Controgeografia e alterità: una lettura di Terre che non sono la mia di Matteo Meschiari

Ch'ŏnha Chido. [18--?, 1800] Map. Retrieved from the Library of Congress, <www.loc.gov/item/84117116/>.

La cartografia scientifica, che si è affermata in epoca moderna, è soprattutto una disciplina a servizio di interessi militari, imperialisti e coloniali, costitutivamente legata alla necessità di conoscere e misurare i territori, per poterli meglio conquistare, disputare e gestire. La creazione di mappe, tuttavia, è una prerogativa molto più antica nella storia dell’umanità, radicata nella stessa struttura cerebrale: l’ippocampo, infatti, genera rappresentazioni mentali dello spazio in cui viviamo, che registrano la posizione degli oggetti e le relazioni tra di essi, combinando informazioni spaziali con risorse come l’immaginazione, il ricordo e il desiderio.

La controgeografia rimette al centro questa esigenza umana originaria di orientarsi nello spazio e situarsi al suo interno, connettendolo a una più ampia concezione del mondo. Negli esempi scelti da Matteo Meschiari e illustrati da Michele Napoli in Terre che non sono la mia. Una controgeografia in 111 mappe (Bollati Boringhieri, 2025), infatti, molto raramente ritroviamo i principi ortodossi della cartografia scientifica, ovvero:

L’orientamento unico, generalmente a nord; la scala, cioè il rapporto costante tra le dimensioni della carta e le relative distanze reali; la veduta dall’alto, che esclude la rappresentazione frontale e laterale degli oggetti; la sincronia, dove lo spazio è fotografato in un dato momento; la fissità, dove vengono considerate solo le parti immobili del territorio; la conformità simbolica, cioè la tendenza a sviluppare codici grafici in cui i simboli sono coerenti tra loro per tratto, colore e livello di astrazione (p. 44).

Queste mappe, al contrario, sono ricche di elementi estetici “non necessari” che rovesciano “l’illusione scientista di una geografia solo quantitativa, solo oggettiva, non umana” (p. 137). Così propongono un viaggio nel tempo e nello spazio, per esplorare l’infinita varietà di modi con cui homo sapiens ha pensato e narrato la terra. Offrono, inoltre, molteplici testimonianze di processi di creazione, memoria collettiva e resistenza culturale, che possono aiutare a rapportarsi alla sfida complessa dell’alterità, andando oltre la tendenza esotizzante che tradizionalmente ha ridotto le terre degli altri allo stereotipo della purezza originaria.

Un esempio tra tanti molto stimolante è costituito dalle mappe dei Sami, una popolazione nomade perseguitata da re Federico I di Svezia. Caratterizzate ciascuna da una manifattura unica, queste mappe erano dipinte con una crema ricavata dalla corteccia di ontano su un tamburo costruito con legno di pino e pelle di renna. Esse servivano a orientare lo sciamano negli altri mondi, mentre il suono del tamburo provocava la sua trance. Al centro c’era il sole, fatto a rombo con braccia a croce, da cui si diramavano scene di vita quotidiana e figure cosmologiche, secondo i punti cardiali: il Sud indicava la vita, l’estate e le attività che si svolgono in questa stagione; il Nord la morte, la malvagità e l’inverno. Il tamburo riportato nel libro apparteneva a Morten Olofsson di Åsele e fu sequestrato, insieme ad altri venticinque, il primo gennaio del 1725 dalla Chiesa, che aveva compreso la centralità di questo oggetto nel sistema culturale dei Sami. Un’azione violenta, dunque, che manifestava una volontà di annientazione fisica e simbolica.

Interessante è anche la mappa disegnata nel 1837 dal capo Iowa Non-Che-Ning-Ga, in occasione di un concilio intertribale a Washington. Nella mappa si sovrappongono la rappresentazione del sistema idrografico e la rappresentazione genealogica delle migrazioni compiute dagli antenati in un’area compresa tra il lago Michigan e le Grandi Pianure. La mappa, pertanto, era una prova dell’appartenenza ancestrale degli Iowa a quei territori e fu esibita in risposta alla minaccia di spingere a ovest i popoli nativi che vivevano a est del Mississippi, per favorire interessi coloniali – minaccia effettivamente concretizzata l’anno successivo. Essa, pertanto, è espressione di una cosmovisione in cui la relazione con la terra non si basa sul possesso economico ma su un legame sacro. Questa carta chiarisce anche che le mappe non si limitano a descrivere il territorio ma lo plasmano, lo trasformano e intervengono su di esso.

Pagina dopo pagina emerge la formazione antropologica di Matteo Meschiari, docente di geografia culturale all’Università di Palermo e autore di testi scientifici, divulgativi e di narrativa. Al centro del libro, infatti, c’è l’idea di “territà”, basata sul presupposto “che non esistono innumerevoli rappresentazioni diverse di un unico mondo ma innumerevoli mondi diversi, ciascuno dei quali si fonda sulla prospettiva unica e irripetibile dell’essere che lo percepisce” (p. 7). Si tratta di un approccio che presenta notevoli implicazioni sul piano educativo e pedagogico, poiché permette di interrogare il complesso intreccio di processi storici, rapporti di potere e retoriche egemoniche che modella il nostro sguardo sull’altro e l’altra, favorendo una riformulazione delle relazioni con gruppi culturali diversi ma anche con esseri non-umani e non-viventi.

Secondo l’autore, inoltre, i modi in cui popoli lontani nel tempo e nello spazio hanno immaginato e continuano a immaginare la terra offrono

indicazioni e attitudini pratiche, simboliche e spirituali che dicono come affrontare il presente e il futuro in prospettiva possibilista e non distopica, adattiva resistente e non apocalittica e rassegnata. Una rinascita dopo il lutto dell’Antropocene, che certamente ci sta accompagnando in questi anni di cambiamento, ma che non è lo scenario unico al quale siamo per forza condannati (p. 185).

In questa ottica, dunque, la controgeografia è una in-disciplina che scompiglia dinamiche di dominio e convenienza. È un antidoto al geoanalfabetismo diffuso, frutto anche della progressiva emarginazione della geografia dai curricula scolastici e universitari così come dell’incapacità degli specialisti di geografia di tradurre il portato critico e politico dei propri studi all’interno di contenuti accessibili al grande pubblico. Il suo merito è riportare la terra al centro della discussione politica, filosofica e pedagogica, esponendo gli studenti alla diversità.

L'autrice

Mariateresa Muraca è professoressa presso l’Universidade Federal do Pará (Brasile) e professoressa invitata presso l’Istituto Universitario don Giorgio Pratesi. Coordina il gruppo di ricerca Hodós – Educação crítica, processos político-pedagógicos e metodologias transformadoras. È direttrice scientifica delle riviste "Educazione Aperta" e "Ver a Educação". È autrice delle monografie Educazione e movimenti sociali (Mimesis, 2019) e Paulo Freire oggi (Ledizioni, 2025) e di numerose altre pubblicazioni.