Primopiano

Conoscere per trasformare. L’inchiesta sociale in Danilo Dolci e Manlio Rossi-Doria | Knowing to transform. Social inquiry in Danilo Dolci and Manlio Rossi-Doria

di

Abstract

In the 1950s, the Parliamentary Commission of Inquiry on Poverty documented the persistence of poverty in Italy despite postwar reconstruction, the creation of the Cassa per il Mezzogiorno, and the activities of the IRI. Southern Italy – marked by deprivation, the mafia, agrarian conflicts, and peasant movements – became a laboratory of reform. It is within this context that Danilo Dolci and Manlio Rossi-Doria operated: their collaboration within the Association for Social Initiative, only apparently convergent, soon broke down, revealing two different methodologies of change. In the absence of a systematic study comparing their models – especially with regard to the role of social inquiry – this article offers a qualitative analysis of texts and secondary sources to compare their aims and practices.

1. Introduzione

Negli anni Cinquanta, mentre la ricostruzione e l’intervento straordinario (Cassa per il Mezzogiorno) promettono sviluppo, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria certifica la persistenza della povertà e il Mezzogiorno come “problema nazionale”. In questo contesto, l’inchiesta sociale è praticata come dispositivo privilegiato di conoscenza e intervento: non soltanto descrive la realtà meridionale, ma contribuisce a definire priorità, legittimare politiche, mobilitare pubblicamente la questione. Muovendo da questa ipotesi, l’articolo compara due modelli paradigmatici di inchiesta nel meridionalismo repubblicano – quelli di Manlio Rossi-Doria e Danilo Dolci – per mostrare come, a partire da uno stesso contesto, essi elaborino finalità e pratiche di indagine profondamente diverse. La scelta di accostare queste figure si giustifica per due ragioni. La prima è che i due autori costituiscono casi paradigmatici di due tradizioni distinte di inchiesta sociale nel panorama del meridionalismo repubblicano: Rossi-Doria prosegue la tradizione dell’inchiesta finalizzata a riforme politico-sociali; Dolci fa dell’inchiesta, centrata sulla voce dei soggetti subalterni, uno strumento di conoscenza della realtà, di denuncia pubblica e di mobilitazione collettiva. Il loro accostamento è uno strumento analitico per studiare le logiche, le tensioni e le implicazioni politiche espresse da questi due modi diversi di concepire e praticare l’inchiesta sociale nel Mezzogiorno. La seconda ragione è che mancano, ad oggi, studi che comparino sistematicamente gli approcci al cambiamento sociale dei due autori, con particolare riferimento alla funzione dell’inchiesta nelle rispettive metodologie di intervento.

Dalla fase postunitaria, con Pasquale Villari (1878) e l’inchiesta Franchetti-Sonnino (1876–1877), la questione meridionale si articola come nodo nazionale attraverso pratiche d’inchiesta che rendono visibili povertà, assetti agrari e istituzioni.

Successivamente il meridionalismo “classico” si stabilizza come campo in cui coesistono inchieste di tipo diverso, come, ad esempio, la polemica morale sul costume politico e la misurazione economica del divario territoriale con il resto del Paese. Giustino Fortunato insiste su snodi strutturali e sul contrasto di interessi tra Nord e Sud (Fortunato, 1920; 1993); Francesco Saverio Nitti contribuisce a modellare la questione meridionale anche come questione misurabile (divari, flussi, scambi) e rivendica l’utilità civile del conflitto d’interessi come forma di controllo degli abusi (Nitti, 1958). Accanto a questa linea, l’inchiesta assume la forma di una critica radicale del costume politico e della struttura oligarchica, come testimoniato da Gaetano Salvemini, che denuncia la degenerazione della politica locale sostenendo il superamento dei rapporti di potere esistenti per favorire una strategia di mobilitazione civile (Salvemini, 1955). Salvatore Lupo richiama due nodi metodologici utili al nostro excursus: l’equivalenza spesso automatica tra “storia del Mezzogiorno” e “questione meridionale”, e il rischio che la questione meridionale diventi una lente totalizzante capace di ridurre ogni vicenda del Sud a un repertorio di colpe e mancanze (Lupo, 1998, p. 19). Tale osservazione è preziosa perché chiarisce ulteriormente il punto: la tradizione meridionalista produce conoscenza, ma può anche produrre retoriche e semplificazioni; ed è proprio l’inchiesta – nelle sue varianti – lo strumento con cui si tenta di decostruirle. Essa, infatti, non si limita a raccogliere informazioni, ma costruisce un regime di prova: decide quali fenomeni misurare, quali fonti considerare legittime, quale scala adottare (locale/nazionale) e quale nesso stabilire tra descrizione e proposta. A seconda di queste scelte, l’inchiesta può produrre conoscenza critica oppure rischiare in alcuni casi di fotografare e riprodurre meccanicamente stereotipi sotto forma di “evidenza”.

