Considerazioni educative sulla fobia del momento: i maranza

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Ho deciso di scrivere il mio primo contributo per questa sezione a fine novembre 2025 sull’onda di due episodi emotivi che erano avvenuti. Entrambi avevano come protagonisti persone giovani, adolescenti nate o cresciute in Italia da genitori con back ground migratorio. Mi avevano fatta riflette sui processi di criminalizzazione delle giovani generazioni, delle sottoculture e delle comunità marginalizzate. Esplorerò la costruzione dell’immaginario maranza, partendo da un commento di un libro interessante recentemente uscito intitolato La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, scritto da Gabriel Seroussi (2025). Come il saggio, questo mio commento è sia dialogo, sia un’eco e vuole dar voce ad un problema di etichettamento socio-culturale che considero molto pericoloso.

La fobia del momento: i maranza

A fine novembre 2025 stavo leggendo il libri di Seroussi, mentre scrollavo la mia home di Instagram, quando su alcune pagine è rimbalzata la notizia di un post della Lega.

Il post annunciava il nuovo disegno di legge “anti-maranza”, dicendo:

Maranza e baby gang a Milano non sono una serie TV, ma un problema reale ⦏…⦐ La Lega risponde con la legge anti-maranza: più controlli, rispetto delle regole e tolleranza zero.

L’annuncio era affiancato da un’accattivante, ma spettrale grafica che richiamava la serie televisiva statunitense ideata dai Duffer Brothers, distribuita da Netflix, Stranger Things. Milano era diventata l'oscuro e tossico Sottosopra. "Regno extradimensionale" della serie popolato da mostri e liane organiche.

Chi erano le creature mostruose dell’immaginaria Hawkins rappresentate nel post della Lega? I maranza: dei reietti dell’altro mondo. Ma quali soggettività che sono identificate come maranza?

Seroussi, che si occupa di sottoculture giovani, di rap e di comunità marginalizzate lo spiega bene. Il titolo, molto evocativo, prende il nome da una scritta comparsa su nel 1914 su un muro nei pressi della metro Missori a Milano. Il libro si apre con una prefazione del poliedrico street artist italo-egiziano Mosa One; si sviluppa poi in interviste a rapper e testimonianze dirette che si intrecciano ad un’analisi giornalistica interessante e accurata del fenomeno dei maranza. Il volume non è, però, solo indagine sociologica e psicosociale, ma anche racconto intimo di rapporti amicali, professionali ed esempio di contro-narrazione critica, come il capitolo con Ariam Tekle, oppure quello con il contributo del Centro Sociale Cantiere. Il che lo rende fluttuante, genuino, piacevole e accessibile anche ad un pubblico non accademico.

Seroussi parte dall’origine del termine, ne analizza l’evoluzione semantica, la sua risemantizzazione negativa prima e poi la sua riappropriazione linguistica e mostra il ruolo dei social in particolare dei video di TikTok, rilanciati dai media tradizionali, durante la Pandemia nel costruire il fenomeno, nonché immaginario sociale e la sua estetica, tema affrontato con Peter Wassili in Vestire maranza.

Maranza e discorsi d’odio

La costruzione del fenomeno maranza è tipica dell’“onlife”, neologismo coniato dal filosofo Luciano Floridi nel 2014 per esprimere il superamento di netti confini tra l'esperienza online e offline dovuto alle tecnologie digitali sempre più centrali nelle nostre vite. Tecnologie capaci di rimodellare le nostre identità, le nostre relazioni, il modo in cui lavoriamo e viviamo.

Fenomeni nati sulle varie piattaforme social si diffondono, non solo a livello sociale, ma anche nel discorso politico e culturale. Si fondono con paure, ansie e incertezze sociali, creando dei nemici pubblici e dei veri e propri discorsi d’odio. Per discorso d’odio, secondo la Raccomandazione CM/Rec (2022)16 del Consiglio d'Europa sulla lotta all'incitamento all'odio, s’intende:

qualsiasi forma di espressione mirante a stimolare, promuovere, diffondere o giustificare la violenza, l’odio o la discriminazione nei confronti di una persona o un gruppo di persone, o a denigrare una persona o un gruppo di persone per motivi legati alle loro caratteristiche o situazioni personali, reali o presunte, quali la “razza”, il colore della pelle, la lingua, la religione, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica, l’età, la disabilità, il sesso, l’identità di genere e l’orientamento sessuale. (Consiglio d'Europa, 2022)

Nel caso dei maranza i discorsi d’odio on -ine, ma non solo, sono rivolti contro “una persona giovane, di sesso maschile, solitamente cresciuta in periferia, che ostenta atteggiamenti “di strada”, ascolta musica rap e indossa capi d’abbigliamento e accessori appariscenti, legati al mondo dello streetwear. Spesso, ma non necessariamente, il maranza ha origini nordafricane o proviene, comunque da una comunità razzializzata” (Seroussi, 2025, p. 14).

