Contro l'attesa e la stagnazione. Appunti da un CPIA in dialogo con i CAS

Educazione Aperta 19/2026

“Non è solo il futuro a far soffrire i migranti. È l’attesa stessa, la sospensione quotidiana, il sentirsi fuori dal tempo degli altri.”
— Paolo Boccagni, Vite ferme

“L’educazione autentica è prassi, riflessione e azione dell’uomo sul mondo per trasformarlo.”
— Paulo Freire

“Insegnare è sempre un atto d’amore. E l’amore è un’azione, non solo un sentimento.”
— bell hooks

Gli studenti che arrivano al CPIA 1 hanno generalmente tra i 16 e i 35 anni.
Molti provengono da contesti migratori recenti, alcuni sono appena arrivati in Italia, ospitati nei CAS o in comunità educative. Portano con sé storie lunghe, tempi incerti, decisioni difficili.

Ma una volta arrivati, si trovano spesso in una nuova forma di sospensione: la lunga attesa dei documenti, dell’inserimento, della “normalità”. E intanto il tempo passa, ma non succede niente. Quando entrano nel sistema di accoglienza e a scuola, le prime parole che sentono sono quasi sempre: aspetta e piano piano.
Aspetta i documenti. Piano piano imparerai la lingua. Aspetta che si chiarisca la tua posizione. Piano piano ti integrerai.

Il problema è che questa attesa può durare mesi o anni. E rischia di tradursi in stallo: giornate vuote, isolamento, perdita di fiducia.
Come ha scritto Paolo Boccagni, il tempo sospeso in cui vivono molti migranti è “una condizione esistenziale”: un presente fermo che rende difficile costruire il futuro.

Nel nostro CPIA abbiamo provato a intervenire in questo tempo, offrendo da subito un’alternativa concreta.

Ingresso immediato

La prima scelta è stata semplice: far cominciare la scuola subito, anche senza documentazione completa.

Grazie alla collaborazione costante con i referenti dei CAS e delle comunità educative, abbiamo potuto inserire gli studenti appena arrivati in classi già attive, senza dover aspettare l'inizio di un nuovo ciclo o corso.

I CAS non si sono limitati a segnalare presenze: hanno lavorato in modo attento per individuare i percorsi formativi più adatti, sostenere la motivazione, accompagnare la frequenza quotidiana, in un’ottica di cura educativa che va ben oltre gli obblighi formali.

Abbiamo anche permesso il cambio classe, quando necessario, per adattare la frequenza agli orari personali, alle esigenze di lavoro o ad altre condizioni pratiche.
Questo ha richiesto flessibilità da parte di tutti. Ma ha funzionato.

L’obiettivo non è trattenere gli studenti in aula più a lungo, né abbassare gli standard.
Al contrario: l’idea è costruire un percorso che li coinvolga di più, nel momento in cui la loro motivazione è alta, senza aspettare che si spenga.

Tempo pieno, ma non solo in aula

Sappiamo che le ore in aula non bastano.

Molti studenti vivono in situazioni in cui, fuori da scuola, non ci sono altri contesti attivi o relazionali. Questo tempo vuoto può diventare pericoloso: si rischia di passare ore a letto, col telefono in mano, sopraffatti da pensieri ripetitivi.

Per chi ha investito tanto nel proprio progetto migratorio, questo tempo perso diventa anche una domanda angosciante: ne è valsa la pena?

Per questo, abbiamo cercato di offrire più scuola, in senso esteso.
Non più ore frontali, ma più occasioni di apprendimento e relazione.

Oltre alle lezioni:

- Abbiamo aperto uno sportello di orientamento scolastico e lavorativo, gestito dal CIOFS;

- Facilitiamo la frequenza a corsi professionali , spesso in collaborazione con enti esterni;

- Durante le pause, gli studenti possono usare liberamente ping pong e calcio balilla nei corridoi;

- Favoriamo gli accordi con enti che permettono di affiancare alla scuola un’esperienza lavorativa e sociale leggera. Negli ultimi due anni, per esempio, alcuni studenti hanno partecipato ad attività legate all’ambiente urbano, alla raccolta differenziata, alla logistica, alla cura dello spazio pubblico con Eco dalle Città.

- Abbiamo promosso, quando possibile, tornei sportivi e l’uso della palestra (che oggi è disponibile solo in parte, ma che speriamo di rendere più accessibile nei prossimi anni).

Si tratta di occasioni concrete in cui la lingua viene praticata, le relazioni crescono e il tempo fuori dalla classe diventa tempo formativo.

La scuola, così, esce dal suo edificio e incontra la città.

In questo modo, molti studenti si ritrovano immersi per otto o più ore al giorno in ambienti dove la lingua veicolare è l’italiano.

È una full immersion indiretta, concreta, costruita sul fare. Non è la lezione che “insegna” la lingua, ma il contesto che la rende necessaria e possibile.

Dentro la classe: relazione e comunicazione

Anche dentro l’aula cerchiamo di costruire un tempo che sia pieno, non solo di nozioni, ma di relazioni vere e comunicazione viva.

