Una storia dell’antimafia fra attivismo e cultura di massa

Istituto Gramsci Siciliano, "La memoria e l'impegno. Mostra del Comitato dei lenzuoli (1992-1994)". Altre immagini della mostra curata dall'Istituto, che del Comitato custodisce ampia documentazione, sono distribuite nel testo.

Divenuta un sostantivo in tempi più recenti di quanto comunemente si pensi, la parola “antimafia” ha designato un campo politico e culturale specifico a cavallo del XXI secolo. In effetti, al di là degli antecedenti su cui talvolta si proiettano retrospettivamente i valori e le parole d’ordine del movimento (che siano le lotte per la terra delle organizzazioni contadine o le intuizioni di un precursore come Danilo Dolci), solo da fine Novecento è possibile individuare l’antimafia come un fenomeno in grado di influenzare la storia politica italiana per i suoi caratteri peculiari; caratteri che Matteo Di Figlia prende in esame in Bandiere e lenzuoli. La nascita dell’antimafia, la politica, le memorie (Donzelli, 2025).

Questa ricostruzione ha fra i suoi punti di forza uno sguardo bifocale. In parte segue l’intreccio dei percorsi di militanza da cui sono emersi un ceto politico nuovo e un’inedita geografia di aggregazioni e sigle. Soprattutto, si sofferma sui processi d’invenzione di una memoria pubblica: il riconoscimento tributato nel tempo ai caduti della lotta alla criminalità organizzata e alle vittime della violenza mafiosa costituisce una delle tracce più leggibili del percorso di costruzione di moduli espressivi che fanno dell’antimafia una risorsa simbolica ulteriore rispetto alla mobilitazione che la genera e adatta ad essere gradualmente assunta nella sfera dei consumi culturali di massa. Fra le forme di azione collettiva single issue che caratterizzano l’ultimo quarto del Novecento, la mobilitazione contro le mafie è uno dei contenitori più versatili: vi confluiscono eredi della stagione dei movimenti, segmenti critici dell'establishment locale e personalità delle istituzioni, istanze democratiche radicali o legalitarie, attori sociali compositi e sensibilità politiche eterogenee. Anche se la sua forma matura in tempi relativamente rapidi, il codice politico-linguistico grazie al quale questi soggetti possono intendersi e autorappresentarsi di fronte all'opinione pubblica non è qualcosa di artificioso come un esperanto o di acquisito come una lingua veicolare. Fa parte, ed è fra i pregi di questo libro tenerlo presente e renderlo evidente senza uscire dai propri argini, di una più profonda ristrutturazione cognitiva dello spazio politico che in quegli anni andava al di là della diade mafia-antimafia. La scelta del campo d’indagine da circoscrivere risulta remunerativa per la sua densità, ma anche perché osservare come si evolve un calendario di eventi tragici e scadenze memoriali aiuta a rendere leggibile nel tempo questa semiogenesi.

Entrando in risonanza con una stagione di studi che ha indagato la costruzione della memoria pubblica come oggetto storiografico sfaccettato e facendo sintesi di precedenti percorsi di ricerca dell'autore, il libro individua il quindicennio che precede le stragi del 1992 come teatro della rielaborazione traumatica di una violenza che in Sicilia e altrove si manifestò con caratteri di spettacolarità ma anche di prossimità, rispetto ai segmenti di popolazione che si decisero a mobilitarsi e all’opinione pubblica. L’antimafia sorta negli anni Ottanta fu certo espressione di una borghesia che da Palermo e da altre città del Sud colse opportunità di azione e di autorappresentazione, anche su una scena più ampia di quella locale. Ma l’occasione di riformulare un lessico per parlare della mafia e del suo contrario corrispose al bisogno più generale di mettere a tema possibili soluzioni per la lunga crisi politica italiana e, nel far leva sulla memoria delle vittime, si sintonizzò con una più generale tendenza del discorso pubblico, come fu più chiaro dopo il 1992.

La ricostruzione segue anche, si accennava, percorsi associativi e traiettorie di impegno politico orientate a sinistra in nome dell’antimafia, ritagliando uno spaccato di storia di classe dirigente a partire dall’intreccio fra i percorsi di Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava e Leoluca Orlando (è un capitolo breve ma piuttosto nodale) e spingendosi fino alla mobilitazione attorno alla candidatura di Rita Borsellino alle elezioni regionali del 2006.

