Democrazia affettiva

Democrazia affettiva. Rubrica sulla relazione educativa | Affective Democracy. Column on the educational relationship

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La memoria affettiva

LA scuola si costruisce la memoria relazionale, con i genitori la memoria affettiva

a scuola ha una grande responsabilità ed è bene che se la assuma fino in fondo. Se vuole essere il laboratorio per una società diversa, più pacifica, e non semplicemente la riproduzione di quella che già esiste, deve cominciare a pensarsi e a progettarsi come uno spazio affettivo, nel quale la gentilezza, come tutte le altre regole di convivenza, non viene insegnata, ma praticata.

La maggior parte dei comportamenti sociali si apprendono per imitazione, perché sono comportamenti che fanno parte della sfera dell’affettività e delle emozioni.

Di conseguenza gli apprendimenti legati alle materie di insegnamento, quelle curriculari, non devono mai interferire con la crescita sociale e affettiva.

La scuola, ovviamente, non è un’isola: risente di molte pressioni da parte della società adulta, che tende a conservare la sua distribuzione di ruoli e di potere.

Gli esseri umani sono, storicamente, molto aggressivi, nei confronti di sé stessi, della natura e degli altri: fino ad oggi non abbiamo trovato un rimedio adeguato alla loro aggressività intra specifica, che mette in pericolo la loro sopravvivenza. Anzi.

La scuola, più ancora della famiglia, deve darsi come primo obiettivo la creazione di una cultura e di una pratica che favoriscano la convivenza pacifica tra tutti coloro che la frequentano.

È così difficile ipotizzare, accanto al nome della scuola, la scritta: “Qui si pratica la gentilezza, senza se e senza ma?”

Una società, che non ha un luogo in cui trovare la certezza di essere trattati bene, non ha tra i suoi obiettivi la qualità dello stare insieme

Nei giochi dei bambini esiste sempre un luogo sicuro in cui rifugiarsi: la tana. Lì si può fare pausa e recuperare un momento di sicurezza.

Da adulti questo non esiste più.

Per essere trattato bene devi pagare e andare in vacanza o a cena fuori. Altrimenti, a parte il ruolo del malato, che garantisce una sospensione delle regole (che magari sono alla base del malessere) non è prevista la possibilità di sentirsi trattati con rispetto e gentilezza o semplicemente lasciati in pace.

Eppure per la maggior parte delle cose che amiamo abbiamo creato un luogo dove sappiamo di poterle trovare.

Per la bellezza abbiamo creato i musei.

Per la musica le sale da concerto.

Per le emozioni il teatro e il cinema.

Ci siamo organizzati per avere luoghi in cui fare sport.

Abbiamo creato comodità per goderci lo spettacolo della natura (spesso anche mettendo in seria difficoltà il suo fragile equilibrio).

Abbiamo i ristoranti.

Abbiamo gli alberghi.

Le enoteche e i bar.

Le terme.

Le associazioni con uno scopo al quale tendiamo.

Insomma, qualunque sia il nostro desiderio o il valore che vogliamo coltivare, abbiamo, nel corso dei secoli, creato un luogo e un modo.

Questo è il risultato di una cultura millenaria che ha permesso alla nostra specie di creare facilità.

In ogni caso la lista è piuttosto lunga e soggettiva e penso che possa essere opportunamente completata da ognuno di noi, secondo i propri gusti. Non funzionano ancora al meglio i luoghi delle relazioni di affetto e di cura: possiamo dire che ci sono molti margini di miglioramento per rendere le famiglie, le scuole e gli ospedali luoghi nei quali sentirsi trattati bene.

E naturalmente altri luoghi meno frequentati dai più, come le carceri o i tribunali.

Molte delle cose che facciamo, e che ci permettono di esprimerci, le impariamo da qualcun altro. Non è solo importante, al fine dello stare insieme, il “cosa”, ma il “come” ci vengono insegnate

Nasciamo nudi e piuttosto fragili. Il nostro patrimonio genetico è identico a quello dei nostri progenitori, anche lontanissimi nel tempo. Possiamo diventare migliori di loro, sicuramente, e, grazie a loro, avere una qualità della vita superiore.

A contatto con i nostri maestri diventiamo musicisti, narratori, scultori e pittori, attori e registi e fotografi. Solo per fare alcuni esempi.

Nella nostra crescita possiamo imparare a diventare persino diversi da come ci hanno progettati. Questo succede da non troppo tempo.

Fino a qualche generazione fa se nascevi in casa di un falegname avresti fatto il falegname, di un agricoltore l’agricoltore, di un re il re.

L’apprendimento ha cambiato la nostra storia e ha reso alcuni di noi padroni del proprio destino: ancora troppo pochi, ma da qualche parte e da qualche numero bisogna pur cominciare.

