Tutte le bugie su Cuba | All the lies about Cuba
Sono veramente allarmanti le notizie che circolano nei giornali e nei maggiori organi di informazione di questo Paese.
La storia lo assolverà… assolverà Fidel? Io non sono la storia e non so giudicare un uomo. Ma dei fatti storici vanno analizzati.
Nell’articolo del Corriere della Sera, datato 28 novembre 2016 il giornalista scrive:
Eppure nessun canale informativo di regime racconta come è morto, dove è successo o chi c’era fra i suoi cari alla cremazione, a poche ore dalla morte. Nessuno chiede, nessuno spiega. La normalità di un regime.
Bene, che un uomo malato da tempo muoia a 90 anni potevamo aspettarcelo un po’ tutti. Non c’è bisogno da parte di questo giornalista “libero” di fare una certa “dietrologia” all’italiana. Fidel è morto perché era malato e ai cubani, che sono un popolo intelligente, poco interessa dei dettagli da romanzo nero che gli organi di comunicazione italiani si divertono a spargere trasformando la narrazione dei fatti in un rotocalco di basso livello. Bisogna effettivamente ed affettivamente nominare chi c’era dei suoi cari? È una notizia rivelante che il tremendo regime cubano vuole oscurare per misteriose ragioni?
Continua lo stesso giornalista, riferendosi ad una conversazione con un tassista: “Fidelisti come Rognit sono attesi a migliaia oggi e domani per l’ultimo omaggio sulla piazza”. Bene, anche qui siamo in presenza di una categoria all’italiana. Bisognerebbe spiegare al giornalista che categorie come renziani, bersaniani, berlusconiani non sono applicabili a Cuba non perché ci sia stato un uomo solo al comando, ma perché esistono categorie di pensiero politico e di analisi che sono collettive, e più degne perché non si riferiscono a singole persone: socialista, ad esempio. Non esistono fideliani. Molti amici che ho a Cuba a con cui collaboro via università sono socialisti e sono stati molto critici con Fidel Castro in tempi non sospetti. A noi lettori non interessa chi sia fidelista o no, perché a Cuba non vuol dire nulla. Sarebbe certamente più interessante una analisi storica fatta a partire dalla storia di quel Paese, dalla sua collocazione in America Latina e nel mondo, dalla complessità storica mondiale della Guerra Fredda, che ha caratterizzato la vita politica del Novecento e la influenza fino ad oggi e certamente anche dalla sue profonde contraddizioni che in parte, ma non del tutto, si riferiscono alla storia di Fidel Castro. Sono contraddizioni di idee, di processi storici, delle alleanze internazionali di Cuba: una socialista eretica alleata al blocco di potere sovietico nella seconda metà del Novecento.
Nello stesso articolo, ma non soltanto in questo, la morte di Fidel è continuamente descritta come una liberazione da tutti i mali della dittatura, del regime, come se le scelte di Cuba adesso dipendessero dalla sua morte. Niente di più falso. Una interpretazione a dir poco superficiale. Fidel Castro già non era nelle condizioni di determinare la politica cubana da molti anni e da questo punto di vista, la sua morte non cambierà nulla. Andrebbe anche detto che, per quanto limitati, esistono degli organi decisionali e legislativi a Cuba come i consigli popolari. Quando sono stato a Cuba e ho posto le stesse critiche, come sul fatto che non si vota dalla rivoluzione del ’59, mi hanno invitato a partecipare ad uno dei consigli popolari che analizzano questioni relative al quartiere, se ne prendono cura, cercano soluzioni e votano. Certo, non è la democrazia. Non basta alla democrazia, ma nessuno ne parla. Vivo a Rio de Janeiro da 8 anni. Continuamente vedo scene di miseria umana. Bambini e ragazzini abbandonati nelle strade e alle droghe, violenza urbana quotidiana, narcotraffico, polizia militare in assetto di guerra e con le armi spianate fuori dai finestrini delle macchine. Un senso di insicurezza, di violenza tremenda a tutti i livelli. Le popolazioni indigene espropriate e spinte nelle periferie. Un razzismo violentissimo. Una diseguaglianza spaventosa. Le favelas e le periferie dimenticate dallo Stato che se ne ricorda solo quando ci manda l’esercito per occuparle e liberarle apparentemente dal traffico di droga. Apparentemente, perché tutti sanno che ampi settori della polizia brasiliana sono corrotti e che entrano a fare affari con lo stesso narcotraffico. Il resto della cronaca quotidiana racconta di incendi, assassini, inseguimenti, traffico di armi, scontri, litigi. Una guerra urbana. Volendo riferirci alla nostra Italia, certamente la situazione è meno allarmante di Rio de Janeiro, ma assistiamo tutti i giorni a casi di mala sanità, violenza sulle donne, bullismo a scuola, cyberbullismo, espulsioni di immigrati, immigrati che vengono – salvo rari casi di accoglienza – respinti dalla stessa popolazione, spesso subiscono violenza, a volte perfino assassinati per ragioni di razzismo. Assistiamo inermi ad una tragedia collettiva quotidiana nel canale di Sicilia. E ancora, a rischio di attentati, violenza degli stadi, un ragazzo che perde la vita perché tifa per il Napoli e non per la Roma. Un altro che viene accoltellato perché tifa per la Roma e non per il Napoli. Violenze più silenziose frutto e radici di questi scenari. Egoismo, indifferenza, precarietà, dipendenza dai mass media. Vuoto esistenziale. Mode che passano il giorno dopo e a cui bisogna continuamente adattarsi. Bene, tutto questo a Cuba non c’è. Non c’è violenza urbana, non c’è violenza sulle donne, non c’è violenza nelle scuole, non c’è un mercato di droghe, non c’è analfabetismo, non c’è il “Grande Fratello”, non c’è la Mediaset, non c’è la droga del pallone, non ci sono disastri ambientali, non c’è odio e rabbia. Direte, sì ma non c’è democrazia. E va bene non c’è democrazia. Cos’è allora la democrazia?
