Primopiano

Alessandro Leogrande nella “terra di mezzo”. Il reportage narrativo e l’internazionalizzazione della questione meridionale | Alessandro Leogrande in the “Middle Ground”. Narrative Reportage and the Internationalization of the Italian Southern Question

di

Abstract

Narrative reportages tackle the depiction of reality by combining a narrative style with journalistic accuracy. A “middle ground between literature and journalism” that reveals the context of major public events. In Italy, the author whose works represent the most accomplished examples of this genre is Alessandro Leogrande. His works are paradigms of narrative reportage, social investigations with a transformative intent, following in the footsteps of the other major influence on his formation: Southern Italian studies. Where thinkers like Gramsci made the Southern question a national issue, Leogrande makes it an international one. A perspective still relevant today, placing the South at the center of global processes, so that its issue extends not only “beyond Eboli”, but “beyond Italy.”

Introduzione

Il pensiero di Alessandro Leogrande, condensato nelle decine di articoli e pubblicazioni firmate dall’autore tarantino, mantiene intatta la sua attualità e il suo potenziale di spiegazione della realtà odierna. Partendo da una prospettiva saldamente ancorata nel sud d’Italia. Una parabola intellettuale, quella di Leogrande, che comincia già alla fine degli anni Novanta – appena ventenne – per proseguire fino alla sua prematura scomparsa quasi dieci anni fa. Anni convulsi che hanno posto le fondamenta di dinamiche politiche e sociali di cui oggi vediamo gli amari frutti. La deindustrializzazione forzata tanto quanto lo era stata l’industrializzazione, lo svuotamento di senso dei corpi intermedi della politica, l’avvento del populismo, le politiche migratorie razziste, la trasformazione in atto al sud Italia pronto a diventare vetrina turistica. Questi sono solo alcuni dei temi che Leogrande ha inquadrato in alcuni casi con mirabile anticipo rispetto al dibattito mainstream, in virtù di una postura intellettuale che coniuga alcuni riferimenti da lui ritenuti imprescindibili. In primis, la prospettiva meridionalista, situata in uno degli angoli forse più carichi di contraddizione del Meridione d’Italia: la città di Taranto.

Tale prospettiva anche quando non espressamente affermata, nei suoi scritti appare come una filigrana, incorporata nelle parole e frasi su carta. Perché per prima cosa egli era un profondo studioso del dibattito, della produzione letteraria meridionalista e dei suoi autori più influenti. Uno studio che aveva profondamente influenzato le lenti analitiche con cui raccontare poi la realtà. Uno “sguardo da Sud” mai romanticizzante o apologetico, ma critico e politico. Nel solco della migliore tradizione del meridionalismo, di cui Leogrande ha rappresentato uno degli esponenti più attivi in una fase di profonda crisi, che aveva visto scomparire la questione meridionale dal dibattito pubblico.

Pur essendo una parte cruciale della formazione di Leogrande, questa non si esauriva al meridionalismo. Difatti, è sempre difficile assegnare una definizione univoca all’autore tarantino. Una difficoltà che deriva proprio da una formazione eclettica, che oltre il meridionalismo integra la conoscenza profonda del mezzo giornalistico, delle scienze sociali, della storia e della letteratura. Un eclettismo che si riflette anche nel genere che meglio di tutti descrive l’approccio di Leogrande alla scrittura: il reportage narrativo. Un genere amorfo, senza canone, ma con tantissimi esempi in cui posizionamento politico, responsabilità dello sguardo, giornalismo e letteratura si intersecano. Uno strumento che Leogrande usa, tra le altre cose, per immaginare una via fuori dalla stagnazione in cui era piombato il meridionalismo, e dalla crescente provincializzazione della questione meridionale, polverizzata in mille piccole patrie. Un’incapacità di tenere insieme particolare e generale che ha ostacolato qualsiasi tentativo di convergenza, dovuta alla perdita della “capacità di guardare al Sud nella sua completezza” (Leogrande, 2018, p. 225).

Lo studio dell’opera di Leogrande fornisce delle coordinate tuttora necessarie per de-provincializzare la questione meridionale e per vedere come questa sia un’epifenomeno della più generale realtà economica e politica del paese-Italia, a sua volta integrato in un’economia capitalistica globalizzata. Una concezione lontana anni luce da alcuni filoni teorici sorti sulla scorta di un fraintendimento parziale o totale della visione “meridiana” di Franco Cassano (2021 [1996]), che non hanno fatto altro che rinchiudere il sud Italia in una dimensione astorica successivamente convertita all’industria turistica, che vede proprio nel Sud la sua terra d’elezione.

