Letteratura per l'infanzia

Ti darò il sole. Un libro per costruire traballanti piramidi umane | I will give you the sun. A book to build rickety human pyramids

di

PDF

È un libro sul riconoscimento Ti darò il sole di Jandy Nelson (Rizzoli), un libro che non ha paura di far luce sulle contraddizioni della famiglia, tra non detti, gelosie, esclusioni, rimorsi e pentimenti, in cui ognuno diventa “una palla da demolizione” per l’altro.

In 485 pagine, che scorrono via d’un fiato, la vicenda è raccontata a due voci e in due tempi: l’io narrante è a capitoli alterni quello di Noah e quello di Jude, fratelli gemelli, che nella storia vanno avanti e tornano indietro muovendosi tra i loro 13 e 16 anni.

Lui è chiuso, solitario, più portato a disegnare il mondo che a viverlo, innamorato di Brian, un ragazzo poco più grande, che colleziona meteoriti e va in giro con l’aria sicura e un rastrello magnetico. Ha un rapporto esclusivo con la mamma, che condivide con lui la passione per l’arte; difficile con il padre che sembra rifiutare la sua omosessualità ancora non dichiarata, ma forse già intuita. È destinato a frequentare la CSA, California School of Arts: visita i musei, prepara il portfolio per l’ammissione, incoraggiato dalla madre che sostiene ed esalta il suo talento.

Lei è solare, rivoluzionaria, capelli al vento, labbra rosse, miniabiti che cuce da sé, tacchi alti. Fa il surf, esce con le amiche, bacia moltissimi ragazzi, sembra perfettamente integrata. La madre, però, le chiede sempre se vuol davvero essere “quella ragazza”, un termine di paragone indefinito che racchiude tutto un mondo e pure una certa disapprovazione: essere facile, poco seria, tutta apparenze e poca dote?

Tutto cambia quando la madre muore in un incidente stradale, una mattina come un’altra, quando tutti sono convinti – e nemmeno se lo dicono, tanto è naturale – che ci sia ancora tempo, per aggiustare i rapporti rotti, per dirsi le cose taciute, per fare pace, per un “ti voglio bene ” impigliato dentro.

“Come può una persona morire mentre sei in rotta con lei? Quando sei intrappolato nell’odio che provi nei suoi confronti? Quando fra voi non c’è più nulla che funzioni?” (p. 225).

La domanda se la pone Jude, ma potrebbe farsela qualsiasi altro personaggio della storia, perché nelle vicende di carta, come in quelle della vita di tutti i giorni, c’è sempre qualcuno che non ha detto qualcosa, che ha perso l’attimo, che ha rinviato ad altro tempo, un tempo che all’improvviso s’inceppa. E ogni cosa si trasforma: la vita interiore prende il sopravvento e occupa per intero lo spazio. Si indossano “vestiti ignifughi”, si prova a diventare trasparenti, sacchi di patate informi, pensieri al posto delle parole, fantasmi e disegni invece dei rapporti con l’esterno, saracinesche sbattute in faccia all’imprevisto. Una pausa eterna che ovatta tutto. Così, i rapporti padre-figlio, madre-figlia, fratello-sorella si alimentano di immaginazione, spettri, pregiudizi, rinunciando per sempre al confronto.

Fino a quando qualcosa accade, il meccanismo si rimette in modo, in un intreccio pieno di personaggi originalissimi, di poesia che s’infila senza mai essere ruffiana, di un pensiero magico che mette il buonumore quando appare negli strampalati rimedi della nonna Sweetwine defunta, che ha lasciato una specie di bibbia, con tutte le sue trovate casalinghe per scacciare la malasorte.

È un libro che parla diversi linguaggi, fra conversazioni interiori e dialoghi, ma anche attraverso trovate narrative che movimentano il racconto. Noah, per esempio, dà nomi assai eloquenti ai suoi autoritratti: Il ragazzo dentro il ragazzo smette di respirare; Ragazzo cade via dal mondo.

C’è poi l’arte che attraversa l’intero romanzo, senza sbavature, ma intessuta nella trama, fino all’immagine del bacio di Brâncuși, che li vedi proprio quei due lì, così stretti che quasi si fondono in una cosa sola. È un libro che farebbe bene alle madri e ai padri, oltre che ai figli: il mercato colloca questi romanzi negli scaffali young adult, per giovani adulti, ma andrebbero consigliati all’intera famiglia, per approfondire – protetti dalle trame di una storia – le dinamiche sempre in divenire dei legami familiari.