Un ulteriore salto di qualità avviene quando la questione meridionale viene letta non solo come “ritardo”, ma come sistema di potere. In questa direzione, l’opera di Antonio Gramsci lega il problema a una storia differenziata e a rapporti sociali specifici. È significativo che, nel dopoguerra, Manlio Rossi-Doria collochi in un unico filone il meridionalismo di Fortunato, Salvemini, Gramsci e Guido Dorso; un’indicazione che non è solo “genealogica”, ma metodologica, poiché accomunati, seppur con sensibilità diverse, da una pratica d’inchiesta intesa come dispositivo critico orientato alla riforma (D’Antone, 1983, p. 296).

Gli anni Cinquanta sono segnati da una rinnovata attenzione al tema della povertà (anche attraverso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria) e da politiche di ricostruzione e sviluppo (Cassa per il Mezzogiorno, IRI) (Saraceno, 2005), e il Mezzogiorno, tra conflitti agrari e fenomeni mafiosi, diventa terreno privilegiato di intervento sociale (Galasso, 2005). In questa fase l’inchiesta sociale si rafforza per due ragioni convergenti: (i) una ragione politico-istituzionale, legata alla necessità di diagnosi territoriali e priorità operative per l’intervento straordinario; (ii) una ragione culturale e metodologica, poiché cresce la domanda di una conoscenza “vera” del Sud oltre che di denuncia. A tal proposito Mario Alicata insiste sulla necessità di andare “oltre la pura e semplice denuncia” e “oltre la commozione sentimentale” fino a un’interpretazione storica della questione meridionale (Alicata, 1954, p. 3). L’intervento straordinario e la programmazione non richiedono solo “più conoscenza” ma necessitano di trasformare la povertà e il sottosviluppo in categorie operative (aree prioritarie, gruppi sociali, nessi causali, indicatori di efficacia). Questo clima spiega perché accanto alle diagnosi istituzionali e alle letture economico-statistiche (l’inchiesta tecnica), si affermano e competono nuove modalità di inchiesta – giornalistica, sociologica, militante – che cercano di rendere visibili dimensioni (voci, esperienze, conflitti, forme di dominio) che la sola programmazione tende a semplificare (Bevilacqua, 1976, p. 134). La stagione repubblicana delle inchieste (Grasso, 2007) lancia, in particolare, una forma di indagine centrata su storie di vita e racconto biografico1 di cui Contadini del Sud (1954), costruito sui materiali di Rocco Scotellaro e introdotto da una prefazione di Rossi-Doria, è un primo caso emblematico. Questo tipo di inchiesta si connette agli stili culturali di divulgazione concernenti le problematiche sociali dell’epoca, tra cui l’inchiesta giornalistica rappresentava una delle modalità principali (Lo Verde, 2003, p. 106). In tali inchieste, dove il piano biografico si intreccia con quello della storia ufficiale, e il livello locale della microstoria con quello globale dei grandi processi, il racconto diviene “uno strumento di indagine che consente di ricostruire, mediante percorsi individuali, la fisionomia della società” offrendone una rappresentazione soggettiva, inedita, dal basso (Mazzoleni, 1997, p. 152). Questo tipo d’inchiesta confluisce nel grande alveo delle scritture neorealiste dei primi anni Cinquanta. Le storie di vita raccolte conservano, infatti, due elementi strutturali comuni alla produzione letteraria della stampa clandestina resistenziale, da cui si sviluppa il neorealismo. Risulta modificata, però, la funzione poiché mentre nella letteratura resistenziale esse assolvono una funzione cronachistico-memorialistica, le storie dei poveri meridionali mirano a conoscere la miseria estrema e a renderla nota all’intera popolazione italiana (Chemello, 1988, p.57).

Emerge, dunque, un punto metodologico decisivo, ossia che per cogliere la formazione della “civiltà contadina” non bastano strumenti standardizzati e questionari, ma occorre assumere il singolo contadino come protagonista, seguendo la via dell’intervista e del racconto biografico. L’inchiesta diventa così un’operazione ad alta densità narrativa e interpretativa, che incrocia documento e voce, individuo e struttura, testimonianza e commento. Questa modalità conoscitiva diventa, tuttavia, terreno di conflitto pubblico sulla scientificità e sulla rappresentazione oggettiva del Meridione. Ne deriva un punto centrale per la nostra analisi, vale a dire che nel meridionalismo degli anni Cinquanta l’inchiesta non è un genere descrittivo neutro, ma un dispositivo che definisce priorità, legittima interventi e produce tensioni tra modelli di trasformazione sociale. È in questo scenario che si collocano le esperienze di Danilo Dolci e Manlio Rossi-Doria, che faranno dell’inchiesta sociale un perno dei loro rispettivi percorsi.