Una regola d’oro dell’apprendimento, in tutti i campi, è prima si comincia e meglio è.

E questo introduce una riflessione sul tempo e su chi decide.

Rispettare il tempo dell’apprendimento, essere gentili con l’esperienza soggettiva del tempo, è una prima sfida e quindi spesso degenera in un conflitto.

È vero che da giovani funzionano meglio le capacità di apprendimento e di trasformazione delle materie apprese. Ma altrettanto vero è che in una buona relazione bisognerebbe stare attenti a non forzare, per non generare resistenze, ribellioni, abbandoni. Né accelerare né rallentare: stare insieme. Molte metafore che usiamo hanno un riferimento alla guerra, e questo vorrà dire qualcosa sulla nostra cultura: Sun Tzu diceva che nessun esercito può andare più veloce delle sue truppe più lente, perché così va incontro a una sconfitta sicura.

Trasferito nella nostra ricerca nessuno nella nostra società, per lo meno in quel meraviglioso esperimento che abbiamo chiamato scuola, dovrebbe essere lasciato indietro, pena una incrinatura nella creazione dello stare e fare insieme.

È fondamentale cambiare le nostre idee sui bambini

Spesso consideriamo con fastidio la richiesta dei bambini di stare con noi e la loro curiosità per quello che facciamo. Loro pensano alla vita e all’apprendimento come a un gioco, un gioco al quale vorrebbero giocare insieme.

Molti di noi prendono tutto molto sul serio, sono stati condizionati a farlo, e immaginano lo stare insieme come molto impegnativo e faticoso: il loro obiettivo è dare ai bambini il ruolo che loro hanno scelto nella società nel minor tempo possibile.

Così la maggior parte delle cose che noi riteniamo indispensabile insegnare ai bambini vengono loro imposte fuori tempo e magari usando la coercizione.

Non solo stare seduti e fermi, ma anche forzarli a stare attenti, crea una selezione in cui molti di loro smettono di trovarci amabili e, di conseguenza, di essere piacevoli.

La scuola viene pensata come un imbuto a bocca larga ma con una uscita piuttosto stretta. E questo risultato ottiene. Entrano in molti ed escono in pochi.

Il primo risultato che dovremmo proporci e non perderne neanche uno, ovvero pensare all’imbuto rovesciato, dove l’uscita è più larga dell’entrata: questo è possibile proprio in base al contributo creativo, generoso e affettuoso che possono darci i nostri nuovi compagni di viaggio, se teniamo conto delle loro preferenze e del loro contributo paritario.

Coloro che non condividono questa idea non sono in malafede: hanno solo paura del disordine e preferiscono l’obbedienza alla cooperazione. Potremmo riflettere sui risultati che la paura produce sullo stare insieme, o almeno chiederci se non ci adattiamo troppo alle nostre paure (e di conseguenza pensiamo che l’insegnamento abbia come primo scopo, magari non dichiarato, di adattare coloro che ci vengono affidati ai nostri limiti).

La scuola potrebbe essere il luogo dove viene garantita la possibilità di scegliere. Anche le materie.

Partire dalla conoscenza delle materie che ci piacciano, e per le quali ci sentiamo portati, per esplorare la possibilità di ampliare le conoscenze. Probabilmente, all’inizio, alcuni docenti (e le loro materie in conseguenza del loro comportamento) si troverebbero poco occupati e potrebbero utilizzare il maggior tempo a loro disposizione per riflettere sull’importanza del come si trasferisce la conoscenza, perdendo qualche certezza o resistenza a cambiare.

La gentilezza invece non si impara: si imita

Si può stare ore a riflettere e a discutere su come insegnare ai bambini (perché solo a loro?) il rispetto per le preferenze degli altri, il modo in cui si costruisce e si custodisce la qualità delle relazioni, ma tutto questo si arena di fronte al fatto che noi stessi, che abbiamo imparato chimica e fisica, filosofia e scienza delle costruzioni, abbiamo difficoltà a imparare come essere gentili e anzi facciamo un sacco di eccezioni tutte le volte che dobbiamo applicare quello che vorremmo insegnare agli altri.

Non basta dire che la regola unica è non maltrattare gli altri? Che l’affetto altro non è che la scelta di non usare la forza per obbligare gli altri a fare cose che non sono indispensabili e che peggiorano la loro esperienza della qualità della relazione con l’altro? Non solo, ma le declinano secondo le regole del potere: qui comando io e si fa come dico io?

Parlare con gli insegnanti, come ho fatto con molto piacere negli ultimi anni, assomiglia a una specie di gioco dell’oca. Basta poco, anche solo l’abitudine a comportarsi secondo la regola del pan per focaccia, e ci tocca ripartire da capo.

C’è qualcosa che fa pensare che la costruzione di una relazione tra pari e quindi basata sulla gentilezza non abbia fondamenta solide.