Il reportage narrativo: terra di mezzo
tra letteratura e giornalismo

Fornire una definizione del reportage narrativo è un compito infausto, perché in ogni caso non si riuscirà mai a catturare l’estrema varietà della produzione che ispira. La maniera più efficace per parlarne è quella antologica, partendo da alcuni autori che hanno definito il genere “facendolo” con le loro opere. Una difficoltà che traspare anche dalle parole di Leogrande, che firma la prefazione all’edizione italiana dell’opera considerata la capostipite del genere: Operazione Massacro di Rodolfo Walsh (2011 [1957]):

C’è una terra di mezzo tra letteratura e giornalismo. I nomi per definirla si sprecano: non-fiction, new journalism, nuevo periodismo, giornalismo narrativo, reportage, inchiesta letteraria… I percorsi e gli autori – non solo europei e nordamericani – sono molteplici. Difficile stabilire un canone, difficile ricondurre in un unico alveo i diversi approcci alla Storia e alle storie, alla realtà e alla sua narrazione (ivi).

Operazione Massacro è sicuramente l’opera che forse più di tutte contiene in sé le caratteristiche principali di questo genere. Scritta da Walsh insieme alla collega Enriqueta Muñiz, viene considerata l’inizio di un nuovo modo di fare giornalismo che poi darà luogo alla corrente del new journalism, che vede in Truman Capote l’esponente più noto.

In Operazione Massacro, Walsh indaga un efferato delitto politico avvenuto negli anni della prima dittatura militare argentina. L’esecuzione di alcuni civili che si erano riuniti per ascoltare la radiocronaca di un incontro di boxe, per mano del regime impegnato nella repressione del contro-golpe peronista del generale Valle. Una condanna senza processo e sommaria di persone innocenti che però non va come pianificata. Difatti, sette delle dodici persone arrestate sfuggono miracolosamente alla morte. Da lì prende il via il lavoro di indagine fatto dai due giornalisti, che ricostruiscono minuziosamente le biografie dei sopravvissuti, delle vittime e degli avvenimenti della sera in cui avviene l’arresto e l’esecuzione. Walsh riuscirà addirittura a provare che l’arresto fosse avvenuto prima dell’annuncio via radio della legge marziale, quindi illegittimo anche sotto il piano legale.

Nell’opera di Walsh compare in maniera limpida una delle caratteristiche principali del reportage narrativo, la sua natura induttiva di indagine della realtà. Difatti, sempre nella prefazione Leogrande prosegue:

Collegare il particolare al generale è un’operazione indispensabile, se si vuole dissezionare il ventre purulento dell’Argentina degli anni Cinquanta. Non si tratta solo di rendere omaggio a quelle vittime, restituendo loro un volto e una storia, o di ristabilire la verità contro le menzogne del potere militare. Occorre svelare il suo funzionamento e i suoi meccanismi. E per farlo non basta una semplice contro-inchiesta (per quanto pericolosa nella raccolta dei materiali e delle fonti). Non basta solo il rigore nel rielaborare i dati o le testimonianze raccolte. Nel corpo a corpo con la verità sepolta, Walsh intuisce che è necessaria un’opera narrativa che mutui dal noir la struttura e il montaggio (ivi).

Un reportage non è un manuale di storia o sociologia, si sofferma su vicende circoscritte e ancor di più su alcuni precisi elementi di tali storie. Non storie qualunque, ma storie eloquenti, cariche di un potenziale esplicativo più generale in virtù dei numerosi significati e layer simbolici che si addensano in esse. Caratteristica espressa nella metafora dei “grumi”, adoperata da Leogrande (2016) in Uomini e caporali per descrivere la funzione storica del caporalato quale istanza di controllo sociale della manodopera agricola subalterna, ma anche di coesione sociale tra le fasce di popolazione autoctone, indifferenti o colluse:

Nella Puglia settentrionale, quella parte della regione che spesso a Bari, quasi si osservasse una cartina stesa alla rovescia, viene indicata come “laggiù”, c’è un grumo nero che ancora insozza e paralizza le relazioni tra proprietari terrieri, caporali e braccianti, e che sembra essere sopravvissuto al Novecento, alle guerre mondiali e ai cambi di governo, alla mutazione antropologica dell’Italia e del suo Mezzogiorno, alla caduta del Muro di Berlino, al terrorismo politico e a quello mafioso, all’emancipazione femminile, all’integrazione della classe operaia nel ceto medio (ivi, p. XX).

Quindi i reportage non parlano mai solo della “loro” storia, ma parlano di dinamiche che li travalicano, più generali. L’interesse di Walsh non è descrivere un crimine politico per soddisfare l’interesse morboso di un pubblico affascinato dalla violenza, ma mostrare:

il nesso inscindibile tra violenza e potere, la banalità del male [...] [di chi] ”stava solo eseguendo degli ordini”, la menzogna quale concreta strategia del potere e delle sue ramificazioni. E soprattutto interessa ricondurre tutto questo alle ingiustizie sociali e alle sperequazioni economiche proprie di un paese semi-coloniale (Walsh 2011 [1957]).