2. L’inchiesta sociale in Manlio Rossi-Doria
tra diagnosi territoriale e “politica del mestiere”

Manlio Rossi-Doria appare come un meridionalista eminentemente “operativo”, sapendo coniugare diagnosi e proposta, lavoro sul campo e disegno riformatore, formazione tecnica e responsabilità pubblica. Agronomo ed economista formatosi a Portici e legato fin dagli anni Venti alle ricerche dell’Osservatorio di economia agraria dell’INEA, Rossi-Doria sviluppa un approccio che intreccia analisi tecnico-produttiva, attenzione ai rapporti sociali e impegno civile. Questa postura “operativa” affonda le radici in una scelta precoce che Rossi-Doria stesso ricostruisce come scelta insieme civile e professionale. Egli stesso decide di “considerare il Mezzogiorno come il campo in cui esercitare l’impegno civile e l’agricoltura come il settore al quale dedicare l’impegno professionale”: una decisione nata “sul terreno di una coerente interpretazione della problematica politica del paese” e vissuta non come gesto ideologico, ma come opzione concreta di lavoro, “più semplice, razionalmente motivata”, legata a un preciso indirizzo di studi e a un apprendistato tecnico sul campo (Villani, 1990, p. 200).

Le inchieste condotte con Emilio Sereni nelle zone interne della Campania tra il 1928 e il 1930 rappresentano, nella costruzione del suo metodo d’inchiesta, un passaggio decisivo perché è sui territori che Rossi-Doria matura la consapevolezza che la crisi del Mezzogiorno è insieme agraria, sociale e politica2. L’esperienza diretta della povertà strutturale delle campagne meridionali gli consente di superare una prospettiva meramente tecnicistica del ruralismo, collocando al centro la questione contadina e il problema dei rapporti di potere che strutturano la società rurale.

Dopo la guerra e la caduta del fascismo, Rossi-Doria diventa una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla riforma agraria e sul futuro del Mezzogiorno. La sua “operatività” non va intesa come semplice attivismo, ma come una particolare idea di sapere che deve produrre decisioni pubbliche più razionali perché ancorate ai fatti. In questa prospettiva, l’inchiesta è il dispositivo che rende possibile il passaggio dalla diagnosi alla proposta: raccoglie evidenze sul terreno, costruisce categorie territoriali e sociali, e consente di valutare l’efficacia concreta delle politiche, correggendone limiti e distorsioni. Il suo sapere, dunque, si misura continuamente con la capacità di incidere su istituzioni, programmi e assetti reali.

Contro le rappresentazioni stereotipate del Sud – ora romanticamente arretrato, ora irrimediabilmente “malato” – Rossi-Doria insiste sulla necessità di costruire quadri conoscitivi solidi, fondati su dati quantitativi e osservazioni qualitative raccolte sul campo (Villani, 1990, pp. 211–212). Il territorio rurale viene analizzato a partire dalla struttura fondiaria, dalle forme di conduzione, dalla composizione della manodopera, dai redditi effettivamente percepiti dalle famiglie contadine. Questo impianto non nasce in astratto, ma dentro una pratica di inchiesta che combina fonti amministrative e ricognizione diretta. Villani ricorda infatti che, nell’inchiesta INEA avviata tra la fine degli anni Venti e i primi Trenta, al preliminare “spoglio dei catasti” seguiva “la ricognizione diretta, comune per comune”, che Rossi-Doria descrive come la parte più istruttiva del lavoro: un’indagine sul campo fatta di osservazioni ravvicinate e conversazioni informali, in cui “entravamo nelle case” e incontravamo interlocutori “sulle piazze e nelle osterie”. In questa combinazione fra schedatura documentaria e immersione nei contesti locali si riconosce il nucleo dell’inchiesta rossidoriana, mossa dall’obiettivo di costruire categorie e misure, verificandole continuamente nella materialità delle relazioni sociali e delle condizioni di vita (Villani, 1990, p. 203). Mappe, tabelle e categorie di classificazione delle aree meridionali non sono un esercizio tecnicistico, ma costituiscono il presupposto per impostare riforme realistiche e verificabili, e per valutarne gli effetti nel tempo. Nella relazione del 1944, presentata al convegno del Partito d’Azione a Bari, Rossi-Doria “compone e connette” frammenti in un sistema, distinguendo aree (Mezzogiorno “nudo”, “latifondo contadino”, “regno dell’albero”, ecc.) (Villani, 1990, p. 204).