Uno dei fili che legano diacronicamente l’ordito fra i campi tematici del libro è l’individuazione come caso studio della memoria di Giuseppe Impastato, a partire dalle origini del centro di documentazione a lui intitolato. L’iniziativa politica e culturale animata da Anna Puglisi e Umberto Santino prendeva forma nell’alveo della Nuova sinistra; la scelta di investire sulla storia di Impastato non aveva nulla a che fare con le forme di culto della vittima che si sarebbero affermate poi ma era conforme alla lettura – e all’autolettura storica di una componente dell’antimafia che costruiva una genealogia risalente alle lotte bracciantili e si lasciava anche sollecitare da una tradizione di studi mossa dall’interesse per l’inchiesta nel mondo subalterno. Da questa posizione avrebbe esercitato uno sguardo critico sulle trasformazioni del fronte antimafia e anche sul decorso masscult dei suoi simboli: sulla “trasformazione della memoria in oggetto di consumo, e [...] la traslitterazione del pop di spazi semantici articolati attorno alla figura della vittima”, come l’autore annota proprio con riferimento a certi esiti della narrativa su Impastato. La polarizzazione colta nell’analizzare luoghi della memoria che richiamano, gli uni, “la lotta di classe e la ricerca storica”, gli altri “la legalità e il dovere della memoria” (p. 60) non delinea due campi in competizione fra loro ma probabilmente l’avvicendarsi di una stagione del tutto nuova. Conoscendone l’esito, si legge con particolare interesse la disamina della breve fase in cui, fra un anniversario e l’altro, negli anni Ottanta memorie di parte e martirologi di partito si fecero strada per un po', prima che il ricordo dei caduti della lotta alla mafia e delle vittime della violenza mafiosa coagulasse un linguaggio molto diverso, con orientamento trasversale quando non antipartitico, adatto ad espressioni della società civile organizzata propense a dichiarare alleanze con le componenti reputate sane delle istituzioni politiche, della magistratura e delle forze dell’ordine. Il penultimo capitolo riprende poi il filo con un’analisi in chiave di Public History de I cento passi di Marco Tullio Giordana (2000) come punto di svolta della filmografia su mafia e antimafia, in grado di rilanciare capillarmente la memoria di Giuseppe Impastato e, in una certa misura, di sovrascrivere quella coltivata fino ad allora.

La componente giovanile dalla mobilitazione antimafia è uno dei nodi storiografici più interessanti accennati dal libro. L’antimafia non sembra appartenere all’orizzonte delle controculture giovanili degli anni Ottanta, né la partecipazione giovanile alla mobilitazione ha lasciato fonti riconducibili a un’iniziativa propria. D’altra parte forte è stata l’enfasi delle cronache contemporanee sulla presenza di ragazzi e ragazze a manifestazioni e ricorrenze. Sia quando l'iniziativa propria (o di insegnanti e adulti sensibili quando, all'inizio, erano pochi) configurava uno spazio di relativa autonomia, sia quando essi vennero più routinariamente convocati dalla scuola o da altre istituzioni all’ascolto di autorità e testimoni antimafia, c'è inoltre da chiedersi quanto i giovani finissero per contribuire al rituale partecipativo con ruoli piuttosto convenzionali. Ci mise del suo la forza della ripresa televisiva che fu caratteristico medium (e attore in campo) di quella stagione e non mancava di mettere al centro volti e voci dei giovani nel loro sostegno alle istituzioni contro la criminalità e la corruzione. L’ipotesi di un altro Sessantotto, o di un secondo tempo siciliano e meridionale della stagione dei movimenti, è suggestiva ma c’è il rischio si tratti di una proiezione altrui, mentre fra l’altro incombeva la mobilitazione della Pantera (dicembre 1989) che ebbe un apporto significativo dagli studenti dell’Università di Palermo ma, secondo l’autore (p. 97), aveva già uno sguardo rivolto alla contestazione dell’università neoliberista, non riducibile a una reviviscenza sessantottesca in chiave antimafia.

L'autore

Vincenzo Schirripa insegna Storia dell’educazione e della scuola all’università LUMSA di Palermo e fa parte della Comunità di ricerca “Educazione Aperta”. Fra i suoi lavori più recenti: Insegnare ai bambini. Una storia della formazione di maestre e maestri in Italia, Carocci, Roma 2022.

Le immagini si riferiscono all'iniziativa dell'Istituto Gramsci Siciliano La memoria e l'impegno. Mostra del Comitato dei lenzuoli (1992-1994), proposta in occasione del trentennale delle stragi. L'allestimento del 2025 rende fruibile un nuovo gruppo di lenzuoli conservato da Gabriella Saladino e donato da Giulia Barbera, che si aggiunge ai materiali del Comitato già versati presso l'archivio dell'Istituto.