interculturali – giocano i razzismi, intesi come forme strumentali all’esercizio del dominio e dello sfruttamento postcoloniali” (Burgio, 2022, p. 106). Avanzano, infatti, nuove forme di razzismo, dagli aspetti spesso difficili da identificare, tra i quali quello simbolico assume in questa sede un’importanza strategica per comprendere come le memorie legate a eventi storici di lungo periodo si siano rivelate fondamentali per favorire il riemergere degli odierni razzismi. Quest’ultimi, infatti, si sviluppano a partire dalla “socializzazione etnica”, che consiste nell’assorbire, fin dall’infanzia, una serie “di sentimenti negativi nei confronti dei neri in un clima culturale e familiare caratterizzato generalmente da tradizionalismo e individualismo che in età adulta possono diventare la base di convinzioni razziste” (Lorenzini, 2018, p. 17). Negli anni del secondo dopoguerra, in mancanza di un processo di decolonizzazione della cultura italiana, si assistette a una “evaporazione della razza” (Giuliani e Lombardi-Diop, 2013, p. 123) che non impedì al razzismo, tuttavia, di ricoprire ancora un ruolo di primo piano nel “costruire o rafforzare l’identità italiana e relegare ciò che è concepito come diverso in una posizione di subalternità” (Deplano, 2016, p. 100).
A partire dagli anni Ottanta, con la trasformazione dell’Italia da Paese di emigrazione a sede di transito, ovvero permanenza da parte dei flussi migratori africani, ripresero vigore i processi autoassolutori che caratterizzarono la relazione con il passato coloniale alla fine della Seconda guerra mondiale, riassunti nello stereotipo degli italiani come “brava gente” (Del Boca, 2004), prodotto da quella che può definirsi senza indugio una “memorializzazione selettiva dell’esperienza coloniale”, insistente sul mito di “un colonialismo dal volto umano” (Fabbri, 2020, p. 312). Questo evento non si è trasformato in un “trauma culturale”, inteso come un modo di immaginare il passato – sostenuto da una parte rilevante della società – a guisa di “una minaccia per l’esistenza stessa della società o una violazione dei suoi presupposti culturali fondamentali” (Smelser, 2004, p. 38). Questo impedimento si è verificato perché, contrariamente a quanto auspicato da Macdonald, la società italiana si è dimostrata incapace di interpretare il colonialismo come tale, sottraendosi così alla sua rappresentazione reale. Solo nel 1989, del resto, si è iniziato a discutere di memoria del colonialismo (Proglio, 2018, p. 114) nel volume Le guerre coloniali del fascismo, curato da Angelo Del Boca, che raccoglieva gli atti di un convegno poi cancellato per il mancato supporto di enti privati e pubblici (1991). Nel passaggio tra i due ultimi decenni del secolo scorso il brutale omicidio del sudafricano Jerry Masslo a Villa Laterno nel 1989, rappresentò una tappa cruciale sia dal punto di vista legislativo – con l’approvazione della Legge Martelli che riconosceva agli stranieri extraeuropei sotto mandato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati lo status di rifugiato, senza alcuna limitazione geografica – che da quello relativo all’opinione pubblica nazionale, mobilitatasi per condannare l’omicidio e le dure condizioni di vita cui erano sottoposti i migranti. Razzismo e antirazzismo, dunque, divennero due poli dell’agenda pubblica italiana (Colucci, 2018). Ancora negli anni Novanta del secolo scorso, tuttavia, il progresso degli studi sull’Oltremare – avviato dall’opera monumentale di Rochat (1973) sul colonialismo italiano, la prima basata su un’ampia documentazione sino a quel momento inaccessibile agli studiosi – sino alla pubblicazione dell’articolo di Del Boca, che verteva sull’incapacità dello Stato repubblicano di intervenire efficacemente nei contesti ex-coloniali per via di una mancata riflessione sul suo passato