Tuttavia, l’inchiesta rossidoriana non si riduce mai alla descrizione statistica. Il contatto diretto con i contadini – riportato nelle biografie che documentano le loro difficoltà quotidiane nell’accesso alla terra, ai servizi e al credito – ha una funzione decisiva nel modo in cui egli legge e interpreta i dati. In questo senso, il suo metodo può essere definito “economico-sociale”, poiché l’osservazione empirica è inseparabile dall’analisi delle condizioni di vita e delle relazioni che regolano il mondo rurale. L’interesse per la sociologia non nasce da un’esigenza teorica autonoma, ma dalla necessità di correggere i limiti dell’azione pubblica e di trasformare l’inchiesta in un ausilio analitico alla costruzione di una proposta riformatrice. Le scienze sociali diventano, pertanto, uno strumento operativo per leggere i meccanismi locali (anche clientelari), comprendere le resistenze al cambiamento e misurare gli effetti reali della riforma agraria e delle politiche di sviluppo (Misiani, 2010, p. 506).

È in questo quadro che il lavoro alla Facoltà di Agraria di Portici e la direzione del Centro di specializzazione e ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno trasformano Portici in un centro nevralgico di ricerca sul Sud in età repubblicana. Intorno a Rossi-Doria si forma il cosiddetto “gruppo di Portici”, composto da giovani economisti, agronomi e studiosi delle scienze sociali che fanno del Mezzogiorno il loro laboratorio di indagine (Rossi-Doria, 2008). Qui l’inchiesta sul campo non è soltanto uno strumento professionale, ma una vera e propria “politica del mestiere”3. Chi fa ricerca è chiamato a valutare la qualità del proprio lavoro nella capacità di orientare riforme e politiche pubbliche, entro un circuito che va dal territorio alle istituzioni e ritorna al territorio per verificare l’aderenza dell’azione pubblica ai suoi obiettivi. Questa impostazione si traduce, negli anni della riforma agraria (Rossi-Doria, 2003; Bernardi, 2020), in un modello di indagine che mette insieme rilievo economico-agrario e osservazione sociale, poiché per Rossi-Doria, l’inchiesta è, nel suo nucleo, funzionale alla soluzione di problemi economici e sociali concreti più che alla costruzione di un paradigma teorico (Misiani, 2010, p. 508).

In tale cornice si colloca lo studio sociologico di comunità promosso per conto dell’UNESCO e coordinato con programmi INEA-FAO nella seconda metà degli anni Cinquanta, un lavoro tra i più impegnativi del gruppo di Portici, articolato su tre casi (Cerveteri, Gravina di Puglia, Scandale) e accompagnato da una relazione metodologica redatta da Rossi-Doria (Misiani, 2010, p. 507). La prima metà degli anni Cinquanta è infatti anche una stagione di ricerche internazionali sulle “aree arretrate”. Alcune regioni del Mezzogiorno diventano un polo di attrazione per sociologi e antropologi nordamericani, sostenuti da finanziamenti e borse di studio internazionali. In questo contesto, la Facoltà di Agraria di Portici ospita incontri e seminari con studiosi stranieri, spesso animati anche da Rossi-Doria e da Scotellaro, con l’obiettivo non soltanto di “studiare” la società rurale, ma di arricchire l’analisi economico-agraria con informazioni sociali e strumenti utili a seguire e governare i processi locali di trasformazione attivati da riforma agraria e dalle migrazioni interne (D’Antone, 1983, pp. 297-298).

Il caso di Scandale è il banco di prova dell’inchiesta rossidoriana (Misiani, 2010, p. 508). Qui l’inchiesta si presenta come diagnosi territoriale rigorosa poiché rilievi agrari, serie statistiche, carte e tabelle vengono messi in dialogo con osservazioni qualitative e testimonianze raccolte in loco. L’unità di analisi non è soltanto la parcella agricola, ma la comunità nel suo insieme; per questo l’inchiesta può essere letta come una forma di sociologia rurale ante litteram, nella quale i “fatti” non sono mai separati dai soggetti che li vivono e dalle possibilità di intervento pubblico che ne derivano. L’indagine restituisce anche esiti contraddittori della riforma agraria nel contesto locale (De Benedictis, 2007, p. 1000). Dal lavoro sul campo scaturisce la relazione poi nota come Un paese di Calabria, che restituisce la complessità di un villaggio in cui s’intrecciano assetto fondiario, uso del suolo, livelli di reddito, flussi migratori e funzionamento delle istituzioni. Non a caso, proprio sul comune calabrese di Scandale, Rossi-Doria mantiene un atteggiamento prudente sulla diffusione dei risultati: in una lettura retrospettiva, le ipotesi comunitarie di matrice nordamericana ebbero nel complesso un esito limitato, e lo stesso Rossi-Doria non ritenne opportuna la pubblicazione in Italia dei risultati dell’indagine (D’Antone, 1999, p. 298).

