La linea dell’inchiesta e le campagne in Giovanni Mottura | The strategy of the inquiry and the country in Giovanni Mottura
Abstract
This essay examines the theory and practice of social inquiry, particularly as carried out by Giovanni Mottura, focusing on his original agrarian and southern-oriented approach. It considers the sociologist’s work in “Quaderni rossi”, “Quaderni piacentini”, and at the Center for Agricultural Economics in Portici. The preparatory work and findings of his investigations are reconstructed in light of theoretical references to the Marxist and sociological traditions, particularly the concepts of proletarianization and the integration of underdevelopment; furthermore, based on his notebooks, the network of collaborators that the scholar had built to discuss the “Agrarian Question” and for the issue of “Quaderni rossi” devoted to agriculture.
Introduzione
Nel panorama di ridefinizione dell’inchiesta sociale in Italia a partire dagli anni Cinquanta, i “Quaderni rossi” costituiscono un momento chiave. Esercitata da riviste precedenti, come ad esempio da “Nuovi argomenti” o “il Contemporaneo”, con un taglio più letterario e bozzettistico (De Nobile, 2006), l’inchiesta comincia a definirsi come strumento di lotta e come vera e propria pratica politica anche grazie al contributo determinante di gruppi quale quello riunito da Panzieri attorno ai “Quaderni”, non a caso recuperando una vecchia prassi del movimento operaio e comunista già nei suoi esponenti otto-novecenteschi. Retrospettivamente, nella narrazione dominante di quell’esperienza, anche per via della disposizione del materiale, ampio ma parziale, la raccolta L’operaismo degli anni Sessanta, con la lunga prefazione di Tronti (2008), ha infatti fatto testo nello stabilire i “Quaderni rossi” come incunabolo delle teorie operaiste anche in studi recenti (Cavazzini, 2020). Si vorrebbe qui invece complicare questo scenario mostrando che da un lato i riferimenti storici, culturali e teorici erano molteplici, includendo ad esempio aspetti relativi alla sociologia americana, alla teoria della dipendenza, alla storica sociale. Dall’altro la pratica dell’inchiesta, soprattutto nel contesto agrario meridionale, ha rappresentato l’evoluzione di una linea diversa ma non minoritaria, all’interno di quell’alveo culturale. Tra i più attivi militanti e teorici di questa linea dell’inchiesta ci pare spicchi la figura di Giovanni Mottura, non solo perché è a lui che nel quinto dei “Quaderni rossi” è affidato il saggio che trae le conclusioni politiche sul significato della prassi dell’inchiesta, ma perché già nella sua opera giovanile (Mottura era nato nel 1937) si manifestano dei tratti di originalità rispetto a tutto il resto del gruppo, che questo contributo intende mostrare nel suo formarsi teorico e pratico, grazie all’aiuto degli appunti contenuti nei quaderni di Mottura1, con una particolare attenzione alla vocazione meridionalista e agraria dell’attività dell’autore. Tentiamo dunque qui di tracciarne uno schema dei punti chiave per poi seguirne il formarsi nei testi e nella biografia:
1) il rifiuto di interpretare in senso riduzionista la “società dicotomica” teorizzata da Panzieri e dunque dell’operaismo filosofico;
2) l’interesse rivolto prioritariamente non alle grandi concentrazioni di capitale e alla fabbrica fordista, ma alla trasformazione dei rapporti agrari e dunque alla crescente integrazione fra città e campagna, con una lettura critica del concetto di proletarizzazione;
3) l’aggiunta ai modelli proposti e discussi di autori eccentrici alla tradizione della Nuova Sinistra quali Weber, i sociologi del New Deal, Rossi-Doria, in parte Gramsci e soprattutto l’utilizzo creativo e sistematico di Kautsky e di Mao;
4) una convinta scelta politica meridionalista che si tradurrà, oltre che in un rapporto progettato negli anni dei “Quaderni rossi” e pubblicato sui “Quaderni piacentini”, nell’importante lavoro a Portici e nella fondazione del Centro di coordinamento campano.
L’inchiesta come strumento
L’idea che l’inchiesta sia uno strumento di dialettica politica non è estranea alla storia e alla teoria del movimento operaio prima della seconda metà del Novecento, e anzi era stata uno strumento predisposto e praticato dagli stessi classici del marxismo: Marx nel 1880 aveva formulato un questionario di cento domande incentrate sulle condizioni di vita, di lavoro e di socializzazione della classe operaia (cfr. McAllister, 2023), Engels nel 1842 aveva scritto a puntate La situazione della classe operaia in Inghilterra (Engels, 2021) e anche alcuni leader del comunismo internazionale vi avevano fatto ricorso, tra questi specialmente Mao, che nei primi anni della guerra civile la utilizzò, in particolar modo, come strumento di interazione con il movimento contadino dello Hunan, su cui produsse un’inchiesta nel 1927, destinata a restare uno dei suoi contributi più rappresentativi anche in seguito (cfr. Mao, 1965, pp. 19-30).2
È tuttavia suffragato da studi e raccolte di testimonianze anche recenti (Milana e Trotta, 2008; Pugliese, 2008; Bologna, 2022) il suo straordinario sviluppo nell’Italia tra anni Cinquanta e Sessanta, sia in rapporto allo sviluppo di una più specifica disciplina sociologica (Giachetti, 2025) che in relazione a una nuova forma di attivismo politico e intellettuale (Mozzachiodi, 2024 e 2026).