coloniale (1998), appariva contrassegnato da due esiti. Per un verso, infatti, aveva iniziato a ricostuire i crimini commessi nell’Oltremare; per un altro, tuttavia, aveva riscontrato meno successo nell’“influire sul modo in cui le istituzioni e la società italiana si ponevano di fronte al passato coloniale della nazione, alla sua memoria, alle sue eredità e alle sue implicazioni politiche nel presente repubblicano” (Deplano, 2022, p. 147). Questo deficit perdura anche nel nuovo secolo: Mellino, infatti, lamentava come, ad eccezione di qualche discussione isolata, non fosse ancora stato avviato un serio dibattito pubblico sulla memoria coloniale italiana. A peggiorare un quadro di per sé già deficitario, inoltre, l’autore osservava che le ricerche storiche critiche condotte sui crimini coloniali italiani sono state oggetto di pesanti attacchi ogniqualvolta hanno cercato di uscire dall’accademia (Mellino, 2006, p. 466). Queste pubblicazioni, tuttavia, è opportuno ricordare, avevano avuto il pregio di rendere credibile la tesi secondo cui “l’identità razziale degli italiani vada definendosi in parallelo con quella nazionale, e come il colonialismo contribuisca alla costruzione narrativa della nerezza come alterità e della bianchezza come simbolo di italianità” (Deplano, 2023a, p. 222).
Conclusioni: sanare una duplice ignoranza
In seno a uno spazio pubblico della memoria europea coloniale lacunoso non sorprende che il caso italiano mostri una situazione particolarmente complessa, gravata da quella che potrebbe definirsi una duplice ignoranza, rivolta, per un verso, alla mancata conoscenza della storia dell’Oltremare negli anni dell’istruzione scolastica (Rovinello, 2020; Elia, 2022) e, per un altro, invece, orientata a misconoscere le origini e le perniciose conseguenze di un linguaggio politico odierno che nell’esperienza coloniale affonda le sue tristi radici. Sotto questo aspetto sembra opportuno avviare, nei contesti di apprendimento formale, una prospettiva decostruttiva, per acquisire “nuove formae mentis pedagogiche” che mettano in crisi atteggiamenti educativi che si accompagnano a “visioni etnocentriche o collaterali a sentimenti e idee di tipo razzista” (Vaccarelli, 2019, pp. 27-28), a loro volta fondamentali nel condizionare, in una direzione infausta, gli esiti dei processi formativi.
Non può essere ignorata, dunque, la necessità di “studiare programmi di didattica della Storia che rappresentino al meglio i complessi retaggi” dell’epoca coloniale (Fiamingo, 2019, p. 320). In questo modo sarebbe possibile maturare soluzioni nuove nell’insegnamento del colonialismo che uniscano l’approfondimento della decolonizzazione ai processi del colonialismo, facendo emergere “come questo enorme ‘fardello’ ottocentesco, il dominio dell’uomo bianco, si sia sfarinato dentro la storia del nostro secolo producendo un esito drammatico” (De Bernardi, 2023, p. 160). Tuttavia non deve essere tralasciata la sfera della comunicazione pubblica, sulla quale sarà necessario investire gli sforzi della comunità accademica. La sfida raccolta dalla Public history of education è, sotto questo aspetto, particolarmente ambiziosa: si tratta, infatti, di supportare la Public pedagogy (Habermas, 1971) nel confrontarsi “con la fine dell’età delle Nazioni e con la critica di narrazioni basate su fattori storico-linguistici, religiosi, etnici, e in molti casi anche razzisti, che l’opinione pubblica ha rimesso in discussione” (Tognon, 2019, p. 26). Non appare sufficiente, dunque, “definire cosa sia la nostra Memoria nazionale, in assenza di approfondimento storico” (Bravi, 2019, p. 196): bisogna indagare, al contrario, sui meccanismi che la generano e che sono parte integrante di un dibattito formativo ed educativo che non può ignorare le problematicità insite nel fronteggiare il difficult heritage.