L’inchiesta rossidoriana, infine, assume anche una funzione di educazione civile, capace di far emergere bisogni, opportunità e vincoli, e di collocare il sapere sul territorio per una finalità pubblica e democratica (Misiani, 2010, p. 509). L’analisi dei rapporti agrari – inseparabile dalla considerazione delle forme di vita, dei codici culturali e delle aspettative dei soggetti che abitano il mondo rurale – non produce solamente conoscenza utile alle classi dirigenti, e non parla soltanto “dei contadini” ma li rende anche più consapevoli del processo di differenziazione economica e sociale in atto, chiamandoli a riconoscersi come protagonisti di un possibile percorso di trasformazione (Boffo, 2008).

I caratteri dell’inchiesta rossidoriana – orientata alla diagnosi territoriale, alla formazione e alla programmazione (Rossi-Doria, 2008) – emergono più chiaramente nel raffronto con forme diverse di iniziativa sociale. Il confronto con Danilo Dolci rende particolarmente evidente questa tensione mostrando come l’inchiesta possa essere intesa come strumento di governo del cambiamento e verifica delle politiche, oppure come dispositivo di presa di parola e organizzazione dal basso (Misiani, 2010, p. 513).

3. L’inchiesta sociale in Danilo Dolci: caratteri e funzioni

Nel gennaio del 1957 fu fondata, da un gruppo di sostenitori della causa di Danilo Dolci, l’Associazione per l’Iniziativa Sociale (AIS). Fin dalla definizione del nome emersero divergenze interpretative circa le modalità di intervento e lo sviluppo comunitario. Tale divergenza si rese manifesta pochi mesi dopo, quando Manlio Rossi-Doria, Angela Zucconi e Paolo Balbo si dimisero dal comitato esecutivo, criticando la resistenza nei confronti del loro modello di sviluppo fondato su un’azione tecnica, economica ed educativa di tipo istituzionale, articolata in piani organici e distante dalle pratiche di pressione nonviolenta promosse da Dolci (Grifo, 2023, p. 120; Grifo, 2020). La divergenza rinviava a una differente concezione dello sviluppo. Per Dolci esso non coincideva con il solo incremento delle capacità produttive, ma era finalizzato a immettere nel processo storico soggetti coscienti delle condizioni che lo ostacolano, responsabili delle proprie azioni e promotori di iniziative socio-economiche (Dolci, 1962, pp. 26-27), poiché, nella prospettiva dolciana, la pienezza dell’esistenza consiste in una vita attivo-operativa (Mangano, 1992, p. 171; Barone, 2024, p. 12; Dolci, 1979, p. 9; Spagnoletti, 2013, p. 7; Laterza, 2026) – concepita come analisi e problematizzazione dal basso dei bisogni, partecipazione comunitaria, progettualità creativa (Mangano, 2003, p. 86-87) – e non in una condizione di passività e di ricezione acritica di decisioni eterodirette.

Nel corso di quasi cinquant’anni (dal 1952 al 1997) di attività in Sicilia occidentale, l’azione di Dolci al progressivo contrasto della disoccupazione e della povertà fu perseguita attraverso una strategia (Schirripa e Tripi, 2026, p. 42) che diede luogo alla progettazione di interventi innovativi dal basso, all’attivazione di forme di pressione nonviolente (Vigilante, 2011, pp. 91-98), alla presa di coscienza circa le dinamiche di dominio e di violenza mafiosa (Baglio e Schirripa, 2017) e alla promozione di competenze cooperative. Il cambiamento si configura, pertanto, come espressione della responsabilità e dell’iniziativa della comunità coinvolta, la quale lo progetta e interagisce con le strutture di potere esistenti per ottenerne la realizzazione sul piano dei mezzi. Poiché tale cambiamento non deriva da agenti esterni né si fonda su modelli eteronomi, ma emerge da un processo endogeno radicato nelle specificità del contesto e nella partecipazione consapevole degli attori locali, esso presuppone l’apprendimento di metodologie di produzione culturale (Mangano, 1992, p. 197). I principali strumenti attraverso cui Dolci stimolò nei soggetti, dall’interno, l’interesse affinché si traducesse in progettualità trasformative, furono l’inchiesta e il gruppo maieutico (Vigilante, 2011, pp. 80-103; Maviglia, 2015, pp. 171-184; Laterza, 2025, pp. 88-93).

Le inchieste di Dolci svolsero tre fondamentali funzioni: comprendere la situazione concreta (funzione epistemica); denunciare la condizione di estrema miseria documentata (funzione di denuncia); stimolare nei soggetti l’emersione delle energie creative inibite, necessarie per generare, dall’interno delle comunità, un progetto di trasformazione (funzione di trasformazione).