La ripresa specifica di questo strumento risulta strettamente connessa con le condizioni dello sviluppo capitalistico italiano negli anni del cosiddetto “miracolo” e poi della congiuntura (Crainz, 2000), quando una prima notazione empirica era quella della mancata conoscenza delle attitudini comportamentali delle nuove (ma anche delle vecchie) classi lavoratrici che, dopo la stasi di metà Cinquanta che aveva condotto alla sconfitta sindacale della Fiom in molte grandi fabbriche, si erano rese responsabili del grande ciclo di agitazioni degli anni 1959-1961 (Crainz, 2000, p. 123.) anche in corrispondenza di un violento e massivo moto migratorio interno (Pugliese, 2023), già in presa diretta individuato, da un osservatore come Goffredo Fofi (Fofi, 1963), come uno dei fenomeni socialmente più rilevanti.
Vi sono tuttavia anche delle ragioni più strettamente politiche per la ripresa dell’inchiesta operaia che si inseriscono nella più generale revisione delle strategie interne alle istituzioni del movimento operaio. Non a caso, almeno per quel che concerne il gruppo dei “Quaderni rossi”, l’ispiratore fu senz’altro Panzieri, già direttore di “Mondo Operaio” (Strinati, 1983; Sirocco, 2019), intento a una complicata e vasta opera di mediazione politica e culturale all’interno degli istituti del movimento operaio, della quale la nota e celebrata rivista non è che il punto di arrivo (Ferrero, 2006; Scotti, 2011; Cerotto, 2020 e Mozzachiodi, 2024, pp. 199-255) e che includeva la traduzione del Mao di Sulle contraddizioni in seno al popolo su “Mondo operaio”, l’apertura programmatica a Luxemburg, la pubblicazione delle opere di Rodolfo Morandi, la diffusione delle inchieste di Engels e quella, recentissima, dell’operaio francese Daniel Mothé (su cui si veda la recensione editoriale in Panzieri, 1994, pp. 14-16). L’insieme di questa opera, in parte veicolata da “Mondo operaio”, “L’Avanti!” e “Opinione”, aveva portato all’elaborazione di due noti e influenti gruppi di tesi: le Tesi sul partito e le Sette tesi sul controllo operaio, le quali erano servite da piattaforma per una discussione, generosa ma inconcludente, tanto con i comunisti quanto con la destra del suo stesso partito (sulle tesi si veda il tempestivo Mancini 1976, x-xvi, l’intero dibattito è poi raccolto in Gaddi, 2019).
Mottura e i “Quaderni rossi”
Di particolare interesse è che però, in conseguenza della sua assunzione da Einaudi e del suo trasferimento a Torino, gli interlocutori diretti di Panzieri, nonché i veri animatori dei “Quaderni rossi”, diventino non degli storici quadri del movimento operaio, ma un gruppo di giovani accomunati da poche esperienze fondamentali come la collaborazione con la locale Camera del lavoro (Milana e Trotta, 2008 82-109) e, per molti, l’esperienza di volontariato e di inchiesta condotta a Partinico con Danilo Dolci (Fofi, 2000). L’insieme delle proposte e delle teorie panzieriane andavano formando in questa nuova generazione (escluso un gruppo romano che sarà, come noto, all’origine di “Classe operaia”) quello che, con Fortini, potremmo chiamare un “politeismo giovanile”(Fortini, 2003, p. 709) di chiara impronta antistalinista.
L’esperienza giovanile con Dolci è ricordata da Mottura in modo commosso ma non privo di distanza: “l’idea che Dolci aveva della rivoluzione era che dovesse essere sostanzialmente della mentalità” (Bertoncin, Boffo e Foa, 2023, p. 24) e figura infatti tra i suoi primi scritti un contributo su “Problemi del socialismo” in cui spiega le distanze con il metodo dolciano di pianificazione dal basso (Mottura, 1961a), il tema della divergenza con Dolci si approfondirà in maniera indiretta nel lavoro più strettamente agrario se ancora un quaderno del 1964-1967 intitolato Questione agraria: discussione nei Quaderni rossi il suo nome appare nel verbale di una riunione del 22 aprile 1966, relativa all’esecuzione di un’inchiesta sulla proletarizzazione in agricoltura, in relazione alla necessità di prendere le mosse da una confutazione della prassi dolciana.
Tenendo in conto i punti preliminarmente individuati appare significativo che, sebbene Mottura abbia collaborato già prima della nascita dei “Quaderni rossi” all’inchiesta di Giovanni Carocci in Fiat (cfr. Carocci, 1960; Ferrero, 2006; Bertoncin, Boffo e Foa, 2023, p. 25) e, come ricorda egli stesso, con la locale CGIL in attività di volantinaggio (Milana e Trotta, 2008, pp. 80-84; Mozzachiodi, 2024, pp. 237-238), il primo organico saggio che appare sul primo dei “Quaderni rossi”, Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, sia dedicato alle lotte nei Cotonifici Val di Susa, cioè in sostanza a industrie e fabbriche di grandezza medio-piccola in area extraurbana e in un settore di vecchia industrializzazione, non alla fabbrica fordista classica. A prescindere dai temi concreti della lotta (riconoscimento di premi di produzione e cottimi arretrati, ritiro di licenziamenti per chiusura di stabilimenti, più tardi, dopo le prime vittorie, per una contrattazione delle assegnazioni di macchinari, con un classico tema cogestionario che tipicamente si presenta quando dopo una vittoria essenzialmente su temi salariali la forza lavoro raggiunge una propria coscienza di classe) è interessante come il giovanissimo Mottura noti subito la diversa composizione della forza-lavoro, che non è il proletariato di vecchia sindacalizzazione o di recente immigrazione che i suoi compagni intervistano alla Lancia, alla Fiat, alla Riv o in altre aziende torinesi (cfr. ad esempio Lanzardo, Mottura e Rieser, 1961) ma: “Una prevalenza (a volte la totalità) di operai di famiglia contadina e in molti casi, nelle ore disponibili, contadini essi stessi. Da tenere presente – aggiunge Mottura – è anche in tutto il complesso la prevalenza della manodopera femminile e il numero abbastanza basso (10% circa) di operai iscritti al sindacato” (Mottura, 1961b, p. 19).