È onesto raccontare Cuba come se fosse la Corea del Nord? Quali parametri storici si utilizzano? Sarebbe giusto riferirsi anche alle scuole di medicina tra le migliori al mondo, gratuite per tutti, e alla coscienza sociale, ambientale, politica, fisica, sportiva? Si può dire che, oltre a Paesi del mondo occidentale, come il nostro, dove la malasanità è all’ordine del giorno e fa morte e disperazione, esiste un Paese povero, un’isola dove la sanità è di alta qualità ed è un diritto per tutti? Si può ricordare anche che quest’isola è povera perché gli Stati Uniti e tutti gli alleati della NATO le hanno imposto un atroce embargo per condannarla ad una morte lenta a cui Cuba non si è mai arresa? Si può spiegare in cosa consiste l’embargo e l’impedimento per Cuba a commerciare con gli Stati Uniti e i suoi partner, ovvero il resto del mondo? Cuba è un’isola, povera di materie prime, con difficoltà commerciali e il peso di un embargo da più di mezzo secolo. Questo conterà qualcosa per la povertà di alimenti, la mancanza di risorse, o la sofferenza del popolo cubano è solo Fidel Castro?
Si può menzionare che mentre il resto del mondo celebra personaggi mediatici, del “Grande Fratello”, vive il mito dei famosi, si rimbecillisce con i talent show, si diverte da matti con le imitazioni dei famosi, esiste un’isola che invece di celebrare i famosi, celebra uomini di straordinario valore umano, come Jose Martí e Che Guevara?
Certo, le contraddizioni le vediamo anche noi. Non ci sfugge che i Cubani hanno avuto molte restrizioni, spesso insopportabili. Che non ci sia in effetti libertà economica. Che ci siano due economie parallele, per gli stranieri e per i cubani.
Ad esempio, quando presi il taxi dall’areoporto di La Havana per recarmi a casa dei miei colleghi dell’Università di La Havana, pagai 20 dollari. Mi resi conto che un cubano non poteva permetterselo, poi ho visto che trova delle forme solidali, come i taxi collettivi e si sopravvive. Molti a Cuba hanno effettivamente amici o parenti a Miami. Alcuni dei quali sono figli di rivoluzionari, ma non ce la fanno a vivere. O non ci credono più. Vanno via. È umano. Sicuramente una fragilità del sistema politico cubano che non ha saputo governare questa condizione, ma anche un drammatico effetto dell’embargo. Pochi sanno, però, che gli Stati Uniti creano condizioni molto vantaggiose per gli immigrati cubani che vanno da un ticket alimentazione, ad un permesso di soggiorno permanente che possono ottenere in poco tempo, al contrario di altri immigrati a cui non danno un permesso di soggiorno per la vita intera. Sembra chiaro che ci sia un interesse diverso per gli immigrati cubani rispetto ai messicani, ad esempio, che vogliono allontanare con la costruzione di un muro, cavallo di battaglia della vittoria elettorale di Donald Trump.
Così Cuba è espressione di contraddizioni mondiali. Di un conflitto tra socialismo e capitalismo, che è crollato perché il socialismo storicamente ha perso le sue tracce, non si è realizzato come si pensava e il capitalismo domina il mondo. Ma Cuba resiste e continua a vivere questo conflitto. Magari non al passo con la storia, penseranno in molti. Però spesso è anche un conflitto interiore, tra il consumare, il seguire le mode, la ricerca del guadagno ed una vita più semplice, umana, solidale. Che a noi manca come l’acqua.
Per cui non spetta a noi giudicare. Non spetta a giornalisti dare giudizi approssimativi non perché possano in qualche modo falsare la memoria di Fidel Castro, senz’altro figura storica contraddittoria. Ma perché si offende la coscienza di un popolo cubano che, piaccia o no, ha fatto la storia. Sarà questo popolo ad assolvere Fidel Castro, o no. A noi spetta raccontare la storia con onestà. Altrimenti, non è credibile che i giornali di regime siano a Cuba e non in Italia. La storia ci assolverà?
Paolo Vittoria. Nato nel 1976 a Napoli, dove ha svolto un dottorato di ricerca di pedagogia, è professore di Filosofia dell’Educazione e Educazione Popolare e Movimenti Sociali all’Università Federale di Rio de Janeiro. È studioso di Paulo Freire e dell’Educazione Popolare. Il suo primo libro, Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo (Carlo Delfino, Sassari 2008) è stato tradotto in romeno (Edutura Didactica si Pedagogia, Bucarest, 2010) e portoghese (Editora Ufrj, Rio de Janeiro, 2011). Con Antonio Vigilante ha scritto Pedagogie della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci (Edizioni del Rosone, Foggia 2011), tradotto in portoghese.