Giunto a Trappeto nel 1952, Dolci manifestò immediatamente l’urgenza di acquisire una comprensione accurata dei problemi: “Proprio perché non ero siciliano, volevo sapere; domandavo perché mi accorgevo che la gente soffriva i propri problemi, ma non li conosceva [...]: o almeno, la gente non conosceva i propri problemi a tal punto da riuscire a risolverli” (Spagnoletti, 2013, p. 72). Le sue inchieste, connettendosi agli stili culturali di divulgazione delle informazioni concernenti le problematiche sociali dell’epoca, si caratterizzano per la dimensione “narrativa” del suo modo di descrivere la società locale e, in particolare, le comunità marginali, mediante l’impiego delle storie di vita o racconto biografico. Le storie di vita assunsero un rilevante valore conoscitivo in quanto, mediante esse, Dolci poté rilevare il mutamento della società attraverso il divenire delle storie di alcuni protagonisti, soprattutto perché in esse emergevano i nessi che legano gli individui alla rappresentazione delle istituzioni (Lo Verde, 2003, p. 112). La funzione originaria dell’inchiesta dolciana, sempre supportata da dati statistici e da analisi puntuali delle condizioni materiali e culturali dei territori indagati, è dunque eminentemente epistemica.

Le ragioni che indussero Dolci a privilegiare le storie di vita come strumento conoscitivo e interpretativo del reale sono almeno tre. La prima è di ordine culturale. Gli anni in cui egli maturò la scelta di trasferirsi a Trappeto e poi a Partinico furono contrassegnati da ciò che Lucio Lombardo Radice definì “bisogno di realtà” (Capitini, 1959, pp.43-44), di cui il neorealismo cinematografico e nelle arti rappresentavano un’espressione emblematica. La seconda motivazione concerne la concezione della verità come parziale. Nella prospettiva dolciana, coerente con la tradizione nonviolenta4, il carattere parziale della verità scaturisce dalla consapevolezza che ogni esperienza è intrinsecamente limitata, in quanto ciascun soggetto dispone solo di un punto di vista parziale. Una verità assoluta corrisponde a una verità imposta, funzionale agli interessi di gruppi orientati alla conservazione della propria posizione. Ne consegue che nessun individuo detiene il diritto, se non nell’ambito della logica violenta del dominio dell’essere umano sulla coscienza, di imporre la propria verità o di considerarsi autosufficiente rispetto a quella altrui (Vigilante, 2012, p. 276, 336, 431-432; Spagnoletti, 2013, pp. 172-177; Mangano, 1992, p. 44-49; Galtung, 2003, pp. 52-53). La terza motivazione è riassumibile nei versi: “Se l’occhio non si esercita, non vede, se la pelle non tocca, non sa, se l’uomo non immagina, si spegne” (Dolci, 1979, p. 31). Di particolare rilievo è “se la pelle non tocca, non sa”, che fonda il valore epistemologico dell’esperienza personale.

Dalla funzione conoscitiva e dai suoi presupposti derivano tre caratteristiche fondamentali dell’inchiesta dolciana. In primo luogo, si tratta di un’indagine condotta dal basso. Dolci, oltre a delineare un’immagine differente, benché non inattesa, del sottosviluppo meridionale, impose definitivamente “una nuova visuale prospettica: non più lo sguardo paesaggistico dall’alto, ma l’indagine dal basso, al livello cioè delle strade, dei canali fognari, delle abitazioni e soprattutto degli abitanti” (Grifo, 2023, p. 84). In secondo e terzo luogo, l’inchiesta dolciana si caratterizza per essere localizzata e monografica (Spagnoletti, 2013, p.71). Se nelle prime indagini condotte a Trappeto – Fare presto (e bene) perché si muore (Dolci, 1954) – e Partinico – Banditi a Partinico (Dolci, 2009 [1955]) – Dolci intese rappresentare una visione d’insieme del contesto territoriale, nelle successive si focalizzò progressivamente su problematiche specifiche, con una corrispondente ridefinizione dell’area geografica analizzata. Tra queste emerse come centrale la questione del lavoro. Nel periodo compreso tra il 1956 e il 1960, vi fu una transizione dal tema del banditismo a quello dell’occupazione, che divenne il fulcro del pensiero e dell’azione di Dolci. Processo all’articolo 4 (Dolci, 1956), Inchiesta a Palermo (Dolci, 1957), Una politica per la piena occupazione (Dolci, 1958) e Spreco (Dolci, 1960) rappresentano le quattro principali pubblicazioni attraverso cui il problema del lavoro è affrontato da prospettive differenti.