Allo stesso modo anche Leogrande parlando dello sfruttamento nella Capitanata, prova a mostrare quanto la violenza inflitta nelle campagne sia economica e quanto l’economia che sublima sugli scaffali dei supermercati sia violenta. Un’economia moderna e capitalistica che inserisce, pertanto, la storia dei braccianti in Capitanata nel racconto globale dell’oppressione. Appare ora più chiaro come il reportage narrativo assuma sempre una posizione scettica e diffidente nei confronti del potere, non solo quello costituito ma anche quello informale che si incontra durante il lavoro sul campo.

Un altro aspetto che costituisce una caratteristica fondamentale del reportage narrativo è il suo rigore, non di tipo scientifico-matematico ma argomentativo-fattuale. La ricostruzione degli avvenimenti parte sempre da prove documentate e fonti verificate, come prescritto dalla tradizione migliore del giornalismo d’inchiesta. Inoltre, l’approfondimento e il lavoro di verifica mettono costantemente alla prova chi scrive anche dai propri bias e pregiudizi, oltre a fornire dettagli che permettono di contestualizzare meglio i fatti narrati. Un esempio di questa postura metodologica è il reportage di Corrado Stajano (1975) sulla morte dell’anarchico Franco Serantini a Pisa, ucciso dalla polizia nel 1972. A partire dalla sua tragica morte, Stajano scrive una vera e propria biografia della vittima fin dalla sua infanzia. Un racconto verificato anche nei minimi particolari, come nel caso del colore del ciclomotore “Ciao” dell’anarchico che, dopo varie ricerche, Stajano ricostruirà essere di colore blu. Questa cura, quasi maniacale, non è solo figlia della volontà di rendere la propria opera a prova di fact-checker, bensì è anche l’espressione di un lavoro che tenta di restituire la dignità alle persone raccontate, ristabilendo la loro agency, la loro capacità riflessiva e di azione. Non vittime ideali, né semplici perdite collaterali sul sentiero della storia ma prima di tutto persone, mai perfette e a volte contraddittorie.

Una rimarginazione dei protagonisti delle storie con il loro ruolo effettivo che è possibile grazie a una forma di realismo empatico. Ciò che percorre la produzione di questi autori è una combinazione tra ascolto delle storie altrui e capacità di farle risuonare innanzitutto entro loro stessi e successivamente nei loro lettori. Il cinismo, al contrario, è il primo nemico del mestiere di giornalista, a maggior ragione se si misura con un reportage narrativo. Una lezione che arriva da un altro riferimento di questo genere letterario, Ryszard Kapuściński, per cui “il cinismo è un atteggiamento inumano, che allontana automaticamente dal nostro mestiere” (Kapuściński, 2012). Lo sguardo dell’autore del reportage narrativo è carico di responsabilità, perché innanzitutto compie una scelta ben precisa su cosa scrivere, su quale “archivio” includere, che posizione assumere, che interpretazione suggerire più o meno esplicitamente. Tenendo fede a una postura scettica, in primis verso sé stessi, le proprie simpatie e pregiudizi.

Leogrande e l’inchiesta sociale meridionalista

In Italia è sorta una corrente letteraria che possiamo definire una variante del reportage narrativo, definita a partire dall’oggetto delle sue indagini: il sud Italia. Una forma di inchiesta sociale meridionalista che – almeno agli inizi – doveva assolvere anche una precisa funzione storica: far “scoprire” il Meridione al resto d’Italia. Difatti, fin dalla sua unificazione, l’Italia ha visto un profondo squilibrio tra le sue parti settentrionali e meridionali, che si è tradotto in un paese modellato maggiormente sulla spinta dei settori produttivi del Nord (Ferrari Bravo, Serafini, 1977). Una sperequazione tra queste due parti che è alla base della questione meridionale.

Nell’Italia post-unitaria il Meridione è sempre stato considerato “un problema da risolvere”, una “parte maledetta” afflitta da mali atavici quali il misoneismo, l’oscurantismo e l’arretratezza. In pratica, un territorio sconfitto che aveva mancato l’approdo a una modernità ritenuta a trazione industriale e urbana. Una convinzione che dalla “terra” si trasferisce alle persone meridionali, ritenute un gruppo omogeneo e carico dei segni di un’alterità radicale rispetto al modello che ispirava il neonato stato. Non è un caso che per il caso italiano si ricorra alla formula di “orientalismo in un solo paese” (Schneider, 1998). Ed è proprio l’alterità radicale che alimenta la curiosità nei confronti di questa lingua di terra sotto Roma che favorisce il proliferare di inchieste, racconti, romanzi e altre pubblicazioni che la vedono protagonista. Una questione meridionale che oggi sembra archiviata dal dibattito pubblico, nonostante sia tuttora irrisolta.