Molti dei nostri studenti arrivano con storie forti ma taciute, paure che si nascondono dietro il silenzio, lingue che ancora non si incontrano. In questo contesto, la relazione educativa non è solo un mezzo per insegnare: è la condizione che rende possibile qualsiasi apprendimento.

Cerchiamo quindi di:

- moltiplicare gli scambi: in coppia, in gruppo, oralmente e per iscritto;

- dare valore alla lingua d’uso, non solo alla grammatica formale;

- costruire attività in cui ci si racconta e si ascolta, anche senza vocabolari ricchi;

- usare il gioco, la drammatizzazione, la scrittura condivisa, l’ironia.

In questo intreccio, il plurilinguismo è una ricchezza quotidiana. Le lingue madri degli studenti – diverse, vive, affettive – entrano in classe come strumenti di accesso al sapere e di costruzione di senso.

La nostra attenzione è rivolta alla densità comunicativa: vogliamo che ogni ora di lezione sia occasione per dire qualcosa di vero, per capire e farsi capire.
Non vogliamo aule silenziose, ma piene di parole, gesti, tentativi, errori e scambi.

Costruire questo clima richiede cura, pazienza, attenzione ai dettagli. Ma è qui che molti studenti si sentono, per la prima volta, parte di un gruppo, non solo utenti di un servizio.

La scuola, quando è viva, mette in contatto mondi che normalmente non si incontrerebbero. Quest’anno abbiamo avuto in classe una laureanda in Mediazione Linguistica e una studentessa universitaria che ha chiesto di poter semplicemente osservare. Non avevano un ruolo formale, ma la loro presenza ha avuto un impatto forte.

Giorgia, la laureanda, è venuta per raccogliere materiali per la sua tesi. Ma è rimasta. Ha ascoltato, ha partecipato, ha condiviso. Settimana dopo settimana, si è creata un'amicizia autentica con molti studenti. Li ha invitati alla discussione della sua tesi, continuano a vedersi anche al di fuori della scuola. È diventata una figura di riferimento, non tanto come “esperta”, ma come persona che sceglie di esserci, con delicatezza.

Queste presenze esterne, quando accadono con rispetto, portano luce nella classe. E mostrano che la scuola può davvero essere un luogo dove le vite si sfiorano e si intrecciano, lasciando segni profondi.

Un approccio che accompagna

Non c’è un progetto formale dietro a tutto questo. È un approccio quotidiano, costruito nel tempo.

Ci guida l’idea della sinagogia, come la intende Antonio Vigilante: un’educazione che non guida dall’alto, ma cammina accanto.

In questo ci sentiamo vicini anche a Paulo Freire e bell hooks:
l’educazione come relazione, come spazio in cui chi insegna e chi impara crescono insieme.

Una scuola che non si limita a trasmettere saperi, ma cerca di costruire possibilità.

Non sempre funziona

Non tutto va liscio.

Alcuni studenti si ritirano, alcuni percorsi si interrompono.

I vincoli organizzativi sono reali, e non sempre le risorse bastano.

Ma quando questo approccio funziona, l’effetto si vede: frequenza costante, coinvolgimento, maggiore fiducia.

Una collaborazione quotidiana

Tutto questo lavoro non sarebbe stato possibile senza il contributo quotidiano degli operatori e delle operatrici dei CAS.

La loro presenza attiva ha reso concreto il raccordo tra scuola e accoglienza, facilitando l’inserimento tempestivo, sostenendo la motivazione dei beneficiari, aiutando nella ricerca di corsi esterni, curando gli aspetti pratici e relazionali.

È un lavoro spesso silenzioso, ma decisivo: fatto di telefonate, accompagnamenti, ascolti e piccoli aggiustamenti.

Quando scuola e accoglienza riescono a camminare insieme, lo studente non si sente lasciato solo tra mondi separati.

Diventa possibile costruire un progetto educativo coerente, continuo, condiviso.

Conclusione: un invito

Questo testo nasce da un’esperienza collettiva, portata avanti da un gruppo di docenti del CPIA in collaborazione con i referenti dei CAS.

Non è un modello da replicare in automatico. Ma è una prova che si può fare scuola anche nei tempi sospesi, senza aspettare condizioni ideali.

Note

1 I Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) sono istituzioni pubbliche del sistema educativo italiano che offrono percorsi formativi rivolti ad adulti italiani e persone con background migratorio, finalizzati al recupero degli obblighi scolastici, all’apprendimento della lingua italiana, all’acquisizione di competenze di base e trasversali, nonché all’inclusione socio-culturale e all’accesso alle opportunità lavorative. I Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) sono strutture temporanee attivate dalle Prefetture per accogliere richiedenti asilo in situazioni emergenziali. Nati come misura eccezionale, sono spesso utilizzati in modo prolungato, diventando una componente strutturale del sistema di accoglienza, ma con standard qualitativi inferiori rispetto al circuito ordinario (SAI).

Gli autori

Chiara Maglio e Francesco Schirò: siamo due insegnanti del Cpia1 “Paulo Freire” di Torino. Ci occupiamo di cose diverse – matematica e italiano – ma condividiamo lo stesso spazio, gli stessi studenti e la stessa visione dell’insegnamento agli adulti: un lavoro che per noi significa soprattutto ascoltare, dare spazio, e costruire (e decostruire) insieme.