La seconda fondamentale funzione dell’inchiesta dolciana consiste nel rendere manifesto all’opinione pubblica il dolore vissuto dalle popolazioni coinvolte. Attraverso i suoi lavori, Dolci denunciò, tanto a livello nazionale quanto internazionale, le violazioni dei diritti umani e della Costituzione perpetrate da uno Stato che emergeva come il vero trasgressore della legalità. La portata della denuncia risulta evidente in Banditi a Partinico, dove si legge: “Tra noi c’è un mondo di condannati a morte da noi” (Dolci, 2009, p. 27). Tale operazione, fondata su una rigorosa documentazione dei fatti, si rivelò estremamente efficace, generando reazioni da parte di esponenti dell’area conservatrice, tra cui il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, che in una lettera pastorale del 1964 accusava Dolci, insieme alla mafia e al romanzo Il Gattopardo, di arrecare discredito all’immagine della Sicilia. La denuncia superò inoltre i confini della Sicilia occidentale, poiché le inchieste degli anni Cinquanta e Sessanta – Banditi a PartinicoInchiesta a PalermoSprecoChi gioca solo (Dolci, 1966) – furono tradotte in numerose lingue.

L’inchiesta dolciana, attraverso le storie di vita, assunse infine una funzione di coscientizzazione5 – come intuì Carlo Levi, osservando che “quello che in queste inchieste vi è di più positivo [...] è il sentimento, in coloro che scrivono, negli oscuri autori dei racconti, di scoprire il mondo narrando di sé stessi: poiché il fatto di narrare dà certezza, durata, valore universale alle cose” (Levi, 1957, pp. VIII-IX) – e trasformativa. Dolci “scoprì” che il domandare (Barone, 2026, pp. 114-119; Morgante, 2012) – permettendo l’espressione autonoma dei soggetti e fondandosi sulla stima e la valorizzazione dell’altro – rendeva possibile l’apertura di un varco nella soggettività bloccata dei “poveri cristi6 da lui intervistati. Narrare la propria esistenza implica infatti l’assunzione di un ruolo attivo, l’elaborazione di una personale interpretazione dei fatti e il riconoscimento della propria dignità discorsiva. Il momento della presa di parola rappresentò così il primo passo verso il superamento dell’immobilismo e della rassegnazione, come ribadito dallo stesso Dolci: “Alcuni […] sono molto cambiati, essendo stati aiutati da questa specie di analisi, di introspezione, a diventare persone diverse” (Spagnoletti, 2013, p. 74). Pertanto, il processo conoscitivo della realtà includeva in sé la potenzialità di trasformarla, poiché l’atto stesso di conoscerla attivava nei soggetti un coinvolgimento affettivo e progettuale rispetto ai propri problemi. L’inchiesta dolciana costituì, dunque, un passaggio essenziale e irrinunciabile del processo di cambiamento da lui animato.

4. Conclusioni

Nella stagione del meridionalismo repubblicano, “conoscere per trasformare” significò cose diverse. L’analisi comparata condotta in questo lavoro ha mostrato come Danilo Dolci e Manlio Rossi-Doria, pur operando nello stesso contesto storico e all’interno di reti culturali e politico-intellettuali contigue – il mondo dell’azionismo, il riformismo meridionalista, le esperienze di community development e di intervento territoriale del secondo dopoguerra –, abbiano elaborato pratiche – soprattutto quella dell’inchiesta sociale – e approcci all’intervento sociale diversi. Tale divergenza può essere spiegata anche tenendo conto delle differenti traiettorie politico-culturali delle due personalità: nel caso di Rossi-Doria, una tradizione liberal-socialista e tecnico-riformatrice che concepisce l’inchiesta come diagnosi territoriale orientata alla programmazione e alla verifica delle politiche; nel caso di Dolci, una cultura nonviolenta e personalista-comunitaria che fa dell’inchiesta una pratica etico-pedagogica, capace di attivare presa di parola, coscientizzazione e progettualità dal basso.

Il contributo teorico originale di questa ricerca è duplice e consiste i) nell’aver ricostruito sinteticamente, in assenza di studi comparativi specifici, le finalità e i caratteri della pratica d’inchiesta dei due autori e ii) nell’aver mostrato come la divergenza nei loro modelli di inchiesta sociale sia riconducibile a due concezioni dello sviluppo distinte: l’una, quella rossidoriana, fondata sull’incremento delle capacità produttive e sull’evoluzione dei rapporti economico-sociali nelle aree rurali, l’altra, quella dolciana, orientata alla trasformazione integrale della persona e delle relazioni umane.

Rossi-Doria, mosso dall’urgenza di costruire un intervento politico-istituzionale fondato su una solida conoscenza, definisce l’inchiesta come procedura di accertamento e classificazione che si realizza attraverso osservazione sul campo, costruzione di categorie territoriali, misurazione di differenziazioni sociali e vincoli, e con la trasformazione dei risultati in priorità di intervento verificabili. Il suo metodo “economico-sociale” combina fonti amministrative e ricognizione diretta, integrando l’analisi dei dati quantitativi con la considerazione delle condizioni di vita e delle relazioni sociali che regolano il mondo rurale. L’inchiesta rossidoriana si pone, in ultima analisi, al servizio di un approccio al cambiamento sociale di tipo economico e strutturale poiché orientato a riforme politiche che presuppongono la competenza tecnica come responsabilità pubblica.