Per Leogrande, proprio questa sensazione di mancata risoluzione della questione meridionale è uno dei motori della sua attività di scrittore. Che lo inscrive nella tradizione dell’inchiesta sociale meridionalista che vede illustri predecessori come Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore e Rocco Scotellaro, autori molto citati dal tarantino a dimostrazione del debito intellettuale contratto nei loro confronti. Una tradizione che Leogrande prende e rende nuovamente attuale, negli anni convulsi a cavallo del millennio, a dimostrazione di quanto certi problemi persistano e non siano solo detriti rimossi del passato. Osservazione che gli è possibile a partire dalla sua prospettiva privilegiata di “nativo” della città forse più paradigmatica del sud Italia: Taranto. La città simbolo dell’industrialismo di Stato installato al Sud Italia che nel 2004 era “uguale a quella di Tommaso Fiore” (Leogrande, 2018), raccontata in Un popolo di formiche, reportage epistolare di inizio Novecento antesignano della sua forma narrativa in cui due lettere sono dedicate al capoluogo ionico.

Nella ricostruzione del meridionalismo di Leogrande l’analisi del rapporto intrattenuto con la sua città natale è un passaggio obbligato. Gli anni della sua formazione sono quelli della privatizzazione dell’acciaieria, del decadente dominio industriale dei Riva sulla città. Fondato su un ricatto guidato dal ridimensionamento della manodopera, accompagnato anche da pratiche generalizzate di controllo capillare e asfissiante di chi lavora che sfocia in mobbing come nel caso della Palazzina Laf. Questo ridimensionamento apre una vera e propria voragine nel cuore della città, che si aggiunge a problemi quali quello della povertà endemica che raggiunge livelli da “amministrazione borbonica” nelle periferie (Leogrande, 2018, p. 36). Luoghi che rappresentano uno dei nuovi fulcri della questione meridionale, per Leogrande.

Da questo abisso di non-lavoro e diserzione istituzionale sorge una delle figure più controverse del panorama politico nazionale: Giancarlo Cito. Sindaco di Taranto dal 1993 al 1996, ha fondato il suo successo politico sull’uso dei media anticipando l’epopea berlusconiana e adottando uno stile connotato da violenza verbale nei confronti degli avversari politici e proclami messianici di promesse di rinascita. Segnali precursori dello stile populista che anni dopo avrebbe dominato la politica italiana e internazionale. Proprio il “citismo” è il banco di prova del giovane Leogrande, su cui affinare i propri arnesi analitici, per provare a dipanare la coltre di superficialità classista che lo derubricava a cinismo politico sottoproletario e fascistoide che sublima in violenza verbale – e a volte fisica. Difatti, a uno sguardo più attento è subito evidente come questo sia un fenomeno inter-classista che invece vede nelle classi medie impoverite affette dalla “paura di cadere” (Bagnasco, 2016) la propria constituency principale (Leogrande, 2018, p. 138). Soffermarsi sull'analisi della stagione politica di Cito e del citismo fatta da Leogrande è molto importante per capire alcuni dei tratti fondamentali che distinguono la sua originalità nel panorama intellettuale di quegli anni, soprattutto nel deserto del dibattito meridionalista di inizio millennio.

Leogrande riesce sempre a mantenersi su un sottile equilibrio tra culturalismo e materialismo. Nell’analisi dei fenomeni che hanno luogo al Sud bisogna sempre fare i conti con quella tradizione di opere del secondo dopoguerra, scritte da scienziati sociali anglofoni – da Banfield (1976 [1958]) a Putnam (et al., 1993) – che, adottando lenti culturaliste un po’ ingenue, hanno prodotto spiegazioni circolari poi caricate di potere predittivo generale piuttosto che esplicativo locale. Conseguenza dell’uso di una concezione etnocentrica dei concetti di “società civile” e “capitale sociale” derivante dalla tradizione tocquevilliana1 (Gribaudi 1993; Tarrow, 1996; Pizzorno, 2019). Una tentazione, quella di adottare spiegazioni che prendono il “dato culturale” come sintomo e causa di fenomeni sociali, che è un riflesso condizionato che si riscontra in articoli e pubblicazioni anche molto recenti che adoperano questo approccio funzionalista e “astorico”. Una rimozione della storia che è ancora più problematica se si pensa all’influenza che figure come Antonio Gramsci e Benedetto Croce hanno avuto negli ambienti antropologici che si sono occupati dell’Italia, come sottolineato da Heywood (2024). L’errore in cui cadono le analisi funzionaliste è quello di ritenere le attitudini culturali come una causa e non una conseguenza dell’arretratezza economica.