Ad oggi nell’immaginario collettivo italiano, continua il giornalista, il maranza è una “figura” pericolosa percepita come “portatrice di disordine sociale e violenza”(ibidem), oltre che di degrado: un mostro, appunto. Il nemico comune da controllare e per il quale si fa anche un DDL sicurezza pensato ad hoc. Ignorando le cause socio-economiche ed educative dell’aumento della violenza tra le giovani generazioni. Come ad esempio il razzismo istituzionale, l'esclusione sociale, la povertà economica ed educativa. Forse anche per questo la periferia ci guarda con odio?

Processi di riappropriazione linguistica attraverso il rap

Friedrich Hölderlin nell’ Inno Patmos (1800) scriveva: “Ma dove è il pericolo, cresce / anche ciò che salva”.

Questo stereotipo razzista e classista, che molto spesso ingabbia e deumanizza giovani di ascendenza nera, nordafricana e/o orientale ha subito e sta subendo un interessante “processo di riappropriazione culturale" transculturale (ivi, p. 201). Il margine, con la sua durezza e crudezza, viene messo al centro dei video su YouTube. Attitudine, linguaggio ed estetica escono dai margini e raggiungono stati socio-culturali ed economici diversi più centrali e prestigiosi. Questo può far paura, oppure attirare irresistibilmente come già successo per le storie che raccontavano i rapper afroamericani, negli anni Novanta.

Per qualche minuto al pubblico bianco, non più americano, ma italiano è data la possibilità di avvicinarsi, attraverso gli schermi dei loro smartphone: al ghetto, alla “linea del colore”, per citare W.E.B. Du Bois. L’elemento voyeuristico da parte di chi ascolta, soprattutto se bianco, è centrale. Nelle canzoni, per qualche minuto, si entra in contatto con il margine al centro delle metropoli caratterizzate da quella che Loic Wacquant in I reietti della città. Ghetto, periferia e stata, descrive come “marginalità avanzata” (ivi, p.117). Questo è raccontato bene nel capitolo Le monde est un ghetto con Mboss e Abdoulaye Thioune.

La deprivazione materiale, socio-economica, la violenza razzista, l'esclusione, la sofferenza, la rabbia, così come la voglia di riscatto individuale e di trasformazione sociale sono infatti alla base della cultura hip hop e quindi del rap, della trap e in parte anche della drill. Anche se questi elementi hanno un peso diverso nei vari generi musicali citati e non sempre la trasformazione sociale collettiva è argomento centrale nelle canzoni. Spesso la mobilità socio-economica aspirata è individuale e individualistica. Tra l’altro tratto tipico della nostra società capitalistica.

Nelle canzoni, ma non solo, lo stigma legato ad un’appartenenza socio-culturale, socio-economica, etnica, religiosa e territoriale marginale – come abitare in quartieri poveri o ghetti metropolitani – diventa “fonte di identità, orgoglio e appartenenza” (ivi, p. 59). Soggettività subalterne rompono i confini spaziali e rielaborano l’etichetta negativa e inferiorizzante. Tale processo è raccontato in tantissime canzoni di rapper e di trapper. Nel volume viene citata, nel capitolo Da Milano a Marsiglia, con Philip, ad esempio: Banlieue, pubblicata da Baby Gang e Simba La Rue. Ma ce ne sarebbero molte altre.

Un altro elemento interessante è come in queste canzoni l’“iperlocalizzazione” si mescoli, con non poche tensioni e rinegoziazioni, ad un “immaginario transnazionale, globale” (ivi, p. 63). Questo non è presente solo a Milano, ma anche a Torino. Tale dinamica viene raccontata molto bene nel capitolo Torino città migrante, con Ensi e Sem, in cui le riflessioni sull’antimeridionalismo s’intersecano con quelle sul razzismo e sull’islamofobia.