Dolci, al contrario, attribuisce all’inchiesta una funzione irriducibile alla sola conoscenza della realtà. Accanto alla funzione epistemica – comprendere la situazione concreta attraverso le storie di vita, la localizzazione dell’indagine e la focalizzazione progressiva su problematiche specifiche – l’inchiesta dolciana assolve una funzione di denuncia pubblica e, soprattutto, trasformativa. Essa, infatti, attiva la presa di parola e apre un varco nella soggettività bloccata dei soggetti marginali intervistati. In questa prospettiva, il processo conoscitivo include in sé la potenzialità di trasformare la realtà indagata, poiché l’atto stesso di narrare e interrogarsi produce consapevolezza e progettualità.

In sintesi, l’inchiesta è per Rossi-Doria principalmente strumento di governo del cambiamento (diagnosi → priorità → intervento), mentre per Dolci è anche dispositivo di denuncia e soprattutto motore di produzione del cambiamento stesso (ascolto → coscienza → mobilitazione). La comparazione restituisce due pratiche di inchiesta sociale in cui si riflettono due distinte concezioni del cambiamento sociale, sebbene animate da una comune vocazione riformatrice.

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L'autrice e l'autore

Giulia Gioeli, dottore di ricerca in Scienze dell’Economia civile presso la LUMSA di Roma, è attualmente ricercatrice post-doc in Storia economica presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli. Si occupa di storia economica e sociale e di studi di genere.

Leonardo Laterza, dottore di ricerca in Scienze dell’Economia civile presso la LUMSA di Roma, è attualmente collaboratore del centro di ricerca DISF presso la Pontificia Università della Santa Croce. Si occupa del rapporto tra educazione, società e diritto.

Note

  1. Il racconto biografico è “una forma particolare di intervista, [...] nel corso della quale un ricercatore [...] domanda a una persona [...] di raccontargli tutta o una parte della sua esperienza vissuta”: D. Bertaux, Racconti di vita. La prospettiva etnosociologica, FrancoAngeli, Milano 1999, p. 31.↩︎

  2. “All’origine di questi indirizzi di studio e di pensiero (del Sereni) c’è il senso profondo della continuità della storia e della fondamentale importanza per la conoscenza e per l’azione anche delle società evolute dei rapporti elementari tecnologici, produttivi, sociali e istituzionali delle società agricole, durate ovunque intatte per millenni, e tuttora prevalenti in una gran parte della odierna comunità”, in Bignardi, A., Ricordo di Emilio Sereni, in “Rivista di Storia dell’agricoltura”, p. 4.↩︎

  3. Per l’uso dell’espressione e la sua definizione nel caso di Rossi-Doria, cfr. D’Antone 1999; per una ripresa e contestualizzazione, Misiani 2010.↩︎

  4. Nei primi tempi ciò che mosse Dolci fu un’ispirazione religiosa declinata in forme estranee a qualsiasi conformismo istituzionale. Quando arrivò a Trappeto, infatti, Danilo Dolci aveva da poco lasciato Nomadelfia, comunità fondata da don Zeno Saltini, in cui un radicalismo evangelico si tradusse in dedizione al mondo dei poveri e in cura dei bambini lasciati orfani o abbandonati durante la guerra. Qui Dolci visse in comunione cristiana con i fratelli più deboli e potette verificare quel “condensato vitale” che aveva intuito negli anni giovanili, ossia che “siamo, o meglio dobbiamo, essere ‘ostia gli uni agli altri’” (Spagnoletti, 2013, p.7). Il diffuso senso religioso della vita permeò i suoi versi giovanili, compiendosi nel poemetto Voci della città di Dio, il cui messaggio principale è che Dio è nell’altro. Con gli anni la religiosità di Dolci subì trasformazioni profonde, in particolare attraverso il confronto con Aldo Capitini, che lo introdusse negli ambienti politici e intellettuali azionisti (Capitini e Dolci, 2008; Grifo, 2023) e soprattutto alla nonviolenza.↩︎

  5. La parola coscientizzazione è tipica del lessico di Paulo Freire ma, pur non essendo molto frequente in quello dolciano, non mancano passaggi in cui essa è utilizzata, come in questo caso: “la complessa strategia per operare trasformazioni nonviolente richiede capacità specifiche, ad esempio: 1) saper promuovere ‘coscientizzazione’ nelle popolazioni interessate, precisa autoanalisi popolare, scoprendo zona per zona le tecniche più adatte”, in D. Dolci, Inventare il futuro, Laterza, Bari 1972, p. 197.↩︎

  6. L’espressione rinvia al sottotitolo della raccolta di poesie di D. Dolci Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi, Laterza, Bari 1970.↩︎