Ognuno li vorrebbe chiari, delineati, fermi e sicuri, ma nulla è più instabile dei rapporti tra parenti, proprio per l’alta emotività che si portano appresso.

“Com’è possibile che tutto ciò che pensavo della nostra famiglia continui a cambiare? Perché le squadre si sono invertite?” (p. 371).

Ma è proprio nel momento in cui si rinuncia a una visione unidimensionale e monocorde dei genitori che davvero si cresce. Succede così anche ai due protagonisti del romanzo che si ritrovano e ritrovano se stessi proprio quando accolgono la madre e il padre in tutta la loro umanità, sbagli inclusi, oltre il ruolo genitoriale. Solo allora si può comprendere l’innamoramento di una madre per un altro uomo, e si può persino gioire per lei. Si arriva a condividere il diritto di un genitore ad essere felice, la saggezza che c’è sempre in chi ha il coraggio di innamorarsi e di vivere appieno.

“Una delle ultime cose che mi ha detto è stata che non si può vivere in una bugia. E che dovevo essere fedele al mio cuore” (p. 545).

È un libro sulla sincerità dei sentimenti, sull’audacia di viverli fino in fondo, siano quelli del figlio omosessuale o della madre che perde il sonno per Guillermo, scultore che dalla pietra estrae emozioni e sogni. È anche una storia in cui la vita vince sulla morte, gli affetti sopravvivono alla tomba, perché i ricordi portano indietro e avanti ogni storia, nutrendola ancora per dar luogo a nuove geografie dei sentimenti.

“Le persone, mi dico, muoiono, ma la tua relazione con loro no. Quella continua, e non smette mai di trasformarsi”.

E allora si comincia davvero a vivere, forse, quando rinunciamo, noi per primi, ad essere una cosa sola, a prendere una posizione di sola andata, senza mettere mai nel conto la possibilità di tornare indietro, di accettare – come scopre ad un certo punto Jude – che “una persona è fatta di tante persone. Forse continuiamo per tutto il tempo ad accumulare diverse personalità”.

E allora ognuno sale sulla propria “traballante piramide umana”, sapendo di potersi scomporre e ricomporre, intrecciarsi in modi nuovi con gli altri, con se stesso e pure con i propri ricordi, per perdonare e perdonarsi i silenzi, i rancori, i rinvii che poi sono diventati eterni.

Alla fine, magari, si può trovare anche una risposta, ciascuno a modo suo, alla domanda-tormentone che attraversa tutto il libro, dall’inizio alla fine. A farla è il pappagallo del vicino: “Dove diavolo è Ralph? Dove diavolo è Ralph?”.

Forse, ma è soltanto una delle risposte possibili, Ralph è ovunque si rimpicciolisca il proprio io. S’incontra sempre quando ci si libera dalle prigioni della propria solitudine, che talvolta mette al riparo dal dolore e dall’imprevisto, ma sempre preclude l’incontro e la possibilità di creare un mondo nuovo.

J. Nelson, Ti darò il sole, traduzione di Lia Celi, Rizzoli, Milano 2016. L’autrice, che per tredici anni ha lavorato come agente letterario, è ora impegnata nella stesura del suo terzo romanzo.

Ti darò il sole, che in Italia è uscito a maggio 2016, ha vinto il Michael L. Printz Award, il premio assegnato dai bibliotecari americani al miglior romanzo per Giovani Adulti dell’anno. È in concorso, insieme ad altri quattro titoli, al Premio Mare di Libri, collegato all’omonimo Festival dei ragazzi che leggono, in programma a Rimini dal 16 al 18 giugno 2017.

Mara Mundi. Mara Mundi, laureata in Scienze pedagogiche e della progettazione educativa presso l’Università degli Studi di Foggia, è giornalista pubblicista. Ha collaborato con testate nazionali e locali, occupandosi prevalentemente di temi sociali. Con Aracne ha pubblicato Angela Nanetti, artigiana di parole (2013) e Mi chiamo Danilo e faccio domande. L'attualità del progetto educativo di Dolci (2016).