Su Salvemini storico e politico: una biografia | On Salvemini as Historian and Politician: a Biography

1935, Sitzung der Amerikanischen Akademie für Politische und Soziale Wissenschaften in New York. Gaetano Salvemini ritratto con Hubertus zu Löwenstein e Mario A. Fei. Acme Newspictures. Bundesarchiv, Bild 183-S49455. Licenza CC-BY-SA 3.0 DE.

Singolare davvero la lacuna che questo libro va a colmare. Gaetano Salvemini non è certo un soggetto poco frequentato dalla storiografia; tuttavia è mancata a lungo (oltre cinquant’anni dall’ultima) una nuova biografia in italiano che mettesse a frutto la disponibilità di fonti, studi, lettere e testi editi con criterio maggiormente filologico che in passato. In Gaetano Salvemini. L’impegno intellettuale e la lotta politica (Carocci, 2025) Francesco Torchiani percorre gli oltre sessant’anni di vita pubblica dell’intellettuale pugliese (1873-1957). Lo fa dando prova di una scrittura abbastanza controllata da saper contenere una materia esuberante: non fosse altro che per la mole di edito che la produttività del Salvemini storico e pubblicista ha lasciato da rileggere.

Per la densità delle questioni che lo attraversano, è uno di quei libri di cui si può dire senza esagerare che ne contengono diversi altri potenziali: una buona tecnica di montaggio mostra le possibili diramazioni senza perdere il filo, canalizzando in modo leggibile l’energia con cui Salvemini ha presidiato nella scena pubblica uno spazio circoscritto ma sempre riconoscibile attraverso il variare delle stagioni.

Stagioni che si succedono nel percorso di Salvemini con discontinuità brusche e drammatiche, offrendogli precoci e ricorrenti occasioni di fare il punto e ricominciare da capo. I suoi primi trentacinque anni lo vedono muovere, studente povero, da Molfetta a Firenze dove ha la sua iniziazione scientifica e politica, rispettivamente con Pasquale Villari e nel Partito socialista; poi la gavetta da professore di secondaria fino all’università, l’attività di partito e la militanza per la riforma della scuola, infine la disgrazia di sopravvivere alla sua numerosa famiglia fra le macerie di Messina, alla fine del 1908.

Si reimmerge nello studio e nella scrittura: fra le prove di maturità della sua leadership è probabilmente la pubblicazione del periodico “L’Unità” (1911-1920) a mettere in tensione la sua capacità di animare un’area politica e culturale e a mostrarne anche i limiti. L’intransigenza riformista, meridionalista e antigiolittiana che lo ha reso scomodo e infine estraneo al Psi lo porta con la Grande guerra a pagare il prezzo di una posizione interventista (poi combattentista) democratica e critica; alle prime elezioni del dopoguerra, con il sistema proporzionale (1919), è eletto deputato ma la breve esperienza lo lascia isolato e disilluso: è un altro punto di svolta.

Osserva il disfacimento delle istituzioni democratiche sotto l’incalzare del fascismo, di cui vede all’opera e subisce la violenza. Nel 1925 l’arresto e l’esilio aprono una terza fase: in Francia, in Gran Bretagna e poi negli Stati uniti per reinventarsi come conferenziere, testimone dell’opposizione alla dittatura e infine professore. Il ritorno dall’esilio (1947) inaugura dieci anni ancora di partecipazione alle vicende italiane: abbastanza estraneo alla dinamica politica del secondo dopoguerra, continuerà a insegnare e scrivere finché gli sarà possibile, sopravvissuto per certi versi alla parabola stessa del salveminismo ma riluttante a vestire i panni del reduce.

A interrogarsi su chi sia stato Salvemini, sulla portata e sui limiti della sua opera di studioso e organizzatore di energie intellettuali, si cominciò già negli snodi cruciali di questa sua lunga vita pubblica: basterebbe mettere a confronto la sua stessa pratica autobiografica con le voci di coloro che, in questa o quella stagione, riconobbero un debito intellettuale nei suoi confronti o mossero critiche al suo magistero.

Il libro si può anche leggere come una laboriosa tessitura in cui le vicende pubbliche e private costituiscono l’ordito mentre la trama è una lettura longitudinale della sua produzione, in particolare storiografica. Salvemini è uno studioso che negli anni torna più volte sulle sue carte e sui suoi progetti: da qui la scelta di mostrare la stratificazione degli oggetti del suo interesse come fosse possibile (l’immagine è dell’autore) osservarne diacronicamente e sincronicamente il tavolo di lavoro. L’ampio ricorso ai carteggi fa luce sull’evolversi di una rete di relazioni e del rapporto di Salvemini con il suo tempo ma anche su un itinerario di ricerca storica di cui è possibile contestualizzare storicamente le tappe. Si può provare così a vedere a figura intera lo storico dei comuni medievali e della Francia rivoluzionaria, della politica estera e del fascismo presente insieme al politico e all'intellettuale militante, al testimone e, come vuole la tradizione che lo ha consacrato già in vita, maestro di un’altra Italia.

Una tradizione che ha enfatizzato alcuni caratteri morali del personaggio, come è noto. Salvemini è stato un intransigente, e questo attributo ne ha connotato le scelte nel senso dell’esemplarità. Gli sono state riconosciute virtù minoritarie per definizione, segno di una storia nazionale che poteva essere e non è stata: la probità intellettuale e politica ma anche una lucidità di visione misurata più sulla profondità di giudizio del moralista che sull’esattezza delle previsioni e sulla valutazione contingente di uomini e circostanze – sfalsata a volte da una stima errata delle effettive possibilità del suo gruppo e delle sue iniziative di influenzare l’agenda politica. Un’azione politica e culturale di alto valore pedagogico ma (proprio per questo?) di scarsa incisività politica, come fra i primi ha scritto Bobbio. L’autore richiama in premessa, come parte di un quadro più complesso, questo e altri topoi ricorrenti nella memoria di Salvemini coltivata da tanti. Più che prenderli di petto, cerca di ampliare lo sguardo sul contesto in cui gli assunti ai quali egli restò sostanzialmente fedele nel tempo, anche nel modo autocritico e tormentato che l’epistolario e i testi editi non nascondono, presero conflittualmente forma. Anche il carattere alieno, rispetto al contesto culturale a lui più prossimo, che si è spesso attribuito al suo empirismo e al suo realismo politico viene in qualche modo ridimensionato una volta che se ne esplora la genealogia culturale, tutt’altro che isolata e alloctona per quanto eclettica e originale.

Ritaglio de "L'Unità" del 16 dicembre 1920 con la notizia della prossima cessazione delle pubblicazioni e un articolo di Augusto Monti sulla mobilità degli insegnanti fra Sud e Nord. La rivista è accessibile on line grazie alla biblioteca Gino Bianco: bibliotecaginobianco.it.
Ritaglio de "L'Unità", 16 dicembre 1920, con la notizia della sospensione delle pubblicazioni e un articolo di Augusto Monti sulla mobilità degli insegnanti fra Sud e Nord. La rivista è on line grazie alla biblioteca Gino Bianco: bibliotecaginobianco.it.

 

L'autore

Vincenzo Schirripa insegna Storia dell’educazione e della scuola all’università LUMSA di Palermo e fa parte della Comunità di ricerca “Educazione Aperta”. Fra i suoi lavori più recenti: Insegnare ai bambini. Una storia della formazione di maestre e maestri in Italia, Carocci, Roma 2022.