La gentilezza, più che una struttura, continua a essere una sovrastruttura destinata a crollare alla prima occasione.

La consapevolezza della fragilità dell’idea della gentilezza nella nostra esperienza mi ha spinto a farmi molte domande e a tentare di darmi qualche risposta. Di questo mi occuperò nel prossimo articolo.

Una società che vuole creare la cultura dello stare insieme e non contro sceglie di non sanzionare i bambini

Michela Marzano ha pubblicato un articolo su “Repubblica” del 3 maggio: Dalle note sul registro a Manduria: come si cresce senza i limiti

Se Michela si fosse chiesta: le sanzioni hanno un valore educativo? Avrebbe potuto rispondere, serenamente e con l’accordo di tutti: certamente. Le sanzioni servono a educare all’interruzione del dialogo, all’intervento della forza unilaterale all’interno della relazione.

Insomma, comanda e punisce chi ha più potere solo perché è più grande. E chi ha paura di usare la comprensione e la pazienza e la fiducia nella capacità dei bambini di scegliere il modo migliore per stare insieme. Ha talmente poca fiducia nella possibilità di risolvere i problemi senza alterare la qualità della relazione, che alla prima occasione ricorre alla forza: non più insieme, ma contro.

Il valore educativo che hanno le sanzioni è fare chiarezza su cosa è la gerarchia.

Potremmo dire che ogni società ordinata dovrebbe rispettare una gerarchia di competenze, che non si impone con la forza, ma si determina in base ai risultati che riesce a produrre: buoni per tutti e sempre insieme. Sono le società criminali che esigono il rispetto della gerarchia, facendo ricorso alla forza e alla brutalità che tutti devono temere: prevedendo sanzioni molto gravi per chi trasgredisce, alle quali nessuno può sottrarsi. Mentre la società che vorremmo costruire, specialmente a scuola, è fatta di persone che si conoscono e si frequentano e hanno l’obiettivo condiviso di vivere insieme senza paura.

Per questo a scuola la forza delle sanzioni non ha posto, perché le relazioni che vogliamo creare sono di collaborazione e fiducia, e quindi danno spazio e tempo alla disponibilità a comprendere e a migliorare.

La passione di punire interrompe un processo culturale e affettivo molto impegnativo, molto prezioso, molto fragile.

Nella società che emerge a Manduria comanda il più forte, il più prepotente. Non è un fiore nel deserto. Manduria è la prosecuzione del filo di un discorso basato sulla legge del più forte.

Marzano potrebbe dire, e in effetti dice, che “Certo, è difficile pensare che un bambino di sei o sette anni possa già essere un “bullo”. Ma le strategie di assenza di rispetto e le pratiche crudeli esistono già quando si è piccoli. Anzi, è proprio allora che ci deve essere qualcuno capace di aiutarci a costruire quelle che Freud chiamava le “dighe psichiche”, ossia la compassione, il pudore e il disgusto, dighe che non sono mai innate, e che si acquisiscono, talvolta, anche grazie a qualche ammonimento e a qualche punizione.”

Come vedete sono i bambini a essere potenziali delinquenti, e fin qui in molti saranno d’accordo, tanto più che lo pensava anche Freud.

Noi possiamo solo correggerli, e che male c’è se per correggerli usiamo gli stessi mezzi che loro non devono permettersi di usare con noi e tra loro, almeno fino a quando non saranno abbastanza grandi da poterci imitare (naturalmente senza alcuna nostra responsabilità).

Le ortensie prendono il colore del concime che viene usato per farle crescere. Potremmo pensare che di fronte a un errore di un bambino, anche grave, la forza della sanzione debba essere usata a fin di bene, in modo che possano imparare non che la forza è sbagliata, ma che è sbagliato usarla troppo presto.

Michela Marzano vuol far sperimentare, attraverso l’utilità della sanzione (che ovviamente deve far soffrire: la sofferenza diventa compagna inevitabile dell’apprendimento delle regole sociali) l’utilità (talora!) di un rapporto di forza. I ragazzi devono solo imparare ad aspettare; arriverà il momento anche per loro, come è successo a noi, di entrare a far parte di quel club nel quale si può finalmente esercitare quel senso della superiorità, quella mancanza di rispetto per le preferenze o per i tempi dell’apprendimento, che abbiamo imparato a subire, o a temere.

Alla fine la questione è molto chiara. Vogliamo continuare a creare una società dove si devono temere i più forti?

Oppure stiamo cercando un modo di stare insieme nel quale i più forti siano i primi a dare l’esempio che non è la forza, ma il rispetto, la tolleranza, la mitezza che creano una società nella quale è più bello e desiderabile vivere?

La domanda, almeno per me, ha una risposta ovvia. Totalmente diversa da quella che dà Michela.