Mottura si trova cioè davanti a quel settore di transizione al proletariato che sarà (anche per quanto riguarda le questioni dei part-timer e del lavoro femminile) oggetto delle ricerche della maturità (Cfr. Mottura e Pugliese, 1975, pp. 155-206 e 241-321).
È possibile che anche quell’esperienza sia all’origine di un certo tipo di interessi intellettuali che determineranno, prima ancora dell’interesse agrario-meridionalistico, la scelta del tema della tesi di laurea, condotta nel 1963 e discussa con Abbagnano, sebbene da una lettera dell’aprile 1966 a Rossi Doria (in QM “Primi due anni a Portici e materiale vario”) apprendiamo che vi ebbe una parte il giovane Luciano Gallino, da poco divenuto ricercatore e che, tra il 1965 e il 1967, è proprio grazie a una serie di seminari condotti con Gallino che Mottura sistematizzerà le sue conoscenze sociologiche e filosofiche.3
La tesi, cui è dedicato un grosso quaderno datato 1963 che contiene numerose schedature di lettura dall’ “American Journal of Rural Sociology”, ha per oggetto il modello del rural-urban continuum, teorizzazione che, emersa nella sociologia ai tempi della politica agraria del New Deal, mira a ridefinire in senso integrativo la classica opposizione tra città e campagna. Ciò che interessava il giovane studioso nelle sue note di lettura era la dissoluzione della Gemeinschaft, la comunità organica, in Gesellschaft: la società, da Mottura letta come processo di passaggio dalla agricoltura di sussistenza o di mercato diretto all’agricoltura capitalistica, dalla figura del lavoratore polivalente proprietario a quella del bracciante e anche come specchio dell’ultima rottura dei “variopinti legami” (Marx e Engels, 1969, p. 294) che secondo Marx ed Engels tenevano, nella società agraria feudale, il contadino avvinto al signore e viceversa (dunque in un’ottica di recupero più weberiana che tönnesiana).
Si potrà intendere la ricchezza e complicatezza di questo orizzonte se si tiene presente che proprio in quello scorcio di anni, assieme allo sviluppo della sociologia di inchiesta (Beccalli, 2008) si andava sviluppando nel mondo culturale della Nuova Sinistra un modello di storia sociale attento proprio a questi passaggi di lungo periodo e alla “formazione della classe operaia” (Thompson, 1991) nelle fasi di passaggio dal lavoro nelle campagne al lavoro salariato in fabbrica e soprattutto Thompson con il suo saggio del 1963 aveva dimostrato il ruolo dei cotonifici nello sviluppo dell’industria domestica come momento di passaggio dal lavoratore polivalente al proletario salariato (Thompson, 1991, pp. 290-346, ma sui cotonifici il punto di partenza è Il Capitale, cfr. Marx, 2009, pp. 590-604). Gli stessi anni Sessanta sono all’origine di nuovi modelli storici di impianto marxiano, legati però a visioni di lungo periodo e attenti ai fattori di interdipendenza capitalistica in aree a differente livello di sviluppo (cfr. Gunder e Frank, 1971; Arrighi, 1996; Echeverría, 2013), Arrighi sarà di lì a poco suo compagno in un viaggio nella Cina della rivoluzione culturale (Mottura, 2020) e lo stesso Mottura dichiarerà fin nell’ultima intervista la sua preferenza per questi modelli rispetto a una visione tutta centrata sulle punte avanzate di sviluppo del capitale come immaginario grimaldello storico:
La mia idea, Quella che ho maturato io, è che esisteva una cultura operaia - alla Thompson, per intendersi - quella vera dell'epoca. Mentre la coscienza di classe è un suo portato in determinate fasi, ma non è mai conquistata definitivamente, non diventa mai la caratteristica fondamentale di una cultura che è invece specificatamente operaia […]. Per me non era più possibile valorizzare gli operai Fiat o di Porto Marghera come avanguardia del proletario alto, se non si capiva cos'era il proletariato e quindi cosa era giusto fare politicamente senza farsi venire le voglie della presa del Palazzo d'inverno. Si trattava di capire le dinamiche di classe sui tempi lunghi. Su questo sono sempre stato maoista, ho sempre pensato che il socialismo sia il momento più alto della lotta di classe dentro la società trasformata.” (Bertoncin, Boffo e Foa, 2023, pp. 31-63)
La questione agraria e la proletarizzazione
Il relativo periodo di silenzio di Mottura all’interno dei “Quaderni rossi”, dove non produce scritti originali fino al 5° numero, oltre che al periodo di leva, che gli impedisce di partecipare attivamente alle vicende della scissione (Bertoncin, Boffo, Foa, 2023, p. 49) è dovuto anche alla necessità di meditare a fondo questi problemi alla luce dello studio per la tesi e di alcune importanti riletture, tra cui spicca La Questione agraria di Kautsky, che infatti comincia, dal marzo 1962 (Milana e Trotta, 2008, p. 159), ad apparire come tema di discussione interna in relazione a due importanti progetti: un quaderno dedicato alla questione agraria, affidato alla cura organizzativa di Mottura, e un’inchiesta sulla proletarizzazione in agricoltura.