“Lady First”: rap e questioni di genere

Ho apprezzato molto anche le riflessioni che ponevano in luce la necessità di “ri-concettualizzare la maschilità” (hooks, 1998, p. 45) considerando il ruolo dell’immaginario bianco etero patriarcale nelle narrazioni proposte nelle canzoni rap, ma non solo. Così come la critica a modelli iper-mascolini eterosessuali e alla maschilità egemone che individuano negli uomini gay e in generale nella comunità LGBTQIA+ ulteriori “vite di scarto” (Bauman, 2011), da schernire, da inferiorizzare e con cui non mescolarsi.

In particolare il capitolo-intervista Figlie di nessuno con La Hasna e Linda mi ha interessata molto. Le due artiste con “due background sociali, artistici e culturali assai diversi” (Seroussi, 2025, p. 189) raccontano le loro esperienze di artiste non bianche con l’industria cinematografia. Emerge la difficoltà di trovare nel proprio contesto di vita dei riferimenti culturali, identitari e musicali utili, interessanti e necessari per la costruzione della loro identità plurale. Centrale è poi il ruolo svolto da internet e dalle varie piattaforme, in assenza di comunità a cui fare riferimento, per raggiungere espressioni culturali, identitarie e musicali più affini di quelle disponibili in Italia. Inoltre è rilevante poter conoscere altre realtà viaggiando per raggiungere nuove consapevolezze identitarie.

Confrontandosi con il giornalista, le due artiste criticano sia la scena rap sia l’industria. La prima si mostra poco aperta ad accogliere le rapper. La seconda cerca di ingabbiare identità personali plurali in cliché pacificati, o sessualizzati, o stereotipati: insomma ridotte a caricature. Senza considerare le pericolose ricadute sulle vite delle giovani generazioni – portate a sottovalutare la pericolosità di certi comportamenti devianti – e sulle comunità marginalizzate. Ciò alimenta voyerismi, razzismi e quindi discriminazioni. Includere più voci e racconti alternativi e diversi riuscirebbe a restituire un’immagine più realistica di una realtà complessa.

Tra speranza e assenza: interventi educativi nella marginalità avanzata

Da un punto di vista educativo e pedagogico è il capitolo Non esistono ragazzi cattivi con Don Claudio Burgio quello che mi ha maggiormente coinvolta ed emozionata. Le parole di questo cappellano mi hanno ricordato quelle di Freire quando nel volume Pedagogia della speranza scrive: “Sono un uomo di speranza”. La speranza è “necessità ontologica” (Freire, 2014, p. 14) che si radica nella pratica e nasce confrontandosi dolosamente con i dati concreti che spesso sono contraddittori e complessi. Nonostante ciò non rinuncia alla lotta e alla possibilità di trasformare la realtà. Inoltre mi hanno riportata alle parole di Don Bosco che diceva, nelle sue: “In ogni giovane anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell'educatore è di cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto” (Lemoyne, 1905, p. 367).

In questo capitolo-intervista Burgio sottolinea il “ruolo fondamentale che la musica nel percorso educativo” (Seroussi, 2025, p.144). Fare Rap educazione, per riprendere il titolo del libro di Amir Issaa (2021), è mettere al centro l’ascolto, la parola e quindi possibilità di narrare o ri-narrare le condizioni sfavorevoli in le persone sono cresciute, che si sono trovate a vivere, oppure “racconti di vita” di strada “che i ragazzi non hanno scelto” (ivi, p.145).

A questo proposito vorrei riprendere questa barra, tratta dall’album Innocente, della canzone Cella 4: “La prima rima in una cella, poi l'ho abbandonata. Canto di strada, mica canto come l'ho lasciata.”

Il rap è, quindi, una sorta di bacchetta magica che risolve i problemi più complessi della nostra società, come la criminalità minorile e le recidive? Lascio come possibile risposta le parole di un altro rapper Kento, contenute nel volume Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile (2021):

Il rap da solo non basta neanche lontanamente a scongiurare quest’eventualità. Certo, il rap racconta la realtà e ispira a cambiarla, e il rap è sicuramente la colonna sonora di questa generazione e delle rivoluzioni presenti e future. Ma c’è bisogno che tutta l’opinione pubblica affronti questo impegno come finora non è si è fatto abbastanza, affiancando e sostenendo le associazioni, gli insegnanti, gli educatori e i professionisti. (Kento, 2021, p. 173).

Nelle canzoni rap e trap infatti, non solo in quelle di Baby Gang, viene evocata la marginalità sociale, l’etichettamento sociale, lo stigma, l’esclusione, il razzismo, la povertà materiale e le poche opportunità in cui spesso si trovano a vivere le giovani generazioni nate o cresciute in Italia da famiglie migranti. Spesso il linguaggio è volgare quando non apertamente sessista o omofobo. Eppure danno voce e rappresentazione a situazioni e a sentimenti di vita quotidiana in cui tante persone si riconoscono. Come la rabbia il rancore. Le illusioni per una vita migliore, si mescolano con la violenza e la microcriminalità di certi contesti sociali urbani e provinciali.