Leogrande, invece, pur ammettendo che sicuramente vi siano dei presupposti che possiamo definire in senso largo “culturali”, ossia di condivisione di codici e consuetudini riconoscibili e “ovvi” per uno specifico gruppo di persone, si tiene distante da certi riduzionismi culturalisti, provando a delineare il contesto della città di Taranto. Un’analisi che non può che essere materialista, che tiene conto della situazione dell’acciaieria, del welfare criminale costituito dal contrabbando di sigarette e delle periferie come appendici rimosse della città, con tassi di disoccupazione e abbandono scolastico altissimi. Il tutto naturalmente, senza scadere nel riduzionismo di segno opposto. Così facendo, per Leogrande è possibile ricostruire “su larga scala [i] presupposti sociali e culturali su cui poggia il mancato sviluppo economico del Meridione [...] un allargamento di prospettiva che il caso–Cito permette di adottare, proprio in ragione della sua apparente eccezionalità” (Gatto 2025, 63).

Proprio questo suo equilibrio nella metodologia di indagine – che non gli risparmia, a onor del vero, di scadere a volte in affermazioni eccessivamente categoriche – deriva, con ogni probabilità dalla sua cultura politica, anch’essa eclettica e che raccoglie elementi da tradizioni politiche diverse. Una cultura assimilabile “a un’ampia tradizione del dissenso [...] e della disobbedienza civile che dialoga col mondo laico come col cattolicesimo sociale” (ivi, 65), integrando elementi provenienti da alcuni correnti del riformismo più radicale del socialismo del primo dopoguerra. Una “professione di fede” politica che è rintracciabile in una prefazione curata da Leogrande per il libro che raccoglie gli atti del convegno celebrato per il 90° anniversario dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno, primo deputato morto per mano fascista nel 1921. Nel ricordare il parlamentare socialista Leogrande scrive:

Di Vagno, sulla scia di Turati, soprattutto negli ultimi mesi della sua breve vita, pare assolutamente convinto della necessità di espungere ogni forma di violenza dalla prassi socialista. Nessuna angheria subita avrebbe mai potuto giustificare la mimesi delle forme e dei modi dell’avversario, il cui dilagare acuiva la fragilità istituzionale, l’intelaiatura del vecchio stato liberale. A quella fragilità istituzionale e alla fame, la povertà, la miseria senza sbocchi di aree enormi del non–lavoro, andava invece trovata risposta attuando forme cooperativistiche e mutualistiche e favorendo il lento ingresso dei ceti popolari nelle amministrazioni locali. Interpretando il municipalismo e, in particolare, la calda frontiera del municipalismo meridionale, come banco di prova del riformismo, come spazio all’interno del quale far crescere e irrobustire una nuova prassi politica (Leogrande in Mastroleo, 2012, p. 10-11).

Questo passaggio chiarisce già meglio alcune coordinate della sua concezione politica che guarda a un socialismo riformista e radicale che, attraverso la rappresentanza dei ceti popolari, attui una risoluzione dei problemi che affliggono la società in senso pienamente socialista. Il tutto all’interno di un quadro che integri una concezione di antifascismo “istintuale” gobettiano (ivi). Ed è proprio quell’antifascismo istintuale che si mischia all’immaginazione sociologica dell’autore tarantino e dà luogo al suo stile personalissimo, accorato ma lucido, partecipe ma non tifoso e mai incline a paternalismi o moralismi, ma guidato dalla ferma convinzione che la la scrittura sia un’opera militante quando è il prodotto di uno studio approfondito ed è sincera.

Una pratica di scrittura che è militante anche perché diventa prassi del socialismo-nel-suo-farsi, concetto di matrice turatiana, citato da Leogrande nella stessa prefazione, per cui i protagonisti dell’azione politica non sono “i cittadini di un qualche futuro stato socialista, bensì gli attivisti e i militanti che lottano per realizzare condizioni più giuste di vita in un arco di tempo ragionevole” (Walzer, 2010). Alla luce di quanto appena detto, diventa evidente il filo che lega le sue inchieste sulle periferie di Taranto, sui braccianti in capitanata o sulle rotte migratorie. Una produzione letteraria che parte dalla periferia per raccontare il centro, che parte dalle zone più in ombra per immaginare una via d’uscita dalla realtà sempre più simile a una distopia che condanna un numero crescente di persone alla condizione di “esseri superflui”, private non tanto della possibilità quanto della capacità di poter agire. Una via d’uscita che passi per la solidarietà e il mutualismo, in cui il passaggio fondamentale sta nel riconoscimento della riflessività delle persone subalterne (Leogrande, 2018, p. 58):

Ma perché chi sta ai margini deve sempre subire le alchimie socioeconomiche di gente che non va mai a interpellarli? E perché chi sta ai margini deve sempre essere visto come il risvolto negativo della società, il diverso negativo da integrare o da annientare e non piuttosto come una parte, peraltro consistente, della città, che ha un suo modo di vita, delle sue regole, un modo di intendere la famiglia e la fatia, di intendere lo Stato padrone e i quartieri della borghesia, il denaro, Dio, il sesso?