Il comunista di Praga, teorico prominente della II internazionale, era rimasto relativamente ai margini del dibattito culturale, complice la condanna delle sue tesi tarde espressa da Lenin, ma il corposo trattato del 1899, in polemica con la socialdemocrazia bernsteiniana, godeva di una certa fortuna nel clima di approfondimento teorico degli anni Cinquanta ed è dal giovane Mottura prontamente letto e scoliato nell’edizione Feltrinelli del 1959. Il saggio di Kautsky si compone di due parti: la prima rappresenta una disamina storica dell’evoluzione dell’agricoltura dall’antichità al modo di produzione capitalistico, la seconda indica un possibile programma di politica agraria della socialdemocrazia tedesca.4 È soprattutto questa seconda parte ad essere sottolineata e studiata nella copia di Mottura,5 a riprova del marcato interesse politico a un’azione agraria e meridionalista: la pagina di guardia reca un appunto che rimanda a un passaggio vigorosamente sottolineato e accompagnato da indicatori:
L'elemento dei piccolissimi contadini come uomini, il loro progresso sociale dalla barbarie alla civiltà, non va ricercato sulla via che li toglie dalla condizione di operai salariati per portarli a quella di contadini, ché non vi può essere nulla di più pericoloso e di più doloroso che risvegliare in essi delle illusioni sull'avvenire della piccola proprietà contadina. Ma ciò avviene con un programma agrario che si promette l'effettiva difesa del contadino. Un tale programma deve soffocare, nei piccolissimi contadini, l'anima proletaria e far sì che l'anima contadina sia la sola dominare nella sua coscienza. Questo programma spezza necessariamente il legame che lo unisce al proletariato industriale e rinvigorisce in lui quegli elementi che lo separano dall'intera massa del proletariato. Una propaganda proletaria di questo genere delle campagne è destinata ad ottenere il proprio risultato opposto a quello che dovrebbe raggiungere. Per ottenere successi momentanei di brevissima durata, essa affossa i principi fondamentali sui quali dovrebbe fondarsi una effettiva lotta di classe proletaria nelle campagne, che non è una pura e semplice agitazione elettorale. (Kautsky, 1959, p. 358)
Il passaggio è tanto più centrale quanto da un lato la dicotomia esistente nella classe contadina, che la storia dell’integrazione tra campagna e città nel rural-urban continuum spinge verso il proletariato, ma le ideologie giacobina e conservatrice, per opposti scopi, richiamano al proprietarismo, sarà all’origine dei più impegnativi saggi del periodo di Portici come Agricoltura capitalistica e capitalismo in agricoltura (Mottura e Pugliese, 1975, pp. 31-38), e dall’altro rende maggior ragione dell’opposizione di Mottura alla politica del Pci, nella misura in cui esso in diverse zone si proponeva la creazione di uno strato di piccoli proprietari invece di cooperative di produzione (va detto però che sia nel caso della critica di Mottura che nel caso dell’ala contadinista del Pci le soluzioni concretamente proposte variano molto a seconda della zona, del tipo di terreno e delle abitudini agronomiche preesistenti e non si deve prendere troppo meccanicamente questa antitesi, cfr. Tarrow, 1972).
Il modello di riforma agraria centrato sulla lotta al latifondo e che vedeva nell’agricoltura italiana un settore gravato da forme arretrate di produzione discendeva particolarmente dalle opere che, via Gramsci, Emilio Sereni aveva elaborato nel primo dopoguerra e poi a partire dal suo ministero nei governi di unità nazionale (Sereni, 1975, pp. 428-450 e Sereni, 1968, pp. 145-200). Si tratta di un quadro teorico influentissimo all’interno del Pci fino almeno al X congresso, ma che Mottura intende porre in questione. Si legge infatti in una proposta di schema per un lavoro sulla questione agraria nei “Quaderni rossi”, effettivamente presentato ai compagni perché conservato alla Fondazione Feltrinelli insieme ai verbali:
A2. Nel sistema sociale capitalistico tale interdipendenza subordinata è guidata dal fatto che esiste un potere di decisione incarnato in una classe, il quale tende a ordinare le varie parti della società in funzione della conservazione di un certo equilibrio di forze.
A3 L'obiettivo a cui sembrano tendere le decisioni del gruppo sociale che detiene tale potere è quello della massima produttività con la minima disfunzionalità rispetto all'intero sistema. […]
B3 [oggetto dell’inchiesta] Differenze che la linea formulata in A., qualora si riveli verificabile, traducibile in termini politici, può comportare rispetto alla linea politica e interpretativa Gramsci, Bordiga, Sereni. (Milana e Trotta, 2008, pp. 223-224).
Se si tiene presente la concezione dinamica e integrata che sostiene la visione dello sviluppo capitalistico di Mottura, si comprenderà perché, ancora sulla base della lettura di Kautsky, potrà, rievocando quegli anni, affermare che: “Bisogna capire la connessione, come in precedenza tra i CVS e la Fiat, tra centri avanzati e arretrati dello sviluppo industriale, la connessione e non la contraddizione tra città e campagna, l'integrazione che costruisce la società capitalistica. Ho scoperto con Kautsky che si trattava di una delle questioni centrali del marxismo in tutti i paesi in cui gli operai non sono la maggioranza” (Milana e Trotta, 2008, pp. 225).
Il teorico della SPD apriva la sua opera maggiore con una difesa della dialettica, ricacciando la teoria stadiale e le prospettive meccanicistiche nel campo dei revisionisti e, come si è visto senza nessuna nostalgia contadinista, affermava “Ciò che oggi ci occupa, soprattutto, è proprio la funzione che rivestono le forme non capitalistiche dell'agricoltura all'interno della società capitalista”. (Kautsky, 1959, p. 5). Il passo è sottolineato da Mottura, che apre a sua volta lo schema per l’inchiesta con un punto A1 volto a riconoscere la necessità, in una società capitalistica, di studiare le “interdipendenze di settori”. (Milana e Trotta, 2008, p. 223)
Già questo basta per distanziare la prospettiva di Mottura da quella dei compagni di “Classe Operaia” che operavano, sulla base di una teoria della proletarizzazione, una equazione immediata tra braccianti e operai (Di Leo, 1964a, 1964b) o si spingevano addirittura a parlare di “fabbrica verde” (Alquati, 1965). Certo la proletarizzazione figurava tra i primi oggetti del lavoro degli “agro-storiografi” e dell’inchiesta, ma essa si presenta soprattutto come un problema aperto:
Infatti, se si pensa che la società capitalistica ideale è quella in cui anche in agricoltura è universalmente diffusa la forma capitalistica di produzione, allora risulta ovvia la definizione dei proletari: Essi sono i salariati. Ma se invece è vero ciò che si è esposto nel punto A, allora la proletarizzazione attende ancora una definizione comprensiva, a meno di non affermare invece che per l'agricoltura non è valida la legge della proletarizzazione crescente. (Milana e Trotta, 2008, p. 223).