Come si chiede Burgio: “Chi doveva esserci, e non c’è stato, quando questi ragazzi vivevano ciò che ora raccontano nelle loro canzoni?” (Seroussi, 2025, p.145).

La periferia vi guarda con odio nonè l'ennesimo viaggio nella devianza minorile, né tanto meno un’escursione romanticizzata nella marginalità spaziale e socio-culturale, quanto piuttosto un invito ad una presa di coscienza, da un lato dei fenomeni d’odio contro le soggettività marginalizzate e dall’altro della potenzialità dei margini. Incarnate in sé plurali che ci suggeriscono che l’identità personale pur essendo una sola è composta da tanti elementi “presi”, ricevuti, acquisiti, donati, trasmessi da diversi contesti e persone, come argomenta anche Amin Maaloufi nel suo saggio L’identità (2009, pp.11-12).

I margini, quindi, come affermava bell hooks, sono “luoghi di resistenza” (p.70) e quindi di possibilità.

Bibliografia e sitografia

Bauman, Z., Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari 2011.

Breuza, C., Kento, storie dal carcere minorile in un libro e un mixtape: ecco “Barre”, in "La casa del rap", 10 febbraio 2021, url: https://www.lacasadelrap.com/2021/02/10/kento-barre-libro-e-mixtape/

Breuza, C., Testi espliciti: c’è censura in Italia? Due parole sul libro della Zukar e Cabona, in "La casa del rap", 6 agosto 2024, url: https://www.lacasadelrap.com/2024/08/06/testi-espliciti-in-italia-censura/

Consiglio d'Europa, Comitato dei Ministri, Recommendation CM/Rec(2022)16 of the Committee of Ministers to member States on combating hate speech, adottata il 20 maggio 2022 alla 132ª Sessione del Comitato dei Ministri, url: https://search.coe.int/cm#{%22CoEIdentifier%22:[%220900001680a67955%22],%22sort%22:[%22CoEValidationDate%20Descending%22]}

Du Bois, W.E.B., Sulla linea del colore. Razza e Democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, il Mulino, Bologna 2010.

Floridi, L., The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer Open, London 2014.

Freire, P., Pedagogia della speranza. Un nuovo approccio a La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2014.

Glissant, E., Il pensiero del tremore, Scheiwiller, Milano 2008.

Issaa A., Rap educazione, ADD Editore, Torino 2021.

Hölderlin, F., Patmos, in Id., Poesie Scelte, Feltrinelli, Milano 2010.

hooks b. Elogio del margine, Feltrinelli, Milano 1998.

Kento, Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile, Minimum Fax, Roma 2021.

Lapassade G., Rousselot P., RAP. Il furore del dire, Bepress, Lecce 2009.

Lemoyne, G. B., Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, volume 5, Scuola Tipografica Libraria Salesiana, S. Benigno Canavese e Torino,1905.

Maaloufi, A. L’identità, Bompiani, Milano 2009.

Seroussi, G., La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, Agenzia X, Milano 2025.

Wacquant, L., I relitti della città. Ghetto, periferia, stato. Edizioni ETS, Pisa, 2016.

Zukar, P., Rap. Una storia italiana, Baldini&Castoldi, Milano 2017.

L'autrice

Cristina Breuza è educatrice professionale socio-pedagogica e pedagogista. Per otto anni si è occupata d'inclusione scolastica e interazione sociale di bambini, di bambine, di ragazze e di ragazzi con disabilità e nello spettro dell'autismo, nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e secondaria di primo grado. Dal 2024 ha iniziato ad occuparsi di prevenzione della violenza di genere, attraverso progetti educativi rivolti alle classi della scuola primaria e secondaria di primo grado. È interessata alla tutela e alla diffusione dei diritti umani. Per questo fa parte del No Hate Speech Movement Italia. Da ottobre 2025, collabora con AMECE (Association Maison d’enfant pour la Culture et l’Education) Baity aps, come educatrice professionale, all'interno del progetto "Provaci ancora, Sam!", presso il CPIA3 Tullio de Mauro di Torino, che ha come fine primario la prevenzione e il recupero del fallimento formativo.

Foto di Daniel Bautz su Unsplash