Questa eredità costituisce la fonte della narrazione di memorie coloniali divergenti, che appaiono sdoganate, nelle frange nostalgiche, da una percezione mutata degli eventi drammatici che condussero all’epilogo della dittatura fascista, un tempo considerati, invece, “parte dell’autobiografia collettiva della Nazione” (Noiret, 2013, p. 315). L’educazione sociale antirazzista, intesa come “un sapere pratico e critico-riflessivo che mira a combattere il razzismo” (Buraschi e Aguilar-Idáñez, 2024, p. 138) necessita di una riflessione approfondita sul ruolo della memoria come un patrimonio complesso e difficile da esaminare al quale, tuttavia, non è possibile rinunciare e che non può astenersi, come aveva già compreso Labanca negli anni Novanta, dal conoscere i luoghi legati all’esperienza d’Oltremare (1996). Un’elaborazione critica della memoria, dunque, deve aiutarci, anziché ostacolarci nel maturare una nuova prospettiva critica nei confronti dell’Altro da sé. L’obiettivo è quello di sviluppare una memoria autocritica (Grande, 2010) riconoscendo la memoria dei popoli che furono oggetto delle politiche coloniali, criticando gli stereotipi di razza di lunga durata e prendendo coscienza dei crimini commessi nelle colonie africane. La realizzazione di questo obiettivo comporterà ragionare in termini di “deprovincializzazione” dell’Italia, intesa, secondo Mellino, come una “migliore messa a fuoco dei rapporti di interpenetrazione storica tra l’espansione globale del capitalismo coloniale imperiale moderno […] e la storia economica e culturale dell’Italia moderna” (Mellino, 2012, p. 120). Agli effetti imposti dalla de-commemorazione (Gensburger e Wüstenberg, 2023), che si verificano quando una specifica società – interessata da profondi cambiamenti politici e culturali – inscena nuove politiche della memoria allineatesi con le rinnovate narrazioni storiche, riscrivendo, ad esempio, l’odonomastica urbana, andrebbero contrapposti una serie di ricerche di Public history. Queste ultime avrebbero l’obiettivo di mostrare le polemiche che l’attribuzione di un odonimo solleva nel tempo presente “facendo interagire le fonti d’archivio e digitali con i conflitti interpretativi legati ai mutevoli sentimenti politici e civili” (Ridolfi, 2024, p. 333).
Un dato sembra emergere con prepotenza dall’analisi della letteratura scientifica: “disimparare il colonialismo e il razzismo non è un compito facile o che si può realizzare in breve tempo […] esso è un lungo processo collettivo, qualcosa che si fa tutti/e insieme” (Carbone, 2023, p. 168). Una narrazione storica del colonialismo per risultare credibile – e su questo punto sembrano concordare le tesi di Macdonald e di Deplano – “deve essere necessariamente complessa, e includere anche elementi scomodi” (Deplano, 2023b, p. 236). Un approccio critico nei confronti del difficult heritage richiede che esso non sia depoliticizzato, perché comporterebbe per l’opinione pubblica la perdita della memoria relativa alla cornice storico-politico nella quale ha tratto origine e, di conseguenza, il significato connesso alla ragione della sua esistenza (Ben-Ghiat, 2017). Le dispute sulle memorie coloniali sono parte di un processo più ampio, al cui interno la posta in gioco non riguarda esclusivamente il presente nel quale queste memorie sono attive e il passato cui fanno riferimento, ma anche “la costruzione-immaginazione politica del futuro” (Mellino, 2023, p. 52).
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L’autore
Domenico Francesco Antonio Elia (PhD) è professore associato in Storia della pedagogia (Paed/01-B) presso il Dipartimento di ricerca e innovazione umanistica dell’Università di Bari “Aldo Moro”. È autore di monografie e di articoli pubblicati su riviste nazionali e internazionali sul processo di nation-building nei quali approfondisce la costruzione dello snodo identitario basato sul rapporto tra elemento nazionale e alterità extra-europea e la storia della ginnastica scolastica nell’Ottocento. Nel 2025 ha ricevuto il premio Siped per la monografia Educazione all’Oltremare. Rappresentazioni del colonialismo nei contesti educativi informali (2023).