La questione meridionale internazionale

L’azione intellettuale di Leogrande avviene in anni molto complicati per la questione meridionale. Anni in cui era in atto una spinta centrifuga che aveva “polverizzato” il sud Italia in mille “piccole patrie”, slegando tra loro i vari contesti meridionali. Una situazione in parte dovuta al fallimento dell’impresa meridionalista del secondo dopoguerra, quella dell’industrialismo di stato e della Cassa del Mezzogiorno, che sottintendevano una concezione del Mezzogiorno monolitica, eccessivamente omogenea. Un eccesso a cui però, successivamente si sarebbe risposto con un eccesso di segno opposto, ugualmente fuori fuoco rispetto alle esigenze dei territori meridionali, come affermato dallo stesso Leogrande:

Credo che il principale male di chi affronta teoricamente le questioni del Sud oggi sia quello di aver perso la capacità di guardare al Sud nella sua completezza. Siamo fuoriusciti dal meridionalismo monolitico della Prima repubblica pretendendo le autonomie locali, ma queste ci hanno fatto spesso rinchiudere nelle nicchie che ci hanno impedito di riguardare il contesto e questo va ricostruito con una buona dose critica che non richiede di ricadere negli errori del ‘professionismo del Mezzogiorno’. [...] non credo più alla tesi dello sviluppo a macchia di leopardo. Per anni, dopo una relazione come quella che ho fatto io oggi, si alzava uno che diceva ‘Ah vabbè, però il Sud non è tutto così, ah vabbè però se vieni nelle Murge, in Salento, se cammini lungo la costiera amalfitana, ci sono delle aree che sono diverse e per il semplice fatto di essere diverse contestano la versione pessimistica che tu stai avanzando’. Questo discorso è stato un alibi. Era stato importante rivendicare quelle storie di autonomia rispetto all’inferno e al disastro, è stato importante farlo negli anni novanta ma, nel momento in cui quel discorso è diventato retorica, si è trasformato in alibi. Quelle isole si stanno sbiadendo e la crisi radicale della piccola e media impresa al Sud è esattamente la crisi di quelle aree. L’impossibilità del turismo di sviluppare uno sviluppo autonomo è esattamente la crisi di quelle aree. Il leopardo si sta smacchiando, ma nel modo peggiore. L’unico modo per riprendere il toro per le corna è quello di confrontarsi con un’analisi e una critica complessiva del Mezzogiorno. Solo così si capisce il Sud, e solo così è possibile aprire un varco per un’analisi complessiva dell’Italia tutta (Leogrande, 2018, pp. 225-226).

Un conto è rivendicare le evidenti differenze territoriali, un altro è affermare una diversità illimitata che inibisce qualsiasi tentativo di convergenza meridionalista a partire da problemi comuni che attraversano praticamente tutte le regioni del Mezzogiorno, questo è il monito di Leogrande. Come per l’atto di tessere, le tante autonomie meridionali compongono un ordito di fili paralleli, vicini ma che hanno smesso di toccarsi. Fili che vanno riaggregati con una trama che li ricongiunga, senza annacquare le loro differenze ma provando a evidenziare i comuni tratti di continuità. In modo tale da riprendere le fila di un discorso che, da Gramsci in poi, ha identificato la questione meridionale come una questione nazionale. Per poi andare oltre. Difatti, laddove autori come lo stesso Gramsci, Fiore o Salvemini hanno elevato la questione meridionale a questione nazionale, Leogrande la rende internazionale. Grazie a un lavoro di posizionamento del Meridione nell’orizzonte globale, compiuto attraverso le sue opere.

In un sistema economico sempre più globalizzato e integrato, il sud Italia non può più essere un semplice “lato” di un rapporto duale – che vede nel nord Italia il suo complemento –, ma va pensato come “angolo” attardato insieme ad altri (Ferrari, Bravo e Serafini, 1975). Secondo una conformazione non più lineare, ma “poligonale” in cui il Mezzogiorno è uno dei tanti angoli del capitalismo globale, tutti in comunicazione tra loro. Così da essere al centro di pressioni geopolitiche ed economiche che non possono esaurirsi al solo scenario nazionale, ma devono per forza di cose relazionarsi con decine di attori globali.

Un superamento di uno schema binario – da cui ne discendono altri – che diventa centrale e percorre tutte le “nuove antropologie” che si occupano della penisola italiana, come auspicato da Herzfeld (2024). La semplicità retorica ed euristica delle categorie binarie si scontra e viene smentita da un dato empirico complesso e variegato che affiora dalle esperienze sociali ed etnografiche. Una tensione che Leogrande anticipa, grazie a un’azione intellettuale inquieta (Gatto, 2026), un moto oscillatorio tra linee di demarcazione che da nette diventano porose, rompendo alcune delle “gabbie” in cui sono incorse le scienze sociali ogniqualvolta hanno analizzato l’Italia e in particolar modo la sua parte meridionale, “rovescio” di una nazione (Conelli, 2022) che per molto tempo è stata considerata solo “a due facce”.

Leogrande, quindi, inserisce il Mezzogiorno in dinamiche globali. E lo fa senza mai trascurare le volontà che muovono chi lo abita, possibile grazie alle caratteristiche del reportage narrativo. Una restituzione dell’agency – anche minima – ad attori sociali che abitano la storia e la muovono con le loro azioni. Nel bene e nel male. Così, la questione meridionale non solo va “oltre Eboli”, bensì “oltre Italia”.

La trasposizione sullo scenario globale della questione meridionale, poneva Leogrande agli antipodi della corrente meridionalista più in voga alla fine del millennio, quella che scaturisce da uno dei suoi testi più influenti: Pensiero meridiano di Franco Cassano (2001 [1996]). Il sociologo barese, al pari di Leogrande, tenta di cercare una via fuori dalla stagnazione in cui era caduta la questione meridionale, suggerendo che la via maestra da seguire sia quella di restituire al Sud dignità come “soggetto del pensiero”, così da interrompere “una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri” (ivi, p. 5). In altre parole, continua Cassano, il sud non deve pensarsi come un “non-ancora nord”, bensì rivendicare un’autonomia di definizione che rovesci lo stigma e gli stereotipi a esso attribuiti. Un’autonomia che, sorretta da una retorica anti-modernista che Cassano non ha tutti i torti ad assumere, diventa isolamento. In questo modo si ricade, per altra via, nelle categorie binarie e nell’astrazione del sud, fuori dalla storia e dalla geografia. Nella prefazione scritta dall’autore nelle edizioni successive alla prima, in cui risponde alle critiche mosse egli afferma che:

l’idea–forza era quella di un riscatto del sud, di un suo uscire di minorità e procedere in autonomia, un’idea che incontrava il bisogno diffuso dei meridionali di cambiare l’immagine negativa di se stessi e della propria terra, di provare a definirne un’altra, nuova e positiva, capace di dare speranza e fiducia (ivi, p. X).

Il Sud, però, non può muoversi in autonomia. E non perché affetto da una presunta “sindrome di inferiorità” o perché non vi sia un legame fra le due parti che rasenta la colonialità (Tarrow, 1996; Conelli, 2022), ma perché – come abbiamo detto – è un “angolo” al centro di dinamiche globali che lo legano indissolubilmente al nord Italia e “ai nord”. Cassano sembra basare la sua riflessione su un errore di prospettiva, affidandosi a una definizione per sottrazione che astrae il Mezzogiorno dal resto. Egli sottovaluta come una grammatica tutta del Sud, avulsa, che rimuove la relazionalità dalla definizione dell’identità, fa ricadere nella trappola essenzialista che genera stereotipi a uso e consumo dello sguardo esterno.

Il successo editoriale del libro di Cassano è una testimonianza di come questo sia arrivato in un momento di estremo bisogno, dotando un ceto intellettuale ormai orfano delle grandi narrazioni di un nuovo sistema di riferimento con cui provare a ricostruire dalle macerie il dibattito attorno alla questione meridionale. Un successo che ha travalicato i circuiti specialistici e ha influenzato non solo il dibattito pubblico, ma anche le traiettorie di sviluppo di alcune aree meridionali. Difatti, è possibile rintracciare nei programmi di sviluppo che guardano al turismo e alla patrimonializzazione come motore dello sviluppo meridionale, l’eco di una rilettura snaturante dell’opera di Cassano. Progetti che puntano alla valorizzazione di quelli che sarebbero tratti “tipici” meridionali, che consistono perlopiù in una rielaborazione estetizzante di alcuni tratti genericamente afferenti a una convivialità pre-moderna, basata su uno stile di vita più “lento” e l’enogastronomia. Nello spostamento attuato dal capitalismo verso forme di accumulazione fondate sui “giacimenti di passato” (Boltanski e Esquerre 2019), il pensiero meridiano ha assolto la funzione di riferimento teorico.

Un uso strumentale dell’opera di Cassano che sembra avverare la profezia di Leogrande che già nel 1998 avvertiva come “premere il tasto del sentimento, delle tipologie antropologiche, dei riti e delle tradizioni significa restare nell’ambito del pre-politico, al di qua della Storia e dello sviluppo delle soggettività” (Leogrande, 2020, p. 28). Al contrario, il proposito che sembra percorrere le pagine scritte dall’autore tarantino è proprio quello di pensare un “approdo” alla politica attraverso un ripensamento critico della questione meridionale che la ricollochi in un quadro globale, connettendola ad altre questioni, come quella di classe, di genere o ambientale. Per scongiurare in particolare due rischi: l’astrazione “meridiana” del Sud e l’eccessiva concezione monolitica, rivelatasi fallimentare. Il reportage narrativo diventa quindi uno strumento in mano all’autore che ne sfrutta la natura induttiva per parlare delle questioni che le storie raccontate sottintendono, portandole allo scoperto. Ma non solo. Così facendo affiorano presto i legami tra le questioni in campo, bucando le barriere che le dividevano e aprendo i “pori” che smentiscono la retorica binaria come auspicato dal già citato Herzfeld (2024).

L’esempio più evidente di questa postura intellettuale è Uomini e Caporali, libro in cui Leogrande (2016) approfondisce il fenomeno del caporalato nella Puglia settentrionale. In quest'opera, l’autore tarantino compie una doppia opera di raccordo. Nel tempo e nello spazio. Il primo lega la storia dei braccianti pugliesi di inizio Novecento a quella dei braccianti stranieri contemporanei, entrambi accomunati da uno sfruttamento che è sopravvissuto in forme pressoché inalterate alla fine della civiltà contadina (Leogrande, 2020). Il raccordo “spaziale”, invece, ha il fine di mostrare come l’oppressione dei braccianti nelle campagne pugliesi sia solo la fase terminale di una catena globale del valore che trae profitto dai “frutti” – in questo caso anche fuori di metafora – del loro lavoro. Il Mezzogiorno è il “palcoscenico” di un fenomeno che ha un orizzonte globale: quello dell’oppressione agita da una struttura economica finanzcapitalista (Gallino, 2011), nella sua declinazione agricola. In questo modo la questione meridionale diventa internazionale, contemporanea e recupera la sua centralità e “dignità di pensiero”.

La tensione che innerva tutta la produzione di Leogrande può quindi riassumersi nel tentativo di aggiornare gli strumenti analitici del meridionalismo alla contemporaneità. “Lenti” con cui guardare “da Sud”, senza dare le spalle al resto del mondo, compresi “i Nord” – anzi, soprattutto i Nord. Un metodo di indagine della realtà che nasce dalla peculiare formazione dell’intellettuale tarantino e dai suoi due affluenti principali: il meridionalismo e il reportage narrativo. La loro sintesi permette a Leogrande di rendere esplicita la sua questione meridionale internazionale proprio attraverso lo strumento dei reportage. Quindi una teoria che si arricchisce con la prassi e il dato empirico, non limitandosi a elucubrazioni astratte. E che si rivela efficace, come testimoniano alcune previsioni fatte anche più di vent’anni fa e poi puntualmente avveratesi, come nel caso dei rischi della monocoltura turistica e della messa in vendita “di un’Arcadia meridionale che non c’è, [che trova] nell’occupazione ultraflessibile le risposte alla disoccupazione, inseguendo l’anomalo mercato improduttivo del divertimento” (Leogrande, 2006, p. 44). Riannodare i fili della questione meridionale, mostrare ciò che accomuna contesti pur diversi per alimentare una necessaria convergenza, questo l’esempio di Leogrande.

La cui eredità intellettuale – a quasi dieci anni dalla sua scomparsa – va preservata dai tentativi di museificazione (Gatto, 2025), che rischiano di attenuare l’intensità critica della sua riflessione, di occultarne i risvolti politici e privarla della sua carica trasformativa intrinseca, tuttora profondamente attuale.

Riferimenti bibliografici

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Conelli C., Il Rovescio della nazione. La costruzione coloniale dell’Idea di Mezzogiorno, Tamu Edizioni, Napoli 2022.

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Kapuściński R., Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo, Edizioni E/O, Roma 2012.

Leogrande A., Nel paese dei viceré: L’Italia tra pace e guerra, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2006.

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Leogrande A., Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Feltrinelli, Milano 2016.

Leogrande A., Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli, Milano 2018.

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Walzer M., Which Socialism?, in “Dissent Magazine”, Summer 2010, url: https://dissentmagazine.org/article/which-socialism/

L'autore

Marco Patruno è laureato in Sociologia presso l’Università degli Studi di Torino. Ha frequentato la Scuola di Reportage narrativo “Alessandro Leogrande”. Tra i suoi temi di interesse: la patrimonializzazione, l’identità, lo sviluppo locale e il Mezzogiorno. Temi a cui ha dedicato vari articoli su testate online nazionali.

Note

  1. Nel corso degli anni l’opera di Banfield è stata tra le più commentate dalla comunità scientifica per mancanze anche grossolane nella metodologia, come riassunto da Gribaudi in un articolo di fondamentale importanza per comprendere i problemi della nozione di “familismo”: “Banfield non era stato capace di scorgere, in una società tanto diversa da quella americana, le reti di solidarietà specifiche della società lucana. Né aveva saputo ripercorrere i fili di una complessa organizzazione parentale, fermandosi a considerare l’unità abitativa, il focolare. Aveva attribuito impropriamente alla famiglia quelle che erano invece cause dovute alla marginalità storica. La stessa dimensione di scala, possiamo aggiungere, aveva fortemente influenzato i risultati dell’indagine. Chiaromonte era un piccolissimo paese del Mezzogiorno interno che non poteva essere proposto come modello per l’intero Mezzogiorno (Gribaudi, 1993, p. 14)".↩︎