L’ultima pagina del terzo numero dei “Quaderni rossi”, di poco precedente a queste note, annunciava infatti un quarto numero dedicato ai problemi agrari, all’interazione agricoltura e industria e ai problemi della pianificazione nelle campagne, ma questo numero non vedrà mai la luce, complice la necessità di un’elaborazione di linea più precisa dopo la scissione di “Classe operaia” (su cui si vedano almeno Sbardella, 1980, pp. 239-50 e Mozzachiodi, 2024, pp. 271-280), ma è in questo quadro che l’inchiesta si precisa, divenendo da strumento vera e propria linea politica come elaborata nel quinto quaderno, che riporta gli atti di un seminario sull’inchiesta tenuto nel 1963 alla vigilia del congresso del Psi. Su questi passaggi è molto chiaro Panzieri nell’intervento che apre il seminario, non solo infatti sostiene che il marxismo sia una “una sociologia concepita come scienza politica, come scienza della rivoluzione”, (Panzieri, 1965, p. 68) ma che il rifiuto della sociologia da parte del marxismo del suo tempo, con la preferenza per una dialettica che Panzieri giudica teleologica, rappresenti un’involuzione tale che la sociologia borghese (e i “Quaderni rossi” hanno in mente soprattutto Weber) ha superato, nell’analisi di alcuni aspetti della modernità, i classici del marxismo.
Proprio Mottura si incarica, in quel numero, di riprendere e porre a sistema le suggestioni di Panzieri in un intervento di taglio teorico: Note per un lavoro politico socialista, dove riprende l’idea dell’ “unilateralità” (Mottura, 1965a, p. 50) della sociologia borghese, contrapposta al modello “dicotomico” (ibid.) marxista; Mottura per primo non parla di una dicotomia tra operai e capitale, ma in senso più ampio tra un gruppo che, nel sistema produttivo, esercita potere, controllo e coercizione, e un gruppo oppresso e subalterno; conoscere scientificamente questo secondo gruppo è un compito politico ineludibile in quanto
va rifiutata anche l’idea che un legame necessario intercorra necessariamente tra l’emergenza, sia pure intensa e violenta, di alcuni valori antipadronali nel corso di una lotta e la stabilizzazione degli stessi […] in coscienza operaia rivoluzionaria. L’idea cioè che tale coscienza possa fondarsi spontaneamente e fondare poi la propria continuità soltanto su quegli elementi che ne hanno provocato la formazione (ivi, p. 59).
Se si rifiuta di fare dell’inchiesta un semplice strumento di auscultazione dei movimenti spontanei, è evidente che essa assume allora dei connotati di pedagogia politica estesa e fondata sulla relazione tra intervistatore e intervistato; schematizzerà infatti così le funzioni:
[l’inchiesta] sottolinea la necessità di distinguere il momento della stasi da quello della lotta […] riconoscendo i limiti, anche conoscitivi, della “spontaneità operaia” accentua la necessità di una analisi ininterrotta delle forme e dei fenomeni specifici in cui si attua via via lo sviluppo capitalistico […], assegna a coloro che svolgono l’inchiesta una funzione politica (ivi, p. 61).
Se non esiste nessuna derivabilità immediata tra intensità della lotta e coscienza di classe (hegelianamente classe per sé) allora il tema dei “valori antipadronali” che emergono non solo in essa, ma durante tutto il processo di proletarizzazione, sarà centrale non solo nella lotta in fabbrica (su cui si veda Rieser, 1965 per un contraltare contemporaneo alle elaborazioni di Mottura), ma anche nello studio della questione agraria, arricchendo l’opposizione tra Gemeinschaft e Gesellschaft che aveva animato il lavoro di tesi, ma sulla quale la sociologia borghese pareva essersi incagliata.
Verso il Sud e l’inchiesta
Il 1966 è un anno di svolta sotto molteplici punti di vista, poiché la linea teorica fin qui elaborata si trova per la prima volta nella condizione di una parziale verifica pratica: da una serie di lettere a Rossi-Doria della primavera-estate6 apprendiamo che Mottura cercava una stabile collaborazione accademica con economisti agrari e sociologi quali Antonio Benvenuti e Giovanni Paolo Martelli, ma parallelamente intratteneva una serie di relazioni propedeutiche alla costruzione dell’inchiesta a orientamento meridionalista sulla proletarizzazione in agricoltura e alla costruzione del quaderno sull’agricoltura, che, a quel punto, avrebbe dovuto essere il settimo. Il sesto ne conteneva un’applicazione nel saggio di Mario Miegge a proposito della riforma agraria e delle lotte dei contadini nella Marsica (Miegge, 1965) che si apre con una nota introduttiva di Mottura. Gli appunti preparatori, contenuti in QM La questione agraria, che precedono i verbali delle prime riunioni del gruppo che doveva portare a termine l’inchiesta (tra i più assidui vi sono, oltre a Mottura, Ugo Pipitone, Giancarlo Rivalta, Gabriella Venturini) testimoniano la stretta parentela tra i due impegni.
Nella prefazione al lavoro di Miegge, Mottura torna infatti su Kautsky e presenta tutta la sua ricerca, e in particolare la notazione sulla doppia tendenza (proletarizzazione e proprietarizzazione o contadinizzazione) nei lavoratori agricoli come una “correzione di Marx mediante Marx” (Mottura, 1965b, p. 143) poiché l’applicazione immediata della legge di proletarizzazione al complicato e stratificato mondo dei rapporti di produzione agrari non solo falserebbe la misura della coscienza di classe dei lavoratori agrari (che non è data “posizionalmente” rispetto al capitale, ma processualmente per Mottura) ma anche, trattandoli tutti come braccianti, della composizione di classe (ibidem, pp. 144-146). Le note sono sia un programma che una polemica con le ricerche sui braccianti intraprese da Di Leo (un primo esito era Di Leo 1961, poi proseguito su “Classe operaia”) e in effetti negli appunti delle riunioni, e in particolare quella del 22 aprile 1966. l’ipotesi di Di Leo di indagare la rendita agraria è scartata subito dopo la confutazione di Dolci.7
In quella riunione si predispongono i primi contatti, a Castrovillari, Matera, Battipaglia e si stabilisce che Mottura terrà una conferenza su Kautsky in concomitanza a una sulla riforma agraria in Messico (sulla quale seguono nel quaderno dedicato schemi e scalette di esposizione) e a un’esposizione della storia dei “Quaderni rossi” nel prossimo giugno al centro Frantz Fanon (su cui si veda almeno Scotti, 2018 per il ruolo che vi ebbe Pirelli, finanziatore dei “Quaderni rossi”). L’intervento a tema messicano non è cursorio, ma prova la crescente collaborazione tra le due realtà e l’orientamento teorico e relazionale di Mottura e di tutti i “Quaderni rossi” in questa fase in un orizzonte apertamente internazionale, che collegava i problemi del capitalismo agrario italiano e del sottosviluppo meridionale a quelli di tutte le aree di funzionalizzazione del sottosviluppo mondiale – ne seguirà infatti, contemporaneamente all’inchiesta, il saggio Un modello di sviluppo del capitalismo nelle zone arretrate - La riforma agraria messicana dalla rivoluzione ad oggi (cfr. Mottura, 1967).
L’elenco dei possibili contributi per il quaderno, stilato in una riunione databile a inizio giugno 1966, prevede contributi di Enrica Collotti Pischel e Nguyen Wien sul Vietnam, di Arrighi sulla Rodhesia, di Franco Galasso sull’Algeria, di Howard Rosenthal per gli Usa, Jordi Borja per la Francia e contributi di Luca Meldolesi, Goffredo Fofi, Paul Sweezy, Robert Paris, un intervento non asssegnato sul modo di produzione asiatico e un contributo a più mani sul concetto di proletarizzazione.8
Ancora una volta si tratta di un progetto non realizzato ma che testimonia una rete di contatti e interessi che ormai si è definita e che in parte si rispecchia nel dossier congiunto sull’imperialismo curato da molti membri dei “Quaderni rossi” di “Quaderni piacentini” e di “Classe e Stato” nel luglio 1967. Tra i contatti figura poi anche Rodolfo Stavenhagen, sociologo tedesco-messsicano a quell’epoca implicato in un progetto di ricerca internazionale sulla riforma agraria in Messico, da cui Mottura tra il concetto di minifundio per definire gli appezzamenti creati da una riforma agraria intesa a salvaguardare la piccola industria agraria dall’integrazione capitalistica e che approfondirà leggendone le opere di lì a pochi anni accanto a altre legate a questioni messicane (cfr. Stavenhagen, 1971 e Wolf, 1971: da notare che in entrambi i volumi posseduti da Mottura9 risultano fittamente sottolineati i capitoli relativi alla composizione di classe).
Se il numero tarda per via di un progetto forse troppo ambizioso, l’inchiesta però procede e lo schema intitolato Primo sondaggio a Sud si presenta articolato e si mantiene come base per l’inchiesta e per le successive riunioni di un gruppo di lavoro da essa nato, almeno fino al 12 giugno 1967, quando le note segnalano peraltro la presenza attiva anche di Enrico Pugliese:
a) Riforma fondiaria
1 Emigrazione
2 Disintegrazione politica
b) Sviluppo capitalistico
1 Il nuovo trasformismo e l’occasione socialista […]
c) Funzione del trasformismo
1 Funzione olivicultura […]
2 Le cooperative fuori dalla riforma fondiaria […]
3 Le cooperative della Riforma agraria […]
4 Il Piano Verde […]
d) La nuova manodopera salariata
1 Arretratezza delle parole d'ordine sulla nuova manodopera agricola e necessità di trovare criteri per ridefinire la proletarizzazione.
2 Siamo in fase acuta di transizione. Esempi: “il salariato manager”, il “proprietario proletarizzato”. Il problema dei consumi e il suo collegamento con il problema dei valori. […]
3 Emersione di atteggiamenti e valori di tipo nuovo che diminuiscono il valore della proprietà fondiaria! Cosa significa però oggi questo? Esattamente: socializzazione preventiva in senso industriale;
Preparazione all'emigrazione. […]
4 Da tutto ciò strana situazione […] [Qui Mottura sottolinea la scelta ricorrente di abbandonare la terra senza venderla e l’assenza del lavoro part-time che arriva in agricoltura come figura importata dall’industria].
e) Conclusioni: si possono dividere in tre momenti nella dinamica fondiaria degli ultimi 20 anni.
– frammentazione prevalente
– ricomposizione prevalente
– apparente stasi […] (QM Questione Agraria).
Il Rapporto politico del 1969
La stasi apparente nascondeva per Mottura una serie di fenomeni molteplici: la formazione di medie aziende capitalistiche bilanciata dalla riduzione delle grandi, la formazione di cooperative sia spontanee che coatte e il disfacimento dei minifundios a cui si accompagnava la creazione di piccoli poderi creati dallo sviluppo di aziende capitalistiche in agricoltura o dalla comparsa del part-time industriale. Di fatto i movimenti individuabili erano due: la diffusione dell’agricoltura capitalistica a scapito del lavoro proprietario e l’emersione del lavoro part-time, come già osservato nei CVS (QM La questione agraria). Il Piano Verde del 1961 e del 1966 aveva trasformato gli enti di riforma agraria in enti di sviluppo, ma manteneva una serie di garanzie per i piccoli produttori, il Piano Mansholt rivedeva la politica agraria della comunità in una direzione di ancora maggiore accentramento di capitale e produzione (si noterà tangenzialemente che siamo agli anni culminanti della rivoluzione verde, dove giocano un ruolo rilevante non solo la meccanizzazione, ma anche le sementi artificiali, i pesticidi e i fitofarmaci, cfr. Conway, 1997).
Quando nel 1969 dall’inchiesta, da diversi anni ormai cominciata e poi tradotta in gruppo di lavoro, vede la luce, su “Quaderni piacentini”, dopo il lento esaurimento informale dei “Quaderni rossi” nel 1968, un Rapporto su alcuni aspetti della questione agraria, il gruppo composto da Mottura, Novero, Pipitone, Rivalta, Venturini sa tracciare già alcune conseguenze di queste tendenze: il rapporto si articola in tre parti, nella prima vengono esaminati alcuni errori di lettura politica delle lotte agraroindustriali (in particolare dei fatti di Battipaglia),10 nella seconda, soprattutto in relazione al lavoro di Baran e Sweezy sul capitale monopolistico (Baran e Sweezy, 1968), la funzione dell’agricoltura nelle fasi di transizione del capitalismo e nell’economia di piano capitalistico integrato e, individuata come si diceva nella proletarizzazione uno dei tratti salienti di questa transizione, la terza è infine dedicata, riprendendo le letture kautskyane, proprio al tema della proletarizzazione.
È evidente fin da subito il carattere politico del documento, che conferma la natura di prassi o di “linea” dell’inchiesta, il cui scopo non è meramente raccogliere informazioni sull’agricoltura nel Meridione, ma elaborare materialisticamente una strategia politica, evitando tanto gli errori burocratici quanto quelli populistici, propri, secondo Mottura, tanto del Pci quanto di molta parte della Nuova sinistra; secondo il sociologo “la tendenza soggettivistica e idealistica a sopravvalutare in termini immediati il proprio ruolo rispetto al movimento di classe” (Mottura et. al., 1969, p. 43) avrebbe bloccato ai gruppi della Nuova sinistra la possibilità di riconoscere i gruppi, i rapporti, le contraddizioni e i problemi “completamente nuovi" (ivi, p. 44) che la razionalizzazione capitalistica avrebbe comportato.
Il calo del numero di addetti spingeva in effetti molti a individuare nelle lotte agrarie una natura residuale e altri, è il caso delle tendenze progressiste all’interno della sinistra, a giudicare positivamente e in maniera acritica fenomeni correlati (ad esempio l’aumento dei redditi agricoli, ma anche il prolungamento del periodo di frequenza scolastica). L’inchiesta aveva invece dimostrato che, nel contesto del calo degli addetti, la maggioranza riguardava i conduttori (-45,6%) e non i lavoratori dipendenti (-25,3%) (ivi, p. 49) il che lasciava intendere essenzialmente una scomparsa dell’azienda agricola a conduzione familiare in favore dell’emigrazione o del già ricordato part-time.
Via Marx e Kautsky queste tendenze si presentano come razionalizzazione della produzione al fine del processo di valorizzazione nel suo complesso, così da liberare forza-lavoro da un settore a un altro ma anche garantire un livello adeguato di consumi grazie a un’efficiente politica dei redditi (punto sul quale, per Mottura, cade almeno una parte del programma politico del Pci). L’accento è poi posto sulla serie di forme e di contraddizioni che questa transizione produce: Il rivoluzionamento del modo sociale di conduzione dell’azienda. “Questo prodotto necessario del rivoluzionamento del mezzo di produzione si compie in un groviglio variopinto di forme di trapasso” (Marx, 2009, p. 619) studiare le quali è compito del sociologo militante, così come conoscere le contraddizioni e le nuove figure sociali che emergono in esse se, con i teorici del capitale monopolistico, si rifiuta l’idea di una razionalità intrinseca dell’organizzazione di fabbrica cui si contrapporrebbe l’irrazionalità della società come scontro dei singoli capitali concreti (Mottura et. al., 1969, pp. 60-68).
In un saggio di poco seguente, Piano Mansholt e mercato capitalistico del lavoro, Mottura analizza i possibili risultati del piano di razionalizzazione capitalistica, spiegando come da un lato la difesa della piccola proprietà e gli incentivi ai produttori diretti di fatto sostengano i processi del piano (Mottura e Pugliese, 1975, pp. 70-75) e dall’altro l’immediata derivazione di una totale proletrarizzazione dei braccianti sia sbagliata perché incentrata sul problema di “trovare il vero proletariato” (ivi, p. 54) producendo però lotte che sono “acefale” (ivi, p. 79) mentre gli effetti del piano stesso potrebbero essere attivi su diversi livelli:
Riducendo drasticamente il numero di agricoltori e concentrando i finanziamenti sulle aziende dei superstiti, il piano non soltanto permette, ma obbliga questi ultimi a razionalizzare le aziende stesse: il che significa sviluppo tecnico e tecnologico, scelte culturali adeguate alle richieste del mercato comunitario, espulsione di manodopera e soprattutto, in moltissimi casi, aumento percentuale dei salariati fissi sul totale degli occupati in azienda. Significa però anche rigidità molto maggiore dei piani aziendali […]. E, d'altra parte, disponibilità di margini assai più larghi di concessione alla manodopera occupata (Mottura e Pugliese, 1975, pp. 78-79).
A godere parzialmente delle misure protettive che la politica riformistica, e parte del Pci, invocano sarebbe proprio quella manodopera espulsa, con il risultato però di tradursi in una forma di disciplinamento dell’esercito industriale di riserva, di fatto senza garantire nessuna prospettiva di mutamento, ma lavorando nella direzione di depotenziamento delle occasioni di costruzione di opposizioni al piano. Il vicolo cieco del riformismo su cui si innesta il Piano produrrà, secondo Mottura, “contraddizioni in seno al popolo sulla base della struttura di un mercato del lavoro superaffollato” (ivi, p. 80-81) di fatto balcanizzando sia sul piano politico che sul piano sociale la massa dei neo-proletari.
Da critico materialista rifiuta tuttavia la ricerca meccanica di un soggetto presupposto e la mitizzazione delle leggi e dei piani, in cui vede piuttosto il risultato e la sanzione giuridica di processi socioeconomici in atto (ivi, p. 69: “non sono dunque le leggi a provocare i fenomeni”).
Sul piano strettamente politico una lettura di questo tipo aveva permesso di leggere in prospettiva integrata anche i più recenti avvenimenti del Meridione evitando di cedere
ad una interpretazione della situazione in termini di sottosviluppo e di contraddizioni antiche, anziché di proletarizzazione crescente, di nuove prospettive di lotta e di compiti nuovi; alla pretesa velleitaria - perché fondata su un'analisi sbagliata – di fare di Battipaglia, meta, come si è detto, di correnti migratorie dalle zone interne, un simbolo di problemi dell'intero Mezzogiorno, invece che uno dei punti di riferimento per una nuova strategia che affronti i compiti di creazione di una nuova coscienza unitaria di classe, laddove il capitalismo sta introducendo forti elementi oggettivi di divisione e di frattura […] (Mottura et. al., 1969, p. 47).
Questo interesse per le fratture, le contraddizioni in seno al popolo e le forme di transizione si tradurrà di lì a poco (Ramondino, 2008), nell’interesse sistematico del Centro di coordinamento campano per il sottoproletariato napoletano e meridionale in genere (prodotto in parte da questi processi), il complesso di questa rimeditazione è poi risultato nell’introduzione all’antologia ragionata I nuovi termini della questione meridionale, nella quale veniva definitivamente abbandonato il concetto di sottosviluppo, evidenziando al contrario il ruolo assunto dal proletariato meridionale “nel quadro delle esigenze dello sviluppo capitalistico nazionale prima, europeo poi” (Mottura, 1974, pp. 23-24) aprendo una nuova stagione di inchieste e un nuovo filone di ricerca militante nelle campagne.
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L'autore
Luca Mozzachiodi è stato docente a contratto all’Università di Venezia Ca’ Foscari e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università della Calabria, ha svolto attività di ricerca presso l’Università di Bologna e la Fondazione per la critica sociale, ha frequentato il Collegio superiore di Bologna ed è dottore di ricerca in Culture filologiche e letterarie; ha pubblicato diversi contributi scientifici su riviste specialistiche occupandosi in particolar modo delle riviste militanti del secondo Novecento, su cui verte il volume Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della Nuova Sinistra (1956-1967), Pacini 2024, e di autori come Fortini, Pasolini, Asor Rosa, Masi, Panzieri. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia degli intellettuali, la teoria della letteratura, la prosa e la poesia italiana contemporanee e i rapporti tra politica e letteratura nel Novecento e oltre. Scrive per riviste e siti letterari e collabora con “L’ospite ingrato” e il Centro Franco Fortini.
Note
Si fa riferimento a otto quaderni ad anelli, titolati dall’autore e contenenti appunti, note di lettura e verbali di relazioni, che coprono all’incirca il periodo 1963-1972 e che ho potuto consultare grazie alla concessione della famiglia, d’ora in avanti QM con indicazione del titolo del quaderno. Alla morte di Mottura, nel 2022, i materiali e la biblioteca sono stati smembrati e si trovano, attualmente non catalogati, in diverse sedi o presso la famiglia; parte della biblioteca è stata donata in seguito ad amici, colleghi, allievi. Non è possibile dunque una descrizione archivistica vera e propria: le donazioni maggiori, in parte effettuate in vita dall’autore, hanno coinvolto la Camera del Lavoro di Bologna, l’Archivio Marco Pezzi, il Centro Amilcar Cabral e l’Archivio Storico dei Movimenti di Reggio Emilia.↩︎
È di una certa rilevanza menzionare che l’antologia in questione, che si apre con due saggi di inchiesta, è un’antologia destinata ai quadri del Pcc. Prodotta al culmine della campagna per il Movimento di educazione socialista.↩︎
Lo stato schematico e frammentario degli appunti non consente una ricostruzione completa, si possono tuttavia indicare una serie di autori e temi: Weber, Durkheim, il problema della spiegazione sociologica, il problema della relazione tra psicologia dell’individuo e comportamento sociale, Freud, oltre ovviamente a Hegel, soprattutto per quel che riguarda gli aspetti epistemologici, e Marx.↩︎
La SPD era naturalmente all’epoca un partito marxista e rivoluzionario, l’abbandono del marxismo risale al programma di Bad Godesberg del 1959.↩︎
Da me consultata in quanto dono della famiglia.↩︎
Le minute sono contenute in QM, Primi due anni a Portici e materiale vario.↩︎
Ancora QM, La questione agraria: si tratta di appunti di discussioni per un lavoro da fare; non è però possibile ricostruire nel dettaglio l’eventuale dibattito, anche se le posizioni sono chiaramente individuabili.↩︎
QM, La questione agraria, sommario presumibilmente anteriore al 10 giugno 1966, data dell’appunto successivo.↩︎
Da me consultati in quanto dono della famiglia.↩︎
Il 9 aprile del 1969 la notizia della chiusura di una manifattura di tabacchi e di uno zuccherificio aveva provocato un’ondata di proteste, cui presero parte anche molti part-timer agricoli della zona, con centinaia di feriti e devastazione